(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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Riforma della Quota A dell’Assegno Unico Provinciale: la Giunta intende correggere un impianto che sta penalizzando le persone e le famiglie più fragili? Dal 18 maggio 2026 è entrata in vigore la riforma della Quota A dell’Assegno Unico Provinciale, presentata dalla Giunta provinciale come uno strumento volto a favorire l’attivazione lavorativa dei beneficiari.
Nelle prime settimane di applicazione, tuttavia, operatori dei Centri per l’Impiego, CAF, Servizi territoriali ed enti che quotidianamente accompagnano le persone in condizioni di fragilità stanno segnalando numerose criticità che rischiano di compromettere proprio le finalità dichiarate della riforma.
Il nuovo impianto ha infatti eliminato la valutazione dell’attivabilità da parte dei Servizi Sociali, sostituendola con un meccanismo sostanzialmente automatico: chi non possiede un verbale di invalidità attestante l’assenza della capacità lavorativa o non rientra in specifici programmi di cura è considerato, di fatto, immediatamente attivabile.
Una scelta che riduce la complessità delle situazioni personali e familiari a un mero requisito amministrativo, ignorando quelle fragilità sociali, economiche, psicologiche e relazionali che spesso rappresentano il principale ostacolo all’inserimento lavorativo e che proprio i Servizi Sociali erano chiamati a valutare.
Di fatto, il rischio concreto è quello di sostituire la presa in carico delle persone con una logica esclusivamente burocratica, nella quale sembrano esistere solo lavoratori da attivare e non cittadini con bisogni differenti.
L’esclusione dei Servizi Sociali ha inoltre lasciato le famiglie prive di un fondamentale punto di riferimento, trasferendo di fatto sui CAF il peso della gestione di procedure particolarmente complesse.
Gli stessi CAF hanno ricevuto solo recentemente indicazioni operative su aspetti essenziali della riforma, come le procedure per l’esonero delle persone inserite in percorsi di cura.
Tale procedura richiede un’attestazione rilasciata dai servizi sanitari e socio-sanitari che, tuttavia, non risultano essere stati preventivamente coinvolti né adeguatamente informati, trovandosi oggi a dover gestire richieste urgenti senza conoscere finalità, criteri e modalità operative.
A ciò si aggiunge il fatto che, nonostante la piattaforma per la presentazione delle domande sia attiva da maggio, risultano ancora mancanti atti fondamentali per l’applicazione uniforme della riforma, tra cui la deliberazione che dovrebbe aggiornare le casistiche di esclusione dall’obbligo di attivazione lavorativa.
Ne consegue che cittadini e operatori stanno affrontando le fasi iniziali della riforma in un quadro di forte incertezza normativa.
Rilevato inoltre che l’obbligo di raggiungere soglie minime di reddito da lavoro pari a 3.000 euro nella prima annualità e 6.000 euro nelle successive, pena la riduzione o la perdita della prestazione, rischia di colpire proprio le persone con occupazioni discontinue, part-time o caratterizzate da particolare fragilità.
Tra queste rientrano anche numerosi lavoratori coinvolti nei progetti di inclusione lavorativa 3.3.D promossi dall’Agenzia del Lavoro e gestiti da Comuni e altri enti, percorsi che nascono proprio per accompagnare gradualmente persone lontane dal mercato del lavoro e non per sottoporle a ulteriori penalizzazioni.
È stata inoltre eliminata la possibilità di esonero dall’obbligo di attivazione per i genitori con figli fino ai tre anni di età, limitandola al solo primo anno di vita, senza considerare la cronica carenza di servizi educativi per la prima infanzia in molte aree del Trentino e le oggettive difficoltà di conciliazione che gravano soprattutto sulle madri.
Anche le persone inserite in tirocini di inclusione o in percorsi di orientamento e accompagnamento lavorativo risultano assoggettate ai nuovi obblighi, con il rischio di compromettere progetti costruiti nel tempo attraverso il lavoro integrato tra diversi servizi.
Infine, le modalità organizzative adottate dai Centri per l’Impiego, che non consentono spostamenti degli appuntamenti né la gestione contestuale dei componenti dello stesso nucleo familiare, stanno determinando notevoli disagi e rischiano di trasformare semplici impedimenti organizzativi in cause di decadenza dal beneficio.
Tutto ciò premesso si interroga il Presidente della Provincia per sapere:
se sia a conoscenza delle criticità che stanno emergendo nell’applicazione della riforma e se ritenga che l’attuale impianto stia realmente favorendo l’inclusione lavorativa oppure stia producendo un irrigidimento amministrativo che penalizza le persone più fragili;
per quali motivi la Giunta abbia scelto di escludere i Servizi Sociali dalla valutazione dell’attivabilità delle persone, rinunciando a uno strumento fondamentale di lettura delle fragilità individuali e familiari;
se ritenga condivisibile un sistema che considera automaticamente attivabile chiunque non rientri in limitate categorie di esclusione, senza alcuna valutazione multidimensionale della situazione personale;
perché i servizi sanitari e socio-sanitari, chiamati oggi a rilasciare attestazioni indispensabili per gli esoneri, non siano stati preventivamente coinvolti nella predisposizione della riforma;
quali iniziative intenda assumere per evitare che i nuovi requisiti reddituali determinino la perdita dell’Assegno Unico Provinciale da parte di lavoratori con occupazioni precarie, discontinue o inseriti nei progetti di inclusione lavorativa 3.3.D;
se non ritenga necessario ripristinare l’esonero dall’obbligo di attivazione almeno fino al compimento del terzo anno di età dei figli, tenendo conto della reale disponibilità dei servizi educativi e delle esigenze di conciliazione familiare;
per quale motivo le persone inserite in percorsi di tirocinio o di inclusione socio-lavorativa non siano automaticamente escluse dai nuovi obblighi, nonostante siano già impegnate in percorsi finalizzati all’inserimento lavorativo;
quando verranno approvati i provvedimenti attuativi ancora mancanti e quali garanzie intenda offrire ai cittadini che hanno già presentato domanda in assenza di un quadro regolamentare completo;
se intenda rivedere le modalità organizzative dei Centri per l’Impiego affinché rigidità esclusivamente procedurali non si traducano nella perdita di una misura di sostegno economico destinata ai nuclei più vulnerabili;
se la Giunta non ritenga opportuno sospendere, nelle more dell’approvazione dei provvedimenti attuativi mancanti e della verifica delle criticità emerse, l’applicazione delle sanzioni e delle decadenze previste dalla riforma, al fine di evitare che errori organizzativi o carenze del sistema ricadano esclusivamente sui cittadini.
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Cons. Lucia Coppola
consigliera provinciale/regionale
Alleanza Verdi e Sinistra
