(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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Il coinvolgimento dell’Università nella nuova Azienda Sanitaria Universitaria Integrata può dare una forte spinta ad allineare l’attività sanitaria pubblica ai più elevati e moderni standard assistenziali, all’adeguato ed equilibrato uso degli strumenti digitali, al valore della ricerca per una migliore e più equa sanità. Nel Protocollo di Intesa siano fedelmente perseguiti gli obiettivi fissati dagli art. 1 e 2 della LP 16/2010, in particolare la ricerca sia orientata alla salute pubblica, tenuto conto dell’epidemiologia, della prevenzione e dei fattori determinanti della salute, quali criteri di priorità, coinvolgendo nell’attività di ricerca, oltre a Medicina, tutte le Facoltà, in particolare Sociologia e Ingegneria, sia informatica che ambientale.
Ma nel passaggio da APSS ad ASUIT si faticano a riconoscere elementi di reale discontinuità: la riforma non appare in grado di intercettare le sfide poste dalle grandi trasformazioni in corso – dal PNRR al riordino della medicina territoriale e della rete di prossimità – né di tradurle in un disegno unitario capace di integrare in modo coerente anche la dimensione sociosanitaria. Il rinvio ad un distinto disegno di legge della disciplina dell’integrazione sociosanitaria – che avrebbe dovuto coinvolgere in modo organico Comuni, servizi sociali, Terzo settore, Case della Comunità, medicina generale e territoriale – evidenzia l’assenza di una vera integrazione tra i sistemi e di una governance unitaria in grado di fare sintesi tra questi soggetti, condizione indispensabile per politiche sociosanitarie realmente integrate e prossime ai bisogni delle persone.
La scelta di non adottare per ASUIT un modello organizzativo che includa e integri pienamente anche la rete territoriale diffusa rischia, da un lato, di riprodurre i “silos” tra sanità ospedaliera e sanità territoriale, in aperto contrasto con i principi ispiratori del DM 77, e, dall’altro, di ostacolare una effettiva complementarità tra i servizi erogati a livello ospedaliero‑centrale e quelli territoriali, per l’assenza di un solido raccordo tra dimensione sanitaria e dimensione sociale. In assenza di questa integrazione, il rischio è che la nuova azienda sanitaria universitaria accentui la distanza tra centro e periferia, lasciando irrisolte le criticità su liste d’attesa, continuità delle cure e accesso equo ai servizi per le persone fragili, in contrasto con la ratio delle riforme nazionali orientate all’universalismo e alla prossimità.
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Per la Consulta provinciale per la Salute
la Presidente dott.ssa Elisa Viliotti
