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DE BERTOLINI (CONSIGLIO PAT – PD) – PROPOSTA DI MOZIONE * SETTORE VITIVINICOLO: «NECESSARIO COSTITUIRE UN TAVOLO PARITETICO, PER IL FUTURO DEL NOSTRO TERRITORIO»

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14.44 - mercoledì 27 agosto 2025

(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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Proposta di mozione . Oggetto: Settore vitivinicolo trentino: la necessità di un tavolo paritetico su questioni di prima attualità per il futuro del nostro territorio. Con la legge n. 238 del 12.12.2016, cd Testo Unico del vino, il legislatore nazionale ha inteso disciplinare in modo organico, come indicato dalla stessa rubrica della legge, la coltivazione della vite, la produzione e il commercio del vino.

Ai fini della presente proposta di mozione merita porre l’accento sulle seguenti disposizioni Art. 39 “Gestione delle produzioni”: con riferimento alla classificazione di vini DOP, DO e IG, che attribuisce alle Regioni competenze specifiche con riferimento al contenimento produttivo per stabilizzare il funzionamento del mercato dei vini e conseguire l’equilibrio.

Art. 41 “Consorzi di tutela”: norma e disciplina i Consorzi di tutela (CT). Organismi riconosciuti dal Ministero competente a composizione privatistica ma con funzioni e prerogative pubblicistiche.

Sulla base di tale normativa nazionale, è stato costituito il Consorzio di tutela “Vini del Trentino”.
I Consorzi di tutela sono dunque soggetti centrali strategici per la tutela, la promozione e la salvaguardia delle denominazioni di origine. Non a caso la riforma sulle indicazioni geografiche a livello europeo, approvata dal Parlamento europeo il 28 febbraio 2024, ha riconosciuto l’importanza del loro ruolo, definendone anche ulteriori funzioni.

Nel nostro Paese vige una disciplina specifica dei Consorzi, riferita all’articolo sopra citato del Testo Unico del vino e al decreto ministeriale attuativo del 18 luglio 2018 n. 232 232. Il comma 1 dell’art. 41 del Testo unico sul vino definisce le finalità che i consorzi possono perseguire:

“ a) avanzare proposte di disciplina regolamentare e svolgere compiti consultivi relativi alla denominazione interessata, nonché collaborativi nell’applicazione della presente legge;

b) svolgere attività di assistenza tecnica, di proposta, di studio, di valutazione economico-congiunturale della DOP o IGP, nonché ogni altra attività finalizzata alla valorizzazione della denominazione sotto il profilo tecnico dell’immagine;

c) collaborare, secondo le direttive impartite dal Ministero, alla tutela e alla salvaguardia della DOP o dell’IGP da abusi, atti di concorrenza sleale, contraffazioni, uso improprio delle denominazioni tutelate e comportamenti comunque vietati dalla legge; collaborare altresì con le regioni per lo svolgimento delle attività di competenza delle stesse;

d) svolgere, nei confronti dei soli associati, le funzioni di tutela, di promozione, di valorizzazione, di informazione del consumatore e di cura generale degli interessi della relativa denominazione;
e) effettuare, nei confronti dei soli associati, attività di vigilanza prevalentemente rivolte alla fase del commercio, in collaborazione con l’ICQRF e in raccordo con le regioni.“

Nel caso il Consorzio di tutela sia rappresentativo di una compagine sociale significativa – ovvero 40% dei viticoltori e 66% della produzione certificata – la norma assegna ulteriori funzioni, che possono essere svolte nei confronti anche dei non aderenti al consorzio stesso. Si tratta delle c.d. funzioni “erga omnes” che sono dettagliate al comma 4 dell’art. 41:

“a) definire, previa consultazione dei rappresentanti di categoria della denominazione interessata, l’attuazione delle politiche di gestione delle produzioni di cui all’articolo 39, al fine di salvaguardare e tutelare la qualità del prodotto a DOP o IGP e contribuire ad un migliore coordinamento dell’immissione sul mercato della denominazione tutelata, nonché definire piani di miglioramento della qualità del prodotto;

b) organizzare e coordinare le attività delle categorie interessate alla produzione e alla commercializzazione della DOP o IGP;

c) agire, in tutte le sedi giudiziarie e amministrative, per la tutela e la salvaguardia della DOP o dell’IGP e per la tutela degli interessi e dei diritti dei produttori;

d) esercitare funzioni di tutela, di promozione, di valorizzazione, di informazione del consumatore e di cura generale degli interessi della relativa denominazione;

e) svolgere azioni di vigilanza da effettuare prevalentemente nella fase del commercio in collaborazione con l’ICQRF e in raccordo con le regioni.”
Si evidenzia in modo chiaro, dunque, il ruolo pubblico dei consorzi e, conseguentemente, la necessità che la loro governance sia rispettosa della rappresentanza e della proporzionalità di tutti i protagonisti della filiera vitivinicola.

Così, nel corso degli ultimi anni, con riguardo alle esperienze nazionali degli enti a tutela del settore vitivinicolo ed alle loro governance si è sviluppato un dibattito di sempre più nitida attualità sull’intero territorio nazionale. In particolare, ci si sta interrogando con sempre maggior attenzione se ed in che modo, in concreto, le grammatiche statutarie previste per disciplinare la rappresentanza dei Consorzi di tutela, siano state ed abbiano dato prova di esser effettivamente idonee a garantire il pluralismo di tutti gli attori protagonisti interessati. Con ciò dando conto dell’importante non trascurabile sotteso della effettiva affidabilità democratica di Enti che seppur a partecipazione privata hanno tuttavia, per fonte normativa, esclusive prerogative, funzioni e competenze di natura pubblicistica.

Peraltro, noto è come tale dibattito non sia estraneo anche al nostro territorio provinciale, considerato che già dal 2015 la quasi totalità delle aziende vitivinicole trentine a filiera verticale – che svolgono ovvero tutte le fasi della produzione – sono fuoriuscite dal Consorzio Vini del Trentino, fondando un proprio soggetto di rappresentanza – il Consorzio Vignaioli del Trentino – che, pur con tutt’altre caratteristiche e finalità, associa e unisce ad oggi più di 80 aziende vitivinicole.

Ebbene, a livello nazionale, con riferimento ai sistemi di voto assembleari concepiti per disegnare i contenuti rappresentativi dei consigli di amministrazione dei Consorzi di tutela italiani, quel che emerge (anche in ragione dell’uso invalso dello strumento delle deleghe di voto multiple) è l’esser questi contraddistinti nella prevalenza degli Statuti da modelli di voto cd “ponderale” che privilegiano, nel paniere dei singoli consorziati, coloro i quali hanno le maggiori quantità di prodotto (sia esso da intendersi come uve, vino o bottiglie).

Ciò inevitabilmente ha incentivato (ed è questo il punto fermo che ha aperto quel dibattito di cui si dava conto) circuiti di rappresentanze che tendono, se non ad anonimizzare, quantomeno a marginalizzare i consorziati che per ragioni contingenti o comunque per scelte imprenditoriali più o meno necessitate, optino per concentrarsi sulla qualità a fronte di una dimensione quantitativa ridotta.

Peraltro, rispetto a questo tema preme rilevare come la normativa nazionale di cui al T.U. n. 238/2016 non declini in modo vincolante i modelli di voto e quindi come tale disciplina sia lasciata all’autonomia di ogni singolo Consorzio di tutela. Per certo, tuttavia, l’obiettivo di una effettiva capacità rappresentativa non può non essere ritenuto primario soprattutto ove si riconosca come il Consorzio di tutela assuma su di sé funzioni e prerogative di rilevanza cruciale (come detto, pubblicistiche) per tracciare le linee dello sviluppo delle politiche vitivinicole dei territori.

Interessante in tal senso il recente caso del Consorzio Tutela Vini dell’Oltrepò Pavese, che proprio perché sensibile ai contenuti di questa premesse afferente ai modelli organizzativi che regolano la rappresentanza all’interno dei Consorzi di tutela stessi, ha recentemente modificato il proprio Statuto e al contempo il disciplinare della DOCG, con un consenso pressoché unanime e trasversale.

Offrendo una concreta testimonianza di come la condivisione di modelli di governance virtuosi – in quanto maggiormente rappresentativi – non solo sia una necessità per meglio tutelare e perseguire i propri obiettivi ma vada di pari passo con l’urgenza di riformare le produzioni in termini qualitativi Ora e peraltro, proprio con riferimento a quest’ultimo aspetto – le qualità delle produzioni vitivinicole – in via ulteriore a quanto sin qui esposto rispetto agli assetti di carattere organizzativo del Consorzio di tutela, risaltano alcuni dati non ignorabili.

Bene, infatti, sappiamo come in questo momento storico l’intero settore vitivinicolo nazionale – e così certamente quello provinciale – stia vivendo una fase acuta di sofferenza ed estrema delicatezza. Il calo dei consumi è un dato noto incontrovertibile. Più che preoccupante. Uno scenario serio e complesso alla base del quale si rinvengono eziologie multilivello che già hanno esitato effetti nocivi e (de)generativi di un progressivo e complessivo impoverimento dell’intero settore e che finanche si stanno riverberando nei termini di abbandono dei territori.

Pare opportuno citare in proposito il Prof. Attilio Scienza che in un suo scritto così si è espresso. “Bastano pochi dati per comprendere che la viticoltura del nostro Paese sta attraversando una fase di profondi cambiamenti, forse i più importanti dallo scandalo del metanolo degli anni ’80. Vicino a fenomeni noti da tempo, quali la diminuzione dei consumi interni e il rallentamento delle esportazioni, si evidenziano alcune tendenze che avranno un forte impatto sulle caratteristiche strutturali della viticoltura italiana dei prossimi anni.

Le cause sono molteplici e, in parte, vanno ricondotte ai processi di globalizzazione e internazionalizzazione che investono i mercati mondiali del vino e, in parte, alla rigidità del sistema produttivo che caratterizza la coltivazione della vite. Questi scenari, che apparivano fino a qualche tempo fa molto lontani, stanno impattando molto rapidamente sull’economia del vino europeo.”
Ebbene, questo scenario rischia oggi di subire un’importante accelerazione negativa rispetto al trend già registrato a causa di stravolgimenti politici internazionali. I dazi dapprima minacciati poi effettivamente imposti dagli Stati Uniti, nella misura parrebbe del 20% per l’Unione Europea, possono concorrere in modo marcato, repentino e drastico a metter in ginocchio l’intero settore vitivinicolo trentino che nell’export verso gli Stati Uniti trova uno dei maggiori mercati. Senza volontà allarmistiche non può tuttavia sottacersi del grave momento.

Già lo scorso 26 marzo, Il Sole 24Ore dava conto di come la sola minaccia di introduzione di dazi avesse immediatamente prodotto effetti infausti, “congelando” ordini di importatori americani, bloccando quindi la spedizione via nave dal porto di Livorno di container di vino pronti per la spedizione ed ancor oggi giacenti in un limbo di incertezza.

Riscontrando in tal modo l’autorevole fonte dell’Unione Italiana Vini la quale, in un precedente comunicato ufficiale del 28 febbraio, aveva anticipato come l’introduzione di dazi statunitensi per il nostro Paese “determinerebbe una quasi totale uscita dal mercato” con “un conto da quasi 1 miliardo di euro solo per l’export”. Dati questi chiariti ancor meglio per voce del suo presidente Lamberto Frescobaldi e riportate da laddove specificava come “il 98% del vino italiano esportato negli Usa rischia un vero e proprio salto nel buio. Si tratta di quello di categoria ‘popular’, pari a oltre l’81% dell’export nel mercato statunitense, e di quello ‘premium’, categoria immediatamente superiore, pari al 17%.

L’81% è quello che costituisce l’ossatura delle esportazioni italiane verso gli Stati Uniti e che cuba ben 2,9 milioni di ettolitri (su un totale di 3,6 milioni).”
Proprio Frescobaldi proseguiva dando conto della necessità di reagire con tempestività e decisione con un piano di contingenza inevitabilmente pluriennale in tre direzioni.

Agendo (primo livello) in via negoziale diplomatica cercando di arginare il rischio dazi e (secondo) a livello comunitario per metter a punto misure compensatorie e di promozione. Ma anche ed infine (terzo livello) a livello nazionale affrontando in modo franco il tema annoso del contenimento produttivo.

È peraltro appena il caso di dire come proprio con riferimento a quest’ultimo livello di interventi auspicati – quello del contenimento delle produzioni – esso sia sensibile e cruciale anche e soprattutto per il nostro settore vitivinicolo provinciale. E per tali ragioni, ancor più oggi, appare necessario dar corso ad un dibattito virtuoso ormai non più procrastinabile per pianificare in modo strategico il futuro delle nostre produzioni e la tutela dei nostri produttori ed imprenditori che con il loro vino – il nostro vino – ambiscono a rappresentare a livello nazionale ed internazionale uno dei brand più caratteristici e qualificanti del nostro territorio e delle nostre comunità.

 

Tutto ciò premesso il Consiglio provinciale impegna la Giunta provinciale

costituire un tavolo paritetico che, in coerenza alle specifiche competenze di cui la PAT è espressione, concorra al garantire la dialettica fra tutti i protagonisti del settore vitivinicolo provinciale per un confronto urgente che ponga i seguenti obiettivi:

· individuare e predisporre un piano pluriennale anche attraverso il contributo scientifico della Fondazione Mach;

· modificare le modalità di rappresentanza del Consorzio di tutela per meglio garantire in modo effettivo l’affidabilità democratica ed il pluralismo dell’Ente stesso, secondo un principio di equilibrata rappresentanza, rappresentatività e proporzionalità fra viticoltori, vinificatori, imbottigliatori ed a tal fine anche valorizzando quei soggetti in grado di esprimere tutte le tre fasi della filiera verticale che dalla vigna porta alla bottiglia;

· definire i nuovi orientamenti per la qualificazione e il miglioramento delle produzioni vitivinicole, puntando anche al contenimento produttivo, alla zonazione viticola e alla valorizzazione dei vitigni autoctoni e tradizionali.

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Andrea De Bertolini – Consiglio Provincia autonoma Trento (Pd del Trentino)

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