Gentile direttore Franceschi,
l’immaginazione degli economisti. I lettori dei giornali dovrebbero sapere una cosa: l’economia neoclassica, così gettonata negli articoli che esaminano il futuro di Dolomiti Energia, è una disciplina basata su assunti non dimostrati (è insomma una mera ipotesi): equilibrio generale, razionalità degli agenti economici e altri punti base non sono MAI stati dimostrati e furono alla base della domanda famosa che la regina Elisabetta rivolse ai suoi economisti dopo la crisi del 2008: “Perché nessuno se n’è accorto?” E sapete cosa risposero dopo un anno di ponzamenti i brillanti economisti inglesi, maestri dei nostri? Fu «un fallimento dell’immaginazione collettiva» di molte persone brillanti che non avevano saputo comprendere i rischi del sistema economico nel suo complesso.
Il problema sta proprio qua: l’economia tradizionale non è capace di comprendere i rischi del sistema economico nel suo complesso, ossia di quel che il mercato genera di continuo: crisi e instabilità. Usare i soli criteri aziendali come fanno certi commentatori, molto in auge in questi giorni, per commentare il futuro di DE è dunque un grave errore concettuale. Il baco fondamentale dell’economia è l’esclusione del contesto naturale ed umano effettivo dai propri ragionamenti.
Quest’anno in Trentino le precipitazioni hanno accumulato nei primi 6 mesi dell’anno rispetto alla media degli ultimi 35 anni un enorme deficit dell’ordine del 50%: piove molto poco e quando lo fa, piove talmente tanto e talmente in fretta da impedire a volte perfino di accumulare quello che cade, che potrebbe mettere in crisi gli impianti o perfino in pericolo. Purtroppo queste considerazioni sono basate su numeri che non ammettono replica: pioverà sempre meno ma soprattutto pioverà in modo imprevedibile (nevicherà sempre meno, la riduzione del manto nevoso è già a più del 50%).
Invece le nostre esigenze elettriche aumenteranno e anche tanto; la transizione ecologica ci costringerà ad aumentare i consumi elettrici almeno di 3 o quattro volte da circa 3-3.5 TWh/anno ad oltre 10-12 e non sarà possibile aumentare di converso le capacità idroelettriche che risulteranno molto altalenanti. Come potremo reagire a questi sicuri problemi, che a differenza di quelli immaginati dagli economisti, sono basati su fenomeni indubitabili, già in corso? Non si potranno ampliare gli impianti idro, sono già al massimo rispetto al territorio, dovremo investire in altri settori: risparmio energetico degli edifici, mobilità pubblica, generatori eolici e maggiormente fotovoltaici.
Questa ultima scelta può essere supportata ricorrendo ad una struttura che si chiama: comunità energetica, costruire comunità di consumatori che si dotano di generatori FV (o eolici) sui propri tetti o in aree di loro proprietà o se proprio non si può vicino casa, in altre zone e che producono quello che serve e lo mettono in comune, divenendo indipendenti dai problemi del mercato e in parte anche del clima; è un approccio che corrisponde non solo alle migliori tradizioni della terra in cui viviamo, gestire i beni comuni come appunto acqua ed energia, ma anche alle tendenze che si fanno strada in tutto il mondo moderno, anche appoggiate dalle leggi vigenti (le comunità energetiche costituiscono
l’applicazione della direttiva europea RED II (UE 2018/2001) mediante la Legge n. 8/2020).
La proposta di far andare in borsa DE viceversa, allo scopo di trovare a basso costo capitali per grandi investimenti, corrisponde alla scommessa di trovare i soldi in un ambiente dove i capitali non mancano ma si scommette su tutto, con alti e bassi continui, giornalieri. Figuratevi il corto circuito fra la instabilità tipica del mercato borsistico, che amplifica ogni minima incertezza e la intrinseca incertezza delle precipitazioni che sono influenzate da un clima che avrà nella sua imprevedibilità la novità più rilevante.
Due scommesse che si sommeranno, che non saranno mitigate da nulla se non la proprietà del bene, dell’acqua e del territorio e che dunque ne metteranno in questione la certezza. Come risponderà DE a richieste energetiche non più locali ma nazionali, dunque maggiori e contemporaneamente a quelle della Borsa che è spinta solo dai dividendi assicurati? Scommesse che si sommano a scommesse introducendo proprio quello che distrugge i beni comuni: la mancanza di regole certe e di reciproca fiducia; gli investitori mondiali lontani dal Trentino saranno alle prese con i loro problemi climatici, mentre noi non saremo pronti a gestire i nostri.
DE non deve andare in Borsa ma deve promuovere la più ampia costituzione possibile di Comunità energetiche locali, che rispondono alla tradizione trentina e che aiuteranno a fare gli investimenti tramite le risorse del territorio. Resilienza. Che vuol dire essere in grado di superare le difficoltà che certamente ci saranno, che ci sono già, ce lo dice il caldo impossibile di questi giorni e queste notti, che è, purtroppo, una anticipazione del futuro. I nostri figli penseranno a questi anni come i più freschi della loro vita; e se DE andrà in Borsa li ricorderanno come gli ultimi di una stagione in cui si sarebbe potuto salvare il salvabile, ma si è preferito seguire l’immaginazione di alcune persone brillanti che non han saputo prevedere i rischi del sistema economico nel suo complesso; parola della compianta regina Elisabetta II!
*
Claudio Della Volpe è professore di Chimica-Fisica in pensione e Presidente del Comitato per il referendum contro l’andata in Borsa di DE.
