Di Luca Franceschi
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Gianfranco Rotondi, presidente della Democrazia Cristiana e deputato di Fratelli d’Italia, ha avanzato una proposta ambiziosa al ministro della Pubblica Amministrazione Zangrillo per contrastare lo spopolamento dei piccoli borghi italiani. La sua tesi, illustrata in un articolo pubblicato su Huffington Post, muove da uno studio scientifico della CGIA di Mestre che esamina il fenomeno dell’abbandono delle province italiane con estremo rigore metodologico.
Contrariamente a quanto comunemente si crede, lo spopolamento non è una caratteristica esclusiva del Sud Italia. La ricerca dimostra che la fuga dai centri minori riguarda indistintamente provincie come Avellino e Rovigo, Frosinone e Mestre. Il fenomeno si concentra soprattutto sulla generazione dei giovani tra i 15 e 34 anni, rappresentando la forma più acuta di emigrazione interna. Nel Meridione si osserva un’evidente tendenza all’abbandono dei piccoli centri e delle città medie a favore delle grandi metropoli del Nord o di destinazioni estere.
Le analisi convenzionali identificano i responsabili dello spopolamento in fattori come la carenza di infrastrutture, l’assenza di opportunità lavorative e l’insufficienza di servizi. Questi elementi sono indubbiamente rilevanti, tuttavia non spiegano completamente il fenomeno. La vita nelle grandi città non rappresenta affatto un eldorado per questi giovani: costretti a vivere in camerate condivise o in piccole stanze con bagni comuni, affrontano un costo della vita sempre più insostenibile. Le loro motivazioni per partire affondano le radici sia in ragioni di necessità sia in spinte emotive e culturali. Le metropoli offrono prospettive di reddito immediato e progetti ambiziosi, insieme al fascino della sfida e alla curiosità verso il nuovo.
Rotondi critica le teorie diffuse sul futuro dei borghi e delle aree interne. Anche quando le infrastrutture viarie migliorano, come nel caso degli assi autostradali, tendono a facilitare lo svuotamento delle zone periferiche piuttosto che il loro sviluppo. La vera questione riguarda l’assenza di lavoro e la difficoltà a crearlo localmente. Dove esiste una tradizione consolidata nel settore manifatturiero, industriale o turistico, lo spopolamento non rappresenta un problema significativo. Il deficit principale è costituito dalla carenza di posti di lavoro, un elemento che non può essere risolto semplicemente attraverso decreti governativi.
Rotondi rigetta le soluzioni proposte da posizioni populiste, come il reddito di cittadinanza, definendole inaccettabili. Propone invece di attingere dall’esperienza storica: i borghi del passato erano centri di eccellenza culturale dove lo studio rappresentava la principale forma di intrattenimento. Gli studenti meritevoli lasciavano i paesi per diventare impiegati pubblici, concorrendo per incarichi nella burocrazia statale. Anche se costretti a trasferirsi, mantenevano un collegamento con le loro comunità d’origine.
La pandemia di Covid ha trasformato radicalmente l’organizzazione del lavoro introdurendo modalità di lavoro da remoto e riunioni in piattaforma digitale. Queste innovazioni rappresentano ormai uno standard irrinunciabile nelle aziende più avanzate. Perché lo Stato non dovrebbe adottare lo stesso modello? La perpetuazione di una struttura burocratica centralizzata a Roma comporta costi enormi: affligge una metropoli già in difficoltà e costringe i neoassunti, soprattutto meridionali e storicamente protagonisti dei concorsi pubblici, a rinunciare agli incarichi perché gli stipendi non coprono le spese abitative.
La soluzione suggerita è importare dal settore privato il modello del lavoro da remoto, creando hub provinciali con postazioni comuni dove i dipendenti pubblici possano operare da remoto. Questo prevederebbe ritorni periodici a Roma per esigenze di coordinamento e una organizzazione del lavoro da casa basata sul raggiungimento di obiettivi concreti. Una trasformazione di questa portata rappresenterebbe una risposta significativamente più efficace della consueta proliferazione di convegni e tavole rotonde. Secondo Rotondi, questa rivoluzione organizzativa non solo affronterebbe concretamente l’emergenza dello spopolamento, ma ridarebbe al Sud una funzione coerente con la sua storia e le sue potenzialità.
