Di Luca Franceschi
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Le manifestazioni di Bologna, che si sono svolte in occasione dell’anniversario dell’uccisione di Carlo Giuliani, mettono in evidenza come a distanza di venticinque anni dagli eventi di Genova, l’Italia continui a registrare importanti carenze nel quadro normativo relativo alle forze dell’ordine. Restano ancora assenti il codice identificativo, le bodycam obbligatorie e regole di ingaggio vincolanti, mentre al contrario è stato introdotto lo scudo penale.
La morte di Abderrahim Fakir rappresenta un caso emblematico di questa situazione. L’uomo è deceduto ammanettato a terra mentre gridava aiuto. Nel caso della sua morte è stata applicata una delle prime volte la norma che prevede di non iscrivere gli operatori nel registro degli indagati quando risulti evidente una causa di giustificazione. I familiari che cercavano giustizia si sono trovati di fronte a cariche, idranti e lacrimogeni.
Durante i disordini di Bologna è stato limitato anche il diritto di cronaca. Il servizio trasmesso dalla TGR Emilia-Romagna non è andato in onda e un giornalista dell’Espresso è stato aggredito con il manganello mentre svolgeva la sua professione.
I Giovani Comunisti e le Giovani Comuniste hanno formulato una serie di rivendicazioni specifiche: l’abrogazione dello scudo penale, l’introduzione del codice identificativo obbligatorio e visibile per gli operatori, l’attivazione costante delle bodycam e una riforma complessiva delle regole di ingaggio. Sottolineano che la loro battaglia non è diretta contro gli agenti in quanto tali, bensì contro un sistema che nella sua attuale configurazione garantisce l’impunità. Esprimono inoltre la loro piena solidarietà alla famiglia di Abderrahim Fakir.
