(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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L’associazione Più Democrazia in Trentino ha deciso di impugnare la modifica dello Statuto del Comune di Trento che introduce la cosiddetta “cittadinanza di comunità”.
La decisione potrebbe apparire sorprendente, soprattutto perché da sempre sosteniamo l’esigenza di ampliare gli spazi di partecipazione delle persone che vivono stabilmente nel nostro territorio, indipendentemente dalla loro cittadinanza.
Per questo motivo è importante chiarire subito un punto: il ricorso non nasce per contestare l’obiettivo dell’inclusione, ma il metodo seguito per raggiungerlo e l’inadeguatezza dello strumento scelto.
Un confronto pubblico rimasto soltanto formale
Una modifica dello Statuto comunale dovrebbe rappresentare uno dei momenti più alti della democrazia locale.
Le regole fondamentali della comunità non dovrebbero essere elaborate esclusivamente all’interno delle sedi istituzionali, per poi essere presentate ai cittadini quando le decisioni politiche sono ormai sostanzialmente definite.
Nei mesi scorsi la nostra associazione aveva chiesto formalmente di essere informata sull’eventuale revisione dello Statuto e dei regolamenti relativi agli istituti di partecipazione. Parallelamente, nell’ambito della consultazione pubblica sul PIAO, avevamo presentato osservazioni per rafforzare la partecipazione, la trasparenza e gli strumenti di e-democracy.
La stessa Amministrazione aveva riconosciuto l’interesse delle nostre proposte, precisando che sarebbero potute essere valutate nell’ambito della revisione degli strumenti di partecipazione.
Ci saremmo quindi aspettati che una modifica statutaria così significativa fosse accompagnata da un vero processo deliberativo aperto alla cittadinanza.
Così non è stato.
Il confronto si è svolto prevalentemente all’interno degli organi politici, mentre cittadini, associazioni e portatori di interesse non hanno avuto l’opportunità di contribuire alla costruzione della proposta nelle sue fasi iniziali.
Un simbolo che non riconosce nuovi diritti
Anche nel merito la modifica approvata presenta un limite evidente.
La “cittadinanza di comunità” ha un indubbio valore simbolico, ma non attribuisce ai cittadini di Paesi terzi nuovi diritti di partecipazione né rimuove gli ostacoli che ancora oggi limitano il loro pieno coinvolgimento nella vita pubblica locale.
Il rischio è quello di affidare ai simboli un compito che dovrebbe invece essere assolto attraverso il riconoscimento di situazioni giuridiche concrete.
La nostra associazione ritiene che la prospettiva debba essere un’altra.
L’obiettivo dovrebbe essere quello di promuovere una progressiva equiparazione tra cittadini dell’Unione europea e cittadini di Paesi terzi residenti, riconoscendo entrambi come persone stabilmente inserite nella comunità locale e titolari di situazioni attive e passive — diritti e doveri, individuali e collettivi — essenziali per una convivenza civile, dignitosa e libera da discriminazioni ingiustificate.
Naturalmente un simile percorso richiede interventi normativi di livello statale ed europeo. Tuttavia anche gli enti locali possono svolgere un ruolo importante, favorendo la partecipazione, eliminando gli ostacoli burocratici e costruendo processi decisionali realmente inclusivi.
La partecipazione non può essere soltanto evocata
L’inclusione non si realizza soltanto attraverso una dichiarazione di principio inserita nello Statuto.
Si realizza coinvolgendo realmente le persone interessate nella definizione delle regole della comunità.
Per questo riteniamo che una modifica statutaria di tale rilievo avrebbe dovuto essere accompagnata da una consultazione pubblica autentica, capace di raccogliere osservazioni, proposte ed esperienze provenienti dalla società civile prima dell’approvazione definitiva del testo.
Siamo convinti che proprio un confronto aperto avrebbe consentito di costruire uno strumento più efficace, magari raccogliendo elementi utili anche per la futura disciplina attuativa della “cittadinanza di comunità”.
Perché pubblichiamo il ricorso
Abbiamo deciso di rendere pubblico il ricorso perché crediamo che il dibattito non debba fermarsi all’approvazione di una modifica statutaria.
Al contrario, auspichiamo che questa vicenda diventi l’occasione per riflettere sul significato stesso della partecipazione democratica.
Una comunità si costruisce certamente attraverso i simboli, ma soprattutto attraverso il coinvolgimento delle persone nelle decisioni che la riguardano.
Una cittadinanza realmente partecipata vale molto più di una cittadinanza soltanto simbolica.
Allegati:
Ricorso presentato il 17 luglio 2026
Delibera 114/2026 dell’8 luglio 2026
