(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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“Nato per correre”, destinato a restare.
Fin dal 1975, quando «Born to Run» ne consacra il genio musicale e lo rende, da subito, il custode dell’anima americana.
Un anno prima, però, lo aveva già capito il produttore John Landau che, tra il pubblico, ne rimane folgorato: «Ho visto il futuro del rock and roll, il suo nome è Bruce Springsteen».
La sua leggenda è al centro di «Bruce Springsteen: Born To Rock» in onda giovedì 16 luglio alle 23.25 su Rai 5.
Lo speciale mostra che la corsa di Springsteen non è una fuga, ma il tentativo di allontanarsi abbastanza da poter tornare a guardare casa.
Quella nel New Jersey operaio di Freehold dove cresce tra un padre inquieto che «faceva difficoltà a fare i conti con la vita e con il lavoro» e una madre che gli insegna a stare dalla parte dei lavoratori.
Da qui nasce la sua voce ruvida e compassionevole, che canta le sofferenze paterne («un archetipo delle mie canzoni») e gli permette di alleviare le sue: «Quando suonavo trovavo un centro di gravità e scacciavo la tristezza».
Da qui vengono le strade notturne, le fabbriche, le automobili e gli uomini delle sue canzoni che vedono restringersi il proprio posto nel mondo.
Uomini che Springsteen ascolta.
È per questo che la sua America non è celebrata né condannata bensì criticata, con rabbia.
Proprio perché tanto forte è anche l’amore che sente verso di lei.
In «The River» il sogno di una vita comune si spezza contro la disoccupazione e la chiusura delle fabbriche.
«Born in the U.S.A.» custodisce la solitudine di un reduce dimenticato.
Il sogno americano, allora, resta necessario proprio perché la realtà continua a tradirlo.
Sul palco, però, questa tensione si scioglie.
Con la E Street Band il confine con il pubblico evapora.
I concerti diventano una forma di comunione.
Springsteen attraversa il palco, chiama i fan dentro lo spettacolo e suona «fino all’ultima stilla di sudore».
C’è chi vede proprio qui il suo segreto: «non si risparmia mai», «lavora sodo», «ha fatto sì che tutti lo amassero più di Gesù», dicono.
Perché riesce a far sentire ciascuno parte di qualcosa.
È questa fedeltà, più ancora del successo, a spiegare perché “The Boss” sia rimasto il paladino dell’uomo qualunque.
Dopo l’11 settembre ascolta le famiglie del New Jersey e da quelle voci nasce «The Rising».
Quando racconta la deindustrializzazione, pensa a chi vede dissolversi con la fabbrica anche il proprio posto nel mondo.
Da quel 1975, da quando ha iniziato a correre, la strada è stata lunga, ma il punto da cui guardare l’America non è mai cambiato: «Ho passato la vita a misurare la distanza tra il sogno americano e la realtà».
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