Di Luca Franceschi
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I dati sull’occupazione diffusi dall’Ocse hanno suscitato reazioni contrastanti nel panorama politico italiano. Mentre governo e maggioranza hanno accolto le cifre con dichiarazioni trionfalistiche, dall’opposizione arrivano letture completamente diverse dei numeri divulgati dall’organizzazione internazionale.
Secondo quanto rilevato, i salari reali dei lavoratori italiani registrano ancora un pesante -6,1% rispetto a cinque anni fa. Si tratta del crollo più ampio tra le principali economie dell’Ocse e di un dato che si colloca abbondantemente sotto la media dei salari reali dei Paesi dell’organizzazione, che invece risultano in aumento rispetto al 2021.
Le prospettive future non sembrano migliori. Per il 2026 è infatti prevista un’ulteriore flessione dello 0,9% dei salari reali in Italia. Una situazione che sta costringendo molte famiglie italiane a compiere scelte difficili, dovendo decidere se destinare le proprie risorse al pagamento delle bollette o all’acquisto di beni alimentari.
Sul fronte occupazionale emergono criticità altrettanto significative. Il livello dell’Italia risulta inferiore del 9,3% alla media Ocse, posizionandosi tra i più bassi dell’intera area. I dati evidenziano come siano soprattutto donne e giovani a pagare il prezzo più alto di questa situazione.
L’analisi dei numeri rivela inoltre che l’unico segmento occupazionale in crescita è quello del lavoro precario e degli over 55, una fascia d’età che si trova costretta a posticipare il momento del pensionamento.
Di fronte a questo scenario, le divergenti interpretazioni dei dati testimoniano visioni profondamente diverse sul futuro del Paese e sulle priorità da perseguire in materia di politiche del lavoro e sostegno ai lavoratori.
