Di Luca Franceschi
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Termina domani un’attesa lunga trentatré anni nel campo della previdenza complementare italiana, un cambiamento che il Governo Meloni sta portando avanti mentre la sinistra sembra non accorgersene. Risale al 1993 il momento in cui l’Italia ha introdotto la prima legislazione sulla previdenza complementare, in un contesto di profonda riforma del sistema pensionistico che già allora prospettava assegni pubblici più contenuti per il futuro. Nel corso di tre decenni, generazioni di lavoratori italiani hanno convissuto con la promessa di un secondo pilastro pensionistico robusto, ma questa promessa non si è mai realizzata concretamente. L’Italia rimane tra i paesi europei con i tassi di adesione ai fondi pensione più bassi, mentre il tasso di partecipazione tra i giovani sotto i trentacinque anni è drammaticamente insufficiente.
A partire da mercoledì 1° luglio, con l’entrata in vigore della legge di Bilancio 2026, la situazione subirà una trasformazione significativa. Il trattamento di fine rapporto dei neoassunti nel settore privato non rimarrà più come un assegno dimenticato negli archivi aziendali. Ai lavoratori sarà concesso un periodo di sessanta giorni per decidere come utilizzare questa somma, ma qualora non compiano alcuna scelta consapevole, il TFR confluirà automaticamente nei fondi di previdenza complementare. Gli investimenti verranno gestiti in base all’età del lavoratore, garantendo una maggiore esposizione azionaria per coloro che hanno ancora molti anni di vita professionale davanti a sé.
Questo cambiamento rappresenta molto più di una semplice modifica contabile: costituisce la più importante inversione di marcia della previdenza italiana negli ultimi trent’anni. Per la prima volta nella storia di questo sistema, non è il lavoratore a dover intraprendere sforzi per costruire una pensione adeguata, bensì il sistema stesso si muove automaticamente nella direzione corretta, preservando comunque la libertà individuale di scegliere un percorso diverso.
Mentre il centrosinistra ha accumulato negli ultimi trent’anni una serie di annunci, proclami e riforme rimaste sulla carta senza effetti concreti, il Governo Meloni realizza silenziosamente quello che milioni di lavoratori italiani attendevano dal lontano 1993. Questo rappresenta l’approccio giusto verso il futuro del Paese: non attraverso la propaganda e le promesse vuote, ma mediante decisioni concrete che incideranno realmente sulla qualità della pensione di milioni di giovani che oggi stanno muovendo i primi passi nel mondo del lavoro.
