Di Luca Franceschi
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Le perquisizioni disposte dal ROS su richiesta della Procura di Roma, riguardanti ipotesi di corruzione e rivelazione del segreto d’ufficio nell’ambito del Ponte sullo Stretto, rappresentano una questione che il Governo non può permettersi di ignorare. Per troppo tempo, sollevare interrogativi di natura tecnica, ambientale, economica o giuridica su questa infrastruttura è stato considerato quasi un atto eversivo nei confronti del progetto.
Le rivendicazioni di trasparenza sono state sistematicamente relegate a ruolo di ostacolo da superare, mentre i controlli sono stati trattati come nemici dell’opera piuttosto che come strumenti di verifica necessari. Un progetto che comporta un investimento superiore ai 15 miliardi di euro – caratterizzato da evidenti carenze tecniche, ambientali e procedurali già evidenziate dalla Commissione europea – richiede una gestione rigorosa e responsabile, non può essere condotto secondo la logica della propaganda elettorale.
Nel momento in cui la propaganda viene anteposta alla trasparenza, i rischi diventano effettivi e concreti. Questi pericoli riguardano non soltanto la corretta gestione delle risorse pubbliche e l’integrità delle istituzioni, ma impattano direttamente sui cittadini siciliani e calabresi, i quali attendono infrastrutture utili e funzionali che contribuiscano concretamente allo sviluppo delle loro regioni.
Il Governo ha il dovere di presentarsi in Aula e fornire chiarimenti sulla questione. Le risorse finanziarie stanziate dovrebbero essere destinate allo sviluppo del Sud, non al finanziamento di un’opera che presenta fondamentali problematicità sia dal punto di vista progettuale che da quello amministrativo-procedurale, e che non regge a una verifica seria né sulla carta né nei procedimenti seguiti.
