Di Luca Franceschi
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Secondo quanto riportato in un’inchiesta condotta a Ravenna, emergono situazioni considerate estremamente preoccupanti riguardanti comportamenti di pubblici ufficiali. Gli insulti rivolti alle Forze dell’Ordine rappresentano un’offesa inaccettabile verso donne e uomini che quotidianamente servono lo Stato garantendo la sicurezza dei cittadini.
Ancora più grave risulterebbe l’atteggiamento di chi, ricoprendo incarichi pubblici, ritiene di poter subordinare l’esercizio della propria funzione alle proprie convinzioni personali o ideologiche. Sebbene in uno Stato di diritto il dissenso sia considerato legittimo, esso non può mai tradursi in comportamenti volti a ostacolare o aggirare l’applicazione delle leggi democraticamente approvate.
Chi opera nel servizio pubblico ha il dovere fondamentale di agire con imparzialità e nel rispetto delle istituzioni. Coloro che desiderano modificare le normative dello Stato dispongono di strumenti democratici legittimi: le leggi si cambiano attraverso i procedimenti parlamentari, non negli spazi destinati alle attività professionali.
Chi intende condurre una battaglia politica per modificare norme vigenti ha tutto il diritto di farlo, ma deve agire con trasparenza. Questo comporta l’obbligo di abbandonare il proprio ruolo professionale, partecipare apertamente al dibattito politico e sottoporsi al giudizio degli elettori nelle consultazioni successive. Ciò che non può accadere è utilizzare la propria posizione professionale e l’autorevolezza che ne deriva per intralciare l’applicazione di leggi legittimamente emanate.
Viene espressa piena solidarietà alle Forze dell’Ordine con l’auspicio che venga condotta un’inchiesta completa e approfondita su quanto accaduto. Difendere la legalità e l’imparzialità amministrativa significa difendere la credibilità dello Stato e mantenere la fiducia dei cittadini nelle sue istituzioni.
