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PD – PARTITO DEMOCRATICO: «STRAGE CAPACI: RUOTOLO NON ARCHIVIA, NON DIMENTICA, CONTINUA A CERCARE LA VERITÀ»

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09.37 - sabato 23 maggio 2026

Di Luca Franceschi
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Trentaquattro anni fa, precisamente il 23 maggio 1992, una ferita profonda si è aperta nel cuore dell’Italia con la strage di Capaci. Un attentato che ha portato via vite preziose: il magistrato Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo, e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Questi nomi trascendono la semplice memoria storica per diventare parte viva della storia della Repubblica italiana.

Sandro Ruotolo, europarlamentare e responsabile della memoria del Partito Democratico, sottolinea come la ricorrenza di Capaci rappresenti ben più di una commemorazione. Si tratta di un impegno concreto e di una consapevolezza cruciale: la verità sulla strage non è ancora stata completamente raggiunta. Le parole pronunciate da Giovanni Falcone “Non è stata solo la mafia” continuano a interrogare il Paese a distanza di decenni.

Per questo motivo, la richiesta di verità e giustizia rimane quanto mai attuale. Non riguarda soltanto quanto accaduto a Capaci, ma si estende a via D’Amelio e a tutte le stragi che hanno segnato la storia repubblicana: da Piazza Fontana a Piazza della Loggia, dall’Italicus alla strage di Bologna, fino alla mancata strage dell’Olimpico del 1994. Un filo rosso di sangue e di misteri che impone allo Stato, alla politica e alla società civile un dovere imprescindibile: non archiviare le vicende, non dimenticare i fatti, non smettere mai di ricercare la verità.

La riflessione contemporanea su Capaci deve inoltre tenere conto di come la criminalità organizzata sia profondamente cambiata nel corso dei decenni. La mafia stragista dei corleonesi, caratterizzata da bombe e attacchi frontali allo Stato, appartiene ormai al passato. L’organizzazione criminale moderna agisce con metodi diversi: si insinua progressivamente nei gangli vitali delle istituzioni, dell’economia, della finanza e della politica. Proprio in questi ambiti risiede il pericolo più insidioso: il rischio dell’assuefazione, della normalizzazione, della percezione che fenomeni corruttivi facciano ormai parte naturale del paesaggio sociale.

Gli allarmi lanciati dai magistrati impegnati in prima linea nella lotta alle mafie trovano conferma in questa analisi. La responsabilità della classe politica risulta particolarmente significativa, specialmente nelle regioni meridionali, dove la formazione e la selezione delle élite dirigenti rappresentano questioni strategiche. La controffensiva alle mafie non può esaurirsi in esercizi commemorativi.

Occorre instead tradurre l’impegno nella capacità concreta di innalzare una barriera etica sempre più consapevole e determinata. Una barriera rivolta contro personaggi controversi, contro coloro che dispongono di strumenti per orientare il voto in maniera opaca, contro chi costruisce il consenso attraverso promesse che assumono il sapore di veri e propri ricatti. Il rischio maggiore del presente consiste precisamente nel considerare normale ciò che normale non è, in una normalizzazione delle anomalie che rappresenta la vittoria più pericolosa della criminalità organizzata sulla società civile.

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