Di Luca Franceschi
///
Il Governo Meloni parla ogni giorno di merito, innovazione e futuro, ma il Rapporto annuale Istat 2026 certifica una verità scomoda: l’Italia continua a investire troppo poco proprio su scuola, università e ricerca. A denunciarlo è Antonio Caso, deputato del Movimento 5 Stelle in Commissione Cultura.
Nel 2024 la spesa pubblica destinata all’istruzione si è fermata al 4 per cento del Prodotto interno lordo, a fronte di una media europea che raggiunge il 4,8 per cento. Si tratta di un dato che evidenzia un ritardo strutturale del nostro Paese rispetto agli altri membri dell’Unione Europea.
Anche sul fronte dei laureati il divario risulta preoccupante. Nella fascia d’età tra i 25 e i 34 anni, l’Italia registra appena il 31,6 per cento di laureati, contro il 44,1 per cento della media comunitaria. Una percentuale che ci colloca al penultimo posto in Europa, precedendo soltanto la Romania. Numeri che, secondo Caso, smentiscono ogni propaganda governativa.
Il quadro delineato dall’Istat appare critico anche per quanto riguarda la ricerca scientifica. La spesa in Ricerca e Sviluppo si attesta infatti all’1,4 per cento del Pil, rappresentando il livello più basso tra le grandi economie europee. Un dato che risulta lontanissimo dagli standard tedeschi, dove l’investimento supera il 3 per cento del prodotto interno lordo.
Nel frattempo il Paese continua a perdere capitale umano qualificato. Oltre un dottore di ricerca su dieci, formato interamente nelle università italiane, si trova a lavorare all’estero già nei primi anni successivi al conseguimento del titolo. Una fuga di cervelli che impoverisce il sistema produttivo e scientifico nazionale.
L’Istituto nazionale di statistica evidenzia chiaramente come scuola, università e ricerca rappresentino elementi decisivi per la crescita economica, l’occupazione e la mobilità sociale. Tuttavia, in assenza di investimenti concreti, salari dignitosi, stabilizzazione dei ricercatori e valorizzazione delle competenze, il rischio concreto è quello di continuare a formare giovani talenti che altri Paesi sapranno trattenere meglio dell’Italia.
Secondo il deputato pentastellato non si tratta di un destino ineluttabile, ma di una precisa scelta politica dell’esecutivo Meloni, che preferirebbe destinare risorse agli investimenti in armamenti piuttosto che al sistema dell’istruzione, dell’università e della ricerca scientifica.
