(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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Sul palco la consacrazione, dentro di sé la violenza. Quella stessa che in soli due anni ha dolorosamente trasformato in musica, in parole. In un album da 16 milioni di copie e “Record of the year” ai Grammy Awards 2008: “Back to Black”.
Lei, Amy Winehouse, è incredula e commossa, ma non è a Los Angeles a ritirare il Grammy. Per la prima volta nella storia del premio un artista è in collegamento via satellite da Londra. La cantante britannica è già protagonista assoluta della scena, non può mancare. Eppure, deve.
Perché il successo e il segno del crollo sono in quella stessa assenza: «È troppo malconcia per via della droga», dicono. E le leggi degli Stati Uniti sono rigide: niente visto. La genesi di quell’album, secondo e ultimo della sua carriera, è al centro di «Classic Albums: Amy Winehouse, Back To Black», in onda sabato 23 maggio alle 23.20 su Rai 5.
Pubblicato nel 2006 e prodotto da Mark Ronson insieme a Salaam Remi, il disco segna il riconoscimento internazionale di Amy Winehouse: una serie impressionante di singoli e un suono che dalle atmosfere jazz del primo album “Frank” si sposta verso il soul e i girl group anni Sessanta. Il documentario ricostruisce quel passaggio attraverso le voci di chi l’ha fatto insieme a lei. Amy è una ragazza brillante, ironica, mai ossessionata dalla fama. Poi sempre più malinconica e depressa.
Quando arriva a New York non ha molte canzoni, ma in pochi giorni scrive e incide i brani decisivi: “Back to Black”, “Rehab”, “You Know I’m No Good”. Ronson le chiede che disco voglia fare: «Roba da jukebox», dice. Le Shangri-Las, le Crystals, canzoni di cuori spezzati: «Ho un debole, ho passato la vita a al pub a giocare a biliardo». E dal mixaggio di Tom Elmhirst nasce un suono che arriva da lì e dallo stile inconfondibile della Motown Records.
Al centro, però, rimangono i testi. Amy scrive della propria vita, della relazione con Blake, di amori finiti, di dipendenza, vergogna, rabbia. “Love Is a Losing Game”, “Wake Up Alone”, “Some Unholy War” e la stessa “Rehab” nascono così, da un materiale autobiografico senza filtri che i produttori aiutano a incanalare senza addomesticarlo. «Il 95 per cento dell’album l’ha scritto lei», ricordano.
È questa la forza del disco: un album vero, in cui vulnerabilità, ironia e stile tengono insieme dolore privato e immaginario pop. «Non avrei mai pensato che scrivendo per superare momenti bui avrei vinto premi e riconoscimenti», dice. E proprio da lì, da quel successo enorme, comincia anche il «circo di follia» che la travolgerà.
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