(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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Per cornice, una stalla. E nessuna tela. Solo dodici cavalli, vivi. Un’opera di arte povera che l’artista Jannis Kounellis, nel 1969 nella galleria romana L’Attico, affida all’istantanea tanto silenziosa quanto incisiva – e altrettanto “povera” – del fotografo Claudio Abate. A lui Pappi Corsicato dedica «Claudio Abate: l’obiettivo sull’Arte», documentario in onda venerdì 22 maggio alle 23.35 su Rai 5. Un viaggio visivo e intimo nella vita e nel lavoro di uno dei grandi testimoni della scena artistica romana tra gli anni Sessanta e Settanta.
Figlio di un pittore e di una modella francese, cresciuto nel cuore di Roma, Abate attraversa fin da giovane un mondo abitato da artisti, galleristi, attori, performer. Davanti al suo obiettivo passano Pino Pascali, Gino De Dominicis, Michelangelo Pistoletto. I protagonisti di una stagione in cui l’opera esce dalla cornice e invade lo spazio.
Nelle sue immagini si immobilizzano le azioni teatrali di Carmelo Bene, i corpi dei performer, il leone, vivo, dello Zodiaco di Gino De Dominicis, la colata di catrame sulla Laurentina di Robert Smithson. Michelle Coudray – compagna di Kounellis – racconta che «Claudio capiva al volo i problemi dello spazio», Pistoletto ricorda che «senza la fotografia l’azione non perdura». Così, in una Roma di gallerie, caffè e notti creative, quasi sospesa nel bianco e nero, lo scatto di Abate diventa parte dell’opera. Registra ciò che accade e, inevitabilmente, lo interpreta.
Il documentario racconta anche il suo lavoro sulla materia fotografica: rotoli di carta a metraggio, grandi stampe sgranate, esperimenti di luce senza macchina. Per il restauro del cinema Fiamma, Abate realizza un “monumento al cinema” con la pellicola di «Identificazione di una donna». Michelangelo Antonioni arriva a Cinecittà, si stende sui fotogrammi del suo film e lascia un’impronta di luce.
Con materiali d’archivio e le testimonianze, tra gli altri, dei figli Riccardo e Giulia, della sorella Laura, di Marco Tirelli, Gianni Dessì, Giuseppe Gallo, Bruno Ceccobelli, Piero Pizzi Cannella, Nunzio Di Stefano e Fabio Sargentini, il documentario ricostruisce la Roma vitale di un fotografo che, stando un passo indietro per vedere meglio degli altri, dà forma alla memoria visiva di un’epoca irripetibile.
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