(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
///
Rivolgo un caloroso benvenuto a tutti voi, alle cittadine, ai cittadini, alle autorità ringrazio la corale Bella ciao che ogni anno riesce a emozionarci
In questi anni abbiamo sperimentato che il 25 aprile non è una ricorrenza sempre uguale a sé stessa, perché ogni volta si carica di nuove sfumature di significato che dialogano con il presente. Il valore della festa della Liberazione dal nazifascismo non si limita infatti al ricordo della lotta partigiana contro la feroce dittatura di Mussolini, ma consiste piuttosto in un insieme di ideali positivi – la libertà, la giustizia sociale, la fratellanza – che fin da principio hanno indicato all’Italia ridotta in macerie l’obiettivo di una profonda trasformazione della società, tuttora incompleta e non di rado minacciata.
Quando parliamo di Festa della Liberazione non ci riferiamo dunque a un vecchio monumento, ma piuttosto a un edificio in costruzione, che ha le sue fondamenta nella Resistenza: è il cantiere aperto della democrazia italiana, che ha bisogno del contributo di tutti perché il progetto iniziale non venga snaturato, stravolto da aggiunte incongrue, piegato a finalità estranee a quelle prima immaginate dagli oppositori del fascismo negli anni della clandestinità, poi tradotte in principi fondamentali dai padri costituenti.
Se il 25 aprile non è mai uguale a sé stesso, altrettanto potremmo dire del fascismo che, secondo un’efficace definizione, è una sorta di “bersaglio mobile”, ovvero ha una natura proteiforme e sfuggente, capace di mutare per adattarsi e riemergere in contesti diversi da quello originario. Non dobbiamo certo commettere l’errore di definire fascismo ogni singola pulsione autoritaria, ma neppure possiamo permetterci di sottovalutare i segnali inquietanti che il nostro tempo ci propone: a livello internazionale, il ritorno del nazionalismo, la guerra come metodo per risolvere i conflitti e definire le sfere d’influenza, le stragi dei civili immancabilmente camuffate da necessarie operazioni strategiche; nella politica interna degli Stati, anche democratici, la tentazione di reprimere il dissenso, di limitare i diritti di questa o quella categoria di cittadini in modo discrezionale, di governare alimentando diffidenza e paura.
Ripensando ai protagonisti del movimento antifascista, in questo 2026 non possiamo fare a meno di ricordare alcuni anniversari importanti: innanzitutto i cent’anni dalla morte di Piero Gobetti, il filosofo-giornalista a cui il duce in persona voleva “rendere difficile la vita”. Mussolini riesce benissimo nell’intento perché il direttore della rivista Rivoluzione liberale, autore di tanti saggi e articoli brillanti contro il regime, muore a soli 24 anni a Parigi, in un giorno di metà febbraio del 1926, a causa delle conseguenze dei ripetuti pestaggi subiti dalle squadracce fasciste. Il tragico copione si ripete poche settimane più tardi, il 7 aprile, quando un altro politico-giornalista, Giovanni Amendola, muore dopo mesi di sofferenze dovute ancora alle bastonate squadriste. Nel ’27 anche Alcide De Gasperi finisce nelle carceri fasciste. Un paio d’anni prima, al termine dell’ultimo congresso del Partito popolare italiano prima dello scioglimento, il futuro presidente del Consiglio, già presagendo quel che stava per accadere, aveva esortato ad “aspettare l’ora della giustizia, a non disperare della libertà”.
Sono anni tremendi: dal delitto Matteotti del ’24, il fascismo non ha più freni. Tra il ’25 e il ’26 approva le leggi fascistissime, che trasformano lo Stato liberale in una dittatura totalitaria centralizzando il potere nelle mani di Mussolini e dei suoi gerarchi. Quella di Matteotti, Gobetti, Amendola e De Gasperi può essere considerata a pieno titolo la prima Resistenza, anticipazione ideale della successiva guerra di Liberazione portata avanti da partigiani coraggiosi come i “nostri” Giannantonio Manci, Mario Pasi, Ancilla Marighetto e Clorinda Menguzzato. Nonostante la repressione, gli omicidi, le purghe, il confino, l’antifascismo resiste nel corso del Ventennio in clandestinità, all’estero, in montagna. Gli scritti degli oppositori vengono stampati e diffusi in segreto, si trasformano in giornali e bollettini, contrastano la propaganda fascista, tengono accesa la speranza.
Il testimone della staffetta difficile e rischiosa che ha tenuto vivo l’antifascismo tra gli anni Venti e la Liberazione del ’45 è ora nelle nostre mani. Non è un testimone simbolico, è un impegno a tempo pieno. Perché, come ha scritto di recente l’intellettuale turca Ece Temelkuran, da anni esule in Europa in seguito alle minacce del regime di Erdogan, “malgrado i suoi pilastri secolari e il suo glorioso passato, la democrazia non è così inattaccabile come sembra, soprattutto se il nemico è la barbarie politica”, contro la quale le nostre armi si rivelano talvolta spuntate. Soprattutto se “l’estrema disuguaglianza”, che è forse la cifra più preoccupante di questa epoca inquieta, sembra “negare il fine stesso della democrazia”, ovvero la giustizia sociale, con il risultato che “ci sono sempre meno persone disposte a difendere la democrazia”.
Questa giornalista e attivista nata ai confini dell’Europa ci riporta a uno dei punti cruciali del pensiero antifascista elaborato negli anni di opposizione al regime: come ha sintetizzato in modo mirabile l’indimenticato presidente-partigiano Sandro Pertini, “la libertà senza la giustizia sociale non è che una conquista fragile, che si risolve per molti nella libertà di morire di fame”. Senza giustizia sociale dilaga il rancore, senza giustizia sociale anche la partecipazione viene percepita come una pantomima inutile. E i demagoghi prosperano erodendo dall’interno e delegittimando le istituzioni liberali.
In Italia oggi non è possibile essere a-fascisti, non è ammissibile sospendere il giudizio sull’operato di Mussolini né considerare un capitolo chiuso, punto e a capo, quella lunga sequela di orrori che va dall’alleanza con Hitler alle leggi razziali ai crimini coloniali. Non fosse che per il fatto che quando sei stato malato gravemente, non puoi dimenticare né quale sia stata l’origine del morbo da cui sei guarito né quali siano i suoi sintomi perché rischi una ricaduta mortale.
Neppure si può comprendere chi considera il 25 aprile una festa di parte: noi siamo qui oggi per ribadire che la Liberazione appartiene a tutti coloro che credono nella democrazia e mettono al primo posto la dignità della persona, in ogni circostanza e nessuno escluso. La Liberazione appartiene alle milioni di persone che ancora oggi nelle piazze del mondo gridano “Mai più tiranni”, mai più soprusi arbitrari, mai più paura. E intonano Bella Ciao, il canto partigiano diventato a ogni latitudine un inno universale alla libertà e alla fratellanza.

