Di Luca Franceschi
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Poche ore prima dei funerali celebrati dal cardinale di Napoli, Domenico Battaglia, per Fabio Ascione, la Procura antimafia ha fermato due persone: un 23enne, nipote di un elemento di spicco del clan De Micco di Ponticelli, quartiere di Napoli, ritenuto il presunto killer, e un ragazzo di appena 17 anni che guidava il motorino. Si tratta di un fatto importante, ma che da solo non costituisce una soluzione esaustiva al problema della criminalità napoletana.
Fabio Ascione non aveva alcun legame con contesti criminali. Stava semplicemente tornando a casa dopo una notte di lavoro quando è stato ucciso. È stato vittima di uno scambio di persona, colpito per errore. La città di Napoli è caratterizzata dalla presenza di numerose vittime innocenti, coinvolte in una violenza che non le riguarda direttamente.
In questa fase storica si sta entrando in un periodo nuovo e ancora più preoccupante. A premere il grilletto sono sempre più frequentemente ragazzi giovanissimi, che agiscono senza alcuna consapevolezza, inseriti in un sistema criminale che li utilizza e li consuma progressivamente. Nel distretto di Napoli, lo scorso anno, i tentati omicidi hanno registrato un incremento del 200%. Nello stesso periodo sono stati aperti 8 procedimenti per omicidio a carico di minorenni, 40 per associazione camorristica, 468 per reati legati alle armi, e persino 4 per terrorismo.
Il governo ha affrontato questa emergenza attraverso il decreto Caivano, proponendo una risposta esclusivamente securitaria basata su un aumento delle pene detentive e della repressione. Tuttavia, i risultati di questa strategia sono evidenti: le carceri minorili risultano sovraffollate mentre la violenza non diminuisce, anzi continua a crescere. Sebbene la repressione rappresenti uno strumento necessario, essa non può costituire l’unica risposta al problema.
La magistratura, le forze dell’ordine e la prefettura svolgono il loro lavoro con dedizione e competenza, non lasciando spazi a critiche su questo fronte. La questione centrale riguarda però un aspetto diverso: la prevenzione. Su questo terreno gli interventi sono insufficienti. La prevenzione richiede scuole aperte agli studenti, presìdi sociali diffusi nei quartieri, educatori di strada, politiche territoriali concrete, e vere alternative per i giovani. Significa sottrarsi alla manodopera della camorra prima che sia troppo tardi.
Per affrontare questa sfida, il Comitato Anticamorra si mobilita nuovamente, ritornando nei territori e costruendo iniziative concrete. Non è possibile limitarsi a contare i caduti. L’obiettivo deve essere impedire che ci siano altre vittime. Questa volta non si può arrivare dopo, quando ormai il danno è già stato compiuto.
