(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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Accordo tra Concast e Latte Trento nel segno della ricomposizione e della tenuta del sistema: è da qui che parte il confronto in terza Commissione di Vanessa Masè sul futuro della filiera lattiero-casearia trentina. Al centro, anche nelle audizioni svolte nel pomeriggio con il Consorzio dei caseifici sociali trentini (CONCAST), la Casearia Monti Trentini s.p.a e la Fondazione Edmund Mach, il valore del Trentingrana come prodotto di nicchia legato al territorio, ma anche le criticità crescenti: costi in aumento, difficoltà di mercato e fragilità del modello di montagna. Dalle testimonianze delle imprese alle analisi della Fondazione Mach emerge un quadro complesso, tra innovazione e tradizione, mentre il dibattito politico richiama la necessità di sostenere concretamente il settore, investire nella formazione e garantire il ricambio generazionale per non perdere un presidio fondamentale del territorio.
Concast: Trentingrana tra identità e sostenibilità economica
Il presidente di Concast Stefano Albasini, è intervenuto insieme al vicepresidente Paolo Ianes e al direttore Marco Ramelli. In premessa ha ricordato che oggi è stato firmato l’accordo con Latte Trento in uno spirito di ricomposizione delle parti: l’unione delle forze fa bene all’intero sistema, ha osservato. Il consorzio Concast raggruppa i 12 caseifici trentini ha spiegato Albasini che ha illustrato quello che contraddistingue la produzione e le lavorazioni, più tradizionali rispetto ad altre e che fa del marchio Trentingrana un prodotto di nicchia di grande valore. Nel portare avanti la filiera sono coinvolti circa 25 soci allevatori ed è stato costruito un biodigestore che permette di utilizzare parte dei latticelli e del siero che poi rientra nel ciclo. Il direttore Ramelli ha aggiunto che il Consorzio Trentingrana nasce dalla fusione di due consorzi che ora fanno convivere la parte dei servizi e quella della vendita e trasformazione dei prodotti. L’obiettivo è quello dichiarato di cercare una migliore remunerazione di prodotti fino alla trasformazione del 100% del prodotto. Non più solo forme, ma massima trasformazione e valore aggiunto a cascata. Nel periodo post Covid con l’aumento dei prezzi del gas gli allevamenti bovini d’Europa si erano ridimensionati. Nella fase attuale c’è il ritorno ad una forte disponibilità di latte dei paesi del Nord con un crollo del prezzo. Il grana padano è nel frattempo cresciuto e progressivamente aumentato. Il mercato trentino ha tentato di rilanciare il prodotto Trentingrana con l’obiettivo di distinguersi dallo standard, cercando un elemento distintivo che giustifichi il valore aggiunto, che sta di fatto tutto nella storia del Consorzio. Ciò che spaventa è l’aumento generale dei costi lungo tutta la filiera agricola e lattiero casearia, a causa dei rincari di energia, gas e logistica, con impatto economico non trascurabile.
Il dibattito: le sfide del sistema, tra valorizzazione e costi crescenti
La consigliera Antonella Brunet (Civica) ha apprezzato l’intenzione dichiarata di valorizzare il territorio perché i piccoli caseifici temono di non soddisfare le richieste e di trovarsi in difficoltà, mettendo in discussione la loro stesa esistenza. Il prodotto trentino, nonostante il suo valore non viene sufficientemente sostenuto e forse si dovrà fare di più per promuovere il prodotto e invitare i consumatori e i commercianti ad acquistarlo e a diffonderlo. Albasini ha confermato la consapevolezza del Consorzio del valore del prodotto e dell’importanza dei piccoli caseifici sul territorio dove devono assolutamente rimanere: se perdiamo questo fallisce la nostra stessa mission.
L’idea dell’audizione in Commissione non era polemica, bensì di avere un quadro informativo completo, ha chiarito Roberto Stanchina (Campobase). Il consigliere ha auspicato che l’accordo con latte Trento possa ricomporre i fraintendimenti e impedire che incomprensioni personali possano mettere in discussione il valore del Consorzio e minare 75 anni di storia. La produzione di nicchia deve rimanere di livello qualitativo alto, ha aggiunto, pur mantenendo un prezzo competitivo, nonostante la crisi che purtroppo si annuncia già.
Michela Calzà (PD) si è detta colpita dei frutti positivi rispetto ad una politica che oggi premia e che deve far riflettere. Ha riconosciuto la bontà della linea seguita dal Consorzio, una strategia costruita nel tempo e oggi confermata anche alla luce di una maggiore consapevolezza degli aspetti più tecnici della produzione. Proprio questa attenzione alla qualità e al legame con il territorio è a suo avviso una scelta vincente: la valorizzazione dei pascoli, della filiera locale e di un modello produttivo radicato nel contesto alpino appare come una direzione da mantenere anche in futuro. Tuttavia, non ha ignorato le criticità, soprattutto l’aumento dei costi, fortemente influenzati da dinamiche internazionali legate all’aumento delle materie prime. In questo quadro, Calzà ha chiesto di capire in che modo l’amministrazione provinciale possa sostenere concretamente il sistema, affiancando il lavoro del consorzio con strumenti e risorse adeguate.
I costi che più preoccupano sono quelli del trasporto e del carburante, molto sofferti anche a livello delle piccole aziende e dei soci, hanno replicato in diversa misura Albasini, Ianes e Ramelli. Nel loro intervento è emerso infatti con forza il tema dei costi strutturali elevati, legati soprattutto alla specificità del modello produttivo di montagna. A incidere in modo particolare sono il trasporto e la logistica, aggravati dall’assenza di economie di scala: a differenza delle realtà di pianura, dove grandi quantità vengono raccolte in un’unica azienda, qui i volumi sono più ridotti e distribuiti, rendendo ogni spostamento più oneroso. A questo si aggiungono i costi energetici, del carburante e della gestione aziendale. La frammentazione dei terreni e la distanza tra i vari appezzamenti comportano non solo maggiori spese, ma anche una perdita di efficienza rispetto alle aziende di pianura, dove le superfici sono più compatte e facilmente gestibili. In questo contesto, diventa fondamentale valorizzare maggiormente il prodotto finale, riconoscendone il valore legato al territorio, alla qualità e alle condizioni di produzione.
Casearia Monti Trentini e la sfida competitiva della filiera di montagna: la qualità non sempre paga
Fiorenzo Finco, amministratore delegato della Casearia Monti Trentini s.p.a, ha raccontato l’esperienza della propria azienda, una realtà familiare proveniente dall’Altopiano di Asiago, attiva da oltre vent’anni con circa 120 dipendenti, costruita insieme al padre e al fratello e radicata in un modello produttivo oggi alla terza generazione, che guarda con attenzione al Trentino, dove hanno trovato nel tempo collaborazione e supporto. Negli ultimi dieci anni l’azienda ha raggiunto risultati importanti, grazie a una crescita costruita con risorse proprie e alla capacità di adattarsi a un contesto non sempre semplice. Il cuore del lavoro è la filiera corta: la Casearia collabora con circa 140 allevatori distribuiti sul territorio, raccogliendo latte destinato interamente alla produzione di formaggio in un raggio di 80-90 chilometri, e mantenendo un forte legame con i produttori locali. Pur non essendo una cooperativa, ma una realtà strutturata come società, hanno organizzato anche una rete di distribuzione propria, per valorizzare meglio i prodotti e controllare l’intera filiera. Nonostante i risultati raggiunti, emerge una forte preoccupazione per il contesto attuale: un settore sotto pressione, con difficoltà diffuse, soprattutto per le nuove generazioni e per chi lavora in territori complessi. Finco ha sottolineato come spesso ci si senta quasi impotenti, perché, nonostante l’impegno, la crescita è difficile e il mercato non sempre riconosce il valore reale dei prodotti. Uno dei nodi centrali è proprio la competizione con prodotti simili ma di qualità inferiore, che rischiano di penalizzare chi lavora con standard elevati e costi più alti. L’azienda continua comunque a portare avanti la propria identità, puntando su qualità e tipicità, pur dovendo confrontarsi con un mercato in evoluzione e sempre più competitivo. La situazione è oggi complicata, ha aggiunto, sottolineando la specificità e la fragilità dell’agricoltura di montagna, che necessita non solo di essere mantenuta, ma anche sostenuta e valorizzata. Il confronto con modelli produttivi più intensivi e di pianura mette in evidenza un divario importante: i sistemi di montagna, pur garantendo qualità, faticano a reggere le stesse logiche di mercato. Un altro elemento centrale è la competizione sui mercati esterni, dove gran parte dei prodotti viene venduta. Qui i margini sono ridotti e non è possibile trasferire integralmente i maggiori costi sul prezzo finale, anche se legati a caratteristiche qualitative superiori.
Dati, territorio e sostenibilità: il modello zootecnico della Fondazione Mach
Da remoto si è collegato Gabriele Iussig, responsabile dell’unità risorse foraggere e produzioni zootecniche del Centro trasferimento tecnologico della Fondazione Edmund Mach. La zootecnia è uno dei settori strategici e più rilevanti del territorio, è stata la premessa. L’intervento si è poi concentrato sulla descrizione articolata delle le attività svolte nel settore zootecnico, evidenziando i tre principali ambiti di lavoro: la ricerca e sviluppo, con un focus anche su progetti genetici; il trasferimento tecnologico sul territorio, attraverso consulenza e sperimentazione; e il supporto operativo alle aziende agricole. L’attività svolta dal gruppo, composto da tecnici, veterinari e agronomi, si configura come un supporto concreto e continuativo alle aziende, con servizi di consulenza che spaziano dagli aspetti sanitari a quelli agronomici, economici e gestionali. Un elemento rilevante è la capacità di raccogliere dati direttamente dal territorio, attraverso il contatto con centinaia di aziende, per poi tradurli in analisi e soluzioni tecniche mirate alle criticità emergenti, come malattie o problemi produttivi. A questo si affianca una forte collaborazione con il mondo universitario e della ricerca, che consente di integrare attività scientifica e applicazione pratica. Accanto alla ricerca, viene svolta anche un’attività di monitoraggio e divulgazione, con aggiornamenti costanti a supporto degli allevatori. Infine, l’annuncio dell’avvio, pensato già per il mese di maggio, di un corso di due settimane di gestore d’alpeggio organizzato su input dell’Umts agricoltura, per cercare di valorizzare delle figure che stanno soffrendo dal punto di vista professionale complessivo, per dare nuova spinta e nuovo vigore al settore.
Il dibattito: zootecnia e malghe tra ricambio generazionale e sostenibilità
Nel dibattito sono emerse alcune questioni centrali per il futuro del settore zootecnico e caseario, a partire dal tema della formazione e del ricambio generazionale. Roberto Stanchina ha evidenziato la crescente difficoltà nel reperire figure professionali qualificate sul territorio, in particolare malghesi e operatori della filiera, e ha chiesto alla Fondazione quale sia l’andamento della partecipazione ai percorsi formativi e quali prospettive si possano intravedere nei prossimi anni. Il timore è che, anche alla luce delle trasformazioni in atto nel settore, si possa assistere a una progressiva riduzione delle produzioni tradizionali, soprattutto in contesti più marginali come le malghe.
A questa criticità si è affiancata quella posta da Antonella Brunet, degli ostacoli burocratici e organizzativi, che talvolta impediscono di affidare le malghe ad allevatori locali, favorendo invece soggetti meno radicati nel territorio e meno competenti sotto il profilo agricolo. Questo crea una contraddizione: da un lato si investe nella sostenibilità e nella valorizzazione del sistema montano, dall’altro si rischia di indebolirlo proprio nella sua gestione concreta. Infine, Lucia Coppola (AvS) ha sollevato la questione legata alla sicurezza alimentare, in particolare rispetto ai prodotti a base di latte crudo. Alla luce di alcuni casi gravi registrati, ha chiesto se siano previste iniziative di informazione e prevenzione rivolte ai consumatori, soprattutto alle fasce più vulnerabili, per aumentare la consapevolezza sui possibili rischi legati al consumo di questi prodotti.
La replica puntuale di Fondazione Mach: per quanto riguarda il latte crudo, è stata sottolineata la necessità di rafforzare informazione e formazione, più che introdurre divieti. L’obiettivo è tutelare i consumatori, in particolare le fasce più fragili come bambini e anziani, attraverso avvertenze chiare e una maggiore consapevolezza sui rischi, senza però rinunciare a produzioni tradizionali che rappresentano un elemento identitario del territorio. E’ stato richiamato anche l’esempio di altre realtà, come la Valle d’Aosta, dove si è scelto di proseguire sulla strada della qualità e dei controlli, affiancandoli a una comunicazione più efficace. In questa direzione si sta lavorando anche a livello normativo, pur con le complessità del caso. Sul fronte della formazione emerge invece una criticità significativa: il numero degli studenti è in calo, anche per effetto del cosiddetto “inverno demografico”, e i percorsi professionalizzanti legati alla trasformazione casearia o alla lavorazione delle carni registrano numeri molto contenuti. Quello che resta è il nodo della sostenibilità economica delle malghe: i meccanismi di assegnazione e i costi rendono spesso difficile la gestione, rischiando di penalizzare proprio le realtà locali: si dovrebbe dare corso ad una riflessione più ampia, anche a livello istituzionale, per garantire che le malghe vengano mantenute attive, non solo come attività economica ma come presidio fondamentale del territorio e della sua identità.

