(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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Le testimonianze agghiaccianti rilasciate in questi giorni da Arbel Yehoud, rapita il 7 ottobre da Hamas e prigioniera a Gaza per 482 giorni, squarciano il velo di un orrore che non può lasciare indifferente nessuna coscienza civile.
Sapere che una giovane donna è stata vittima di abusi sessuali sistematici, perpetrati quasi ogni giorno da uomini diversi, è un pugno nello stomaco che ci impone di alzare la voce con ancora più forza contro la barbarie del terrorismo.
Arbel ha descritto un inferno fatto di violenze così atroci da spingerla a tentare il suicidio tre volte. Le immagini del suo rilascio, in cui appariva terrorizzata e stretta dalla calca dei miliziani di Hamas, assumono oggi una luce ancora più sinistra.
Non si è trattato solo di una prigionia politica, ma di un sistematico uso del corpo femminile come arma di guerra e di umiliazione. Questo è il volto più brutale della misoginia e del fanatismo.
Come donne e come rappresentanti delle istituzioni, abbiamo il dovere morale di denunciare queste atrocità senza ambiguità. Cosa ha da dire a riguardo la relatrice Onu Francesca Albanese? Come mai è così silente quando le vittime sono donne israeliane? Non possono esserci distinguo ideologici quando si parla di stupri di massa e torture.
Lo dichiara Susanna Donatella Campione, senatrice di Fratelli d’Italia, componente della Commissione contro la violenza sulle donne e prima firmataria del disegno di legge che introduce il reato universale per gli stupri utilizzati come arma di guerra.
