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BDS TRENTINO E GLOBAL MARCH TO GAZA TRENTINO * STAFFETTA NON SPEGNIAMO LA FIACCOLA: «CAMMINATA COLLETTIVA DA TRENTO A PREDAZZO PER UNO SPORT PULITO E GIUSTO (30/1–1/2)»

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08.11 - martedì 27 gennaio 2026

(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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Sport, memoria e giustizia: Non spegniamo la fiaccola, la marcia che rompe il silenzio su Gaza. Dal 30 gennaio al 1° febbraio 2026 una camminata collettiva da Trento a Predazzo per ricordare atlete e atleti uccisi da Israele a Gaza e sostenere uno sport pulito e giusto.

La staffetta di solidarietà “Non spegniamo la fiaccola” organizzata da BDS Trentino, Global March To Gaza Trentino e decine di realtà associative e sociali dei territori in cui si svolgerà la marcia prenderà il via il 30 gennaio 2026 a Trento e si concluderà il 1° febbraio a Predazzo, rispondendo a un appello del movimento BDS nazionale e inserendosi in un quadro di mobilitazioni diffuse in tutta Italia contro l’apparente “normalità” sportiva di fronte a un dramma umano e sociale tutt’altro che normale.

In varie città italiane, tra cui Rovereto, Trieste e Ancona, gruppi di cittadine e cittadini hanno nei giorni scorsi espresso dissenso in occasione del passaggio della fiaccola olimpica per Milano‑Cortina 2026 criticando l’ammissione di Israele alle competizioni internazionali come forma di sportswashing, cioè un uso dello sport per coprire o minimizzare gravi violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale. La staffetta trentina vuole portare nelle strade, nei parchi, nei sentieri e nei luoghi di incontro la bandiera palestinese come simbolo di memoria, resistenza, dignità e solidarietà concreta con chi oggi non può accedere a campi, palestre e trampolini distrutti o chiuso da un assedio che in due anni ha visto più di 800 persone legate allo sport uccise nella Striscia di Gaza e il 90 % delle infrastrutture sportive ridotte in macerie o trasformate in campi di prigionia.

La staffetta, aperta a tutte e tutti e attuata sotto forma di una semplice camminata o corsa, partirà da Trento (ritrovo ore 14.00 al parcheggio di via Solteri) e attraverserà Lavis fino al Parco delle Rose il 30 gennaio, raggiungerà Baselga di Pinè la sera del 31 gennaio con un giro del lago e un evento pubblico di riflessione storica e politica, e culminerà il 1° febbraio a Predazzo, quando la bandiera giungerà davanti allo Stadio del Salto (ritrovo ore 14 al campo sportivo), luogo simbolico per lo sport e per lo spettro di un’olimpiade che oggi suscita contestazione per la sua incapacità di porre domande sul ruolo di istituzioni e competizioni nel contesto di conflitti globali.

La staffetta non ha personaggi famosi né sponsor istituzionali: i portabandiera saranno tutte e tutti coloro che vorranno camminare con la propria bandiera e la propria sete di libertà, per – come ricordano gli organizzatori – “un mondo più giusto dove lo sport sia un diritto e non un privilegio”.

Lungo il percorso saranno onorate le storie di atlete e atleti che incarnano ciò che lo sport può essere e ciò che oggi rischia di non essere più: Nagham Abu Samra, giovane cintura nera di karate che rappresentò la Palestina in competizioni internazionali e fondò un centro sportivo femminile a Gaza, ferita mortalmente da un attacco aereo nel gennaio 2024 dopo aver perso una gamba e sua sorella; Yasmine Sharaif, bambina di 6 anni e promessa del karate, uccisa il 25 ottobre 2023 da un bombardamento israeliano nella sua casa a Gaza City, simbolo della perdita di futuri talenti sportivi; Mohammed Inshasi, laureato in scienze motorie, giocatore e allenatore di calcio, ucciso ad aprile insieme alla moglie e tre figli mentre dormivano, lasciando una figlia di 13 anni sopravvissuta con amputazioni (e operata senza anestesia); Saeed Al‑Tatari, campione di parkour ucciso con i suoi due fratelli a gennaio 2024 mentre cercava di aiutare vicini colpiti da altre bombe; Ahmed al‑Dali, paraciclista dei Gaza Sunbirds amputato in passato e poi ucciso il 19 maggio 2025 da un attacco aereo; Malak Mesleh, giovane promessa della boxe femminile a Gaza, uccisa durante un bombardamento il 30 giugno 2025; e i quattro pallavolisti della nazionale palestinese – Ibrahim Qusai’a, Hassan Abu Zaiter, Ahmad Al‑Mufti e il coach Wissam Jadallah – vittime il 19 giugno scorso di un attacco mentre si trovavano insieme. Nomi e storie che parlano di vite spezzate, di sogni infranti, di comunità private di modelli e compagne e compagni di squadra, e che rendono palpabile ciò che troppo spesso resta solo cifra in un titolo di cronaca.

Questa iniziativa si collega alle campagne di boicottaggio sportivo promosse dal movimento BDS a livello nazionale e internazionale che chiedono il rifiuto della complicità sportiva con realtà accusate di violare diritti umani, invitando federazioni, club, atleti e tifosi a considerare l’impatto morale delle loro azioni, seguendo l’esempio storico dei boicottaggi dello sport contro il regime di apartheid in Sudafrica, dove l’isolamento internazionale nel calcio, nel rugby e in altre discipline contribuì a esercitare pressione politica per il cambiamento. Va ricordato che il boicottaggio sportivo promosso dal movimento BDS non ha nulla a che fare con la discriminazione. Si tratta di una azione politica mirata contro istituzioni e strutture legate allo Stato di Israele, che partecipano o legittimano politiche di occupazione e violazione dei diritti umani in Palestina. L’obiettivo non è colpire singoli atleti o cittadini israeliani, ma non rendere normali o legittime pratiche oppressive. Il boicottaggio è uno strumento di pressione civile e morale sulle istituzioni, volto a promuovere la giustizia e il rispetto dei diritti fondamentali universali, distinguendo sempre tra Stato e comunità, politica e persone.

Un altro aspetto contestato lungo la marcia riguarda la presenza di grandi sponsor come Eni e Coca‑Cola alle Olimpiadi, che per gli organizzatori non è neutrale ma simbolo di una complicità strutturale con dinamiche di sfruttamento, occupazione e violazioni dei diritti umani; secondo gli strumenti e le guide al boicottaggio promosse dal movimento BDS, le campagne contro le imprese cercano di colpire quelle che, attraverso legami economici, investimenti, filiali o attività in territori occupati o attraverso collaborazioni che sostengono l’apparato economico di uno Stato accusato di pratiche illegali secondo il diritto internazionale, contribuiscono indirettamente a mantenere politiche di occupazione e apartheid e a normalizzare status quo che generano sofferenza e ingiustizia.

Nel caso di Coca‑Cola, il boicottaggio deriva dal fatto che la sua filiale israeliana opera in zone di insediamenti considerati illegali dal diritto internazionale e beneficia dell’attività in quei territori, facendo così fluire profitti e risorse in un’economia collegata alla violazione dei diritti dei palestinesi; campagne internazionali di boicottaggio hanno quindi incluso Coca‑Cola tra gli obiettivi da evitare per segnalare che una multinazionale globale non può restare insensibile o neutrale nel contesto di un conflitto con evidenti disparità di potere e connessioni economiche contestate. Allo stesso modo, Eni è stato indicato da parte di collettivi e schede di analisi come soggetto complici di politiche energetiche e commerciali legate al sostegno di infrastrutture e forniture strategiche che rafforzano l’apparato economico di Israele e la sua capacità di sostenere politiche di occupazione e dominio, oltre a svolgere attività di esplorazione energetica in aree contese e ad avere accordi di fornitura di combustibili che, secondo i critici, contribuiscono a sostenere quello che viene definito “apartheid energetico”; per il movimento BDS e gruppi ad esso collegati, contestare questi sponsor non significa attaccare identità o singoli consumatori, ma richiamare la responsabilità etica e la coerenza tra i valori proclamati dagli eventi sportivi e le azioni concrete delle grandi corporazioni, poiché sono proprio queste connessioni economiche a rendere possibile – o perlomeno a non ostacolare – politiche ritenute ingiuste e oppressive.

Per gli organizzatori, non restare in silenzio significa infatti reclamare che lo sport sia davvero uno spazio di incontro, dignità e libertà e non un velo che possa coprire sofferenze quotidiane e diritti negati; partecipare alla staffetta “Non spegniamo la fiaccola” significa quindi trasformare solidarietà e memoria in un gesto collettivo visibile, dal pomeriggio di Trento alla camminata serale a Baselga di Pinè, fino al pomeriggio conclusivo di Predazzo, contribuendo a costruire un messaggio che attraversi l’Italia e risuoni oltre i confini, perché il diritto allo sport sia garantito davvero a tutte e tutti e perché la fiamma della giustizia, della pace e della dignità non si spenga.

 

Per dettagli, aggiornamenti e partecipare alle tappe della staffetta: https://t.me/boicottailcrimine oppure a [email protected]

 

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