(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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Questo report presenta i risultati di una prima Indagine che l’Istat ha avviato nel 2024, frutto delle attività di un “Tavolo di lavoro sulle reti territoriali contro la violenza” composto da Dipartimento per le Pari Opportunità presso la Presidenza del Consiglio (DPO), Istat, Regioni e Province autonome, e le rappresentanti delle associazioni impegnate nel contrasto alle forme di violenza contro le donne e nella protezione delle vittime.
Per la prima volta l’Indagine ha effettuato una mappatura a livello regionale degli atti formali (protocolli, accordi, intese) che istituiscono reti collaborative di contrasto alla violenza sulle donne, individuando anche i modelli di governance delle diverse realtà individuate.

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Il potenziamento delle forme di assistenza e sostegno alle donne e ai loro figli e figlie costituiva un obiettivo prioritario del Piano straordinario contro la violenza sessuale 2015 -2017 e di genere e della Legge 15 ottobre 2013, n.119, in attuazione della Convenzione di Istanbul.
I primi risultati dell’Indagine rispondono all’esigenza di monitorare sia l’art. 5 (relativo al Piano) sia l’art. 5bis della Legge, laddove si prevede l’adozione di modalità di lavoro integrate tra servizi specializzati e servizi socio-sanitari e assistenziali territoriali, considerando tale integrazione un requisito fondamentale per garantire la protezione e il recupero dell’autonomia sociale ed economica delle vittime di violenza. Le indicazioni contenute sia nella Legge sia nel Piano invitano, infatti, non solo a potenziare la rete di assistenza, sostegno, protezione ed empowerment alle vittime di violenza, ma anche a realizzare azioni di sistema che, pur non essendo direttamente destinate alle vittime, sono ritenute necessarie per migliorare la capacità di risposta del sistema di protezione.
Obiettivo del report è osservare in che modo tali azioni di sistema siano state concretamente condotte a livello territoriale, assumendo due diverse prospettive: da un lato, il punto di vista delle
Regioni/Province autonome, ponendo l’accento sul lavoro svolto dagli attori sociali locali che, nel tempo, hanno progressivamente accresciuto le forme di intervento in ottica di prevenzione e protezione; dall’altro, quello dei servizi specializzati, analizzato grazie alla Rilevazione sui servizi e prestazioni offerti dai Centri antiviolenza, dove la rete è costruita dal basso e intorno ai bisogni della vittima. Quest’ultima Indagine, avviata dal 2018 e condotta annualmente in collaborazione con il Dipartimento per le Pari Opportunità (DPO) , riporta le informazioni ricevute da parte dei
Centri anti-violenza impegnati anch’essi nella prevenzione e nella protezione delle vittime.
Promotori della rete: soggetti locali e governance centralizzata
Sono 251 le reti territoriali contro la violenza censite in questo report. La struttura degli accordi a livello territoriale varia a seconda dell’assetto di governance che le Regioni hanno definito. Ci sono infatti Regioni/Province che hanno individuato linee guida e framework di riferimento (che hanno poi orientato la creazione di accordi più specifici a livello territoriale) e altre Regioni/Province dove gli accordi e i protocolli sono stati stipulati “dal basso” coinvolgendo di volta in volta soggetti e attori diversi.
Il Prospetto 1 riporta per ogni Regione/Provincia il numero dei protocolli censiti. L’analisi dei documenti evidenzia diverse scelte di policy adottate dalle amministrazioni regionali e provinciali. Infatti, la presenza di un unico protocollo di intesa in alcune realtà regionali/provinciali censite richiama l’assetto centralizzato delle politiche di attivazione di reti territoriali, dove un unico documento di programmazione (legge regionale, delibera, atto di indirizzo, ecc.) definisce soggetti, attori, finalità e obiettivi operativi a livello centrale, come ad esempio in Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste, Umbria, Basilicata e Sardegna.
225 protocolli e accordi censiti su 251 (l’89,6%) vedono coinvolti direttamente i Centri Antiviolenza (CAV), mentre 26 protocolli/accordi sono stati stipulati da altri soggetti. In molti casi i soggetti promotori appartengono già a tavoli e/o reti costituite in attuazione di leggi e dispositivi regionali di contrasto alla violenza.
Il questionario dell’Indagine consente di rilevare i soggetti promotori dei protocolli. Il CAV costituisce spesso il core della rete, svolgendo un effetto di traino a livello locale dato il loro coinvolgimento specifico sulla violenza di genere, come raccomandato dalla Convenzione di Istanbul (Figura 1); seguono i Comuni (o Unione di Comuni) che svolgono anch’essi un ruolo chiave (80 casi) e le Prefetture (50 casi).
Il sistema di giustizia e delle Forze dell’Ordine mostra la forte presenza e interconnessione con il sistema di protezione creato intorno alla vittima di violenza: le Procure/Tribunali sono presenti
in 35 casi, la Questura in 30 casi e la Polizia/Carabinieri in 26 casi. È significativa anche l’integrazione con i servizi socio-sanitari, gli Ambiti Sociali di Programmazione (Piani di Zona, Distretti socio-sanitari e Società della Salute in base alle diverse articolazioni locali) e le ASL (consultori familiari e altri servizi territoriali), che insieme agli Ospedali/Pronto soccorso rappresentano il terzo tipo di soggetti che più frequentemente si fanno portatori di esigenze di programmazione e intervento integrato. Quanto al settore educativo, sono le strutture amministrative e di coordinamento ad essere maggiormente presenti (Uffici Scolastici Regionali/Provinciali) piuttosto che le Università.
Nella voce “Altro” sono stati riportati, per più della metà dei casi, associazioni religiose o altre organizzazioni non profit o che lavorano in emergenza (come la Croce Rossa) non riconducibili alla voce “ETS” (Enti del Terzo Settore), oppure riconducibili ad enti giuridici come ad esempio “Forum donne giuriste “o Associazioni di Avvocati per la Famiglia”. Inoltre, sono state riportate associazioni sanitarie e altri enti non previsti dalla lista come, ad esempio, la Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale, con riferimento alle donne vittime di tratta degli esseri umani.
Il numero totale dei soggetti proponenti censiti dall’indagine è 924, distribuiti a livello territoriale in forma eterogenea (Figura 2). Il numero più alto di soggetti proponenti è 398 in Lombardia.
L’eterogeneità rispetto al numero dei soggetti nelle Regioni si lega alla natura degli atti censiti. In alcuni casi, infatti, si tratta di documenti di indirizzo con alto valore istituzionale (leggi/delibere regionali) che forniscono standards e linee guida volte ad orientare la realizzazione di reti (anche informali) a livello locale per il contrasto alla violenza di genere. Nei casi in cui la numerosità dei soggetti è più alta (Lombardia, Lazio) si tratta di protocolli che hanno visto il coinvolgimento attivo di soggetti appartenenti ad ambiti di intervento differenti (sociale, giudiziario, sanitario, educativo, ecc.), già in fase di sottoscrizione.
Per ciascuna Regione il Prospetto 2 riporta la tipologia dei soggetti che si sono fatti promotori di reti e accordi territoriali. Oltre ai CAV che, come osservato, rappresentano i soggetti che prioritariamente sono promotori di reti, gli Ambiti sociali (ricodificati nel Prospetto come “territorio”) e i servizi comunali, insieme al settore giudiziario (prefetture, procure, tribunali) sono soggetti attivi in maniera omogenea in tutte le Regioni/Province autonome, cui si aggiungono le diverse specificità regionali.I servizi comunali emergono in Abruzzo e nella Provincia di Bolzano (più del 50%), mentre sono assenti come promotori nelle Marche, in Liguria e nella Provincia di Trento. Il settore giudiziario è invece assente come soggetto promotore in Piemonte e nella provincia di Bolzano, mentre risulta maggiore nelle Marche, in Friuli-Venezia Giulia e in Emilia-Romagna, seguite da Liguria e Veneto.
Il settore giudiziario, l’attore principalmente coinvolto nella rete
Gli attori coinvolti nella rete sono, oltre ai soggetti che si sono fatti promotori degli accordi, le realtà (istituzionali e non) che, sui territori, sono state coinvolte nell’attuazione degli obiettivi sia strategici sia operativi. Le reti hanno ampiezze e strutture molto diverse: per Regione/Provincia il numero medio di attori coinvolti negli Accordi varia da un minimo di quattro attori per l’Umbria a un numero massimo di 281 nel Lazio.
La Figura 3 indica la tipologia di attori coinvolti nelle reti attivate. Sono maggiormente coinvolti gli attori del settore giudiziario: Prefetture, Tribunali, Procure e Procure minorili, insieme all’ordine professionale degli avvocati (367 su 1.791 attori complessivamente censiti). Seguono i CAV che, insieme alle Case Rifugio, rappresentano il 18,1% degli attori coinvolti. I servizi comunali (che includono anche la polizia municipale e i servizi sociali) rappresentano il 13,2% dei casi.
La presenza dell’associazionismo (composto sia da organismi del terzo settore che da realtà associative costituite da donne per le donne) riguarda l’11% degli attori coinvolti. In questa
macrocategoria sono compresi anche i sindacati e le associazioni di categoria. Per il 10% dei casi sono gli ospedali, i pronto soccorso e i servizi sanitari delle ASL ad essere parte della rete territoriale, mentre nella tipologia “Territorio” sono compresi gli ambiti territoriali e i servizi per l’impiego, che riguardano il 6,2% degli attori. La forte incidenza della voce “Altro” (9,9%) è data dalla partecipazione degli Ordini Professionali (di medici, di psicologi, dei farmacisti, infermieri e assistenti sociali) e dalla presenza degli organismi di parità (per un dettaglio delle voci per regioni si rimanda alla tavola 3 dell’Appendice statistica).
L’analisi dei risultati evidenzia alcune specificità regionali. I CAV sono gli attori più presenti, ma emerge con grande evidenza il coinvolgimento di ASL e Prefetture. La lettura trasversale dei dati raccolti rispetto agli attori coinvolti (riportati in Appendice Statistica), fa emergere diversi modelli di governance delle reti:
– Modello ibrido istituzionale, dove sono coinvolte le istituzioni per la sicurezza, le associazioni contro la violenza maschile sulle donne, con un forte accento alla prevenzione, suggellato dal coinvolgimento di scuole e organismi di parità (esempio Lombardia e Veneto).
– Modello “a base sicuritaria”, che può considerarsi trasversale a tutti i protocolli, caratterizzato dalle Questure e FF.OO. Questi ultimi sono infatti presenti 107 volte, con un numero che varia da 25 in Lombardia e 18 nel Lazio ad almeno due nelle altre Regioni.
– Modello con forte leadership pubblica (esempio Toscana), dove Province e ASL sono soggetti e attori dell’azione territoriale;
– Modello di “attivismo” dei CAV nella definizione degli interventi territoriali (esempio Lazio). In questo caso sono infatti questi Centri a farsi carico di promuovere e mantenere attivi gli accordi/protocolli.
Complessivamente nel Nord si osservano reti più strutturate (es. Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia) con attori diversificati, mentre nel Sud emergono percorsi differenziati dove sono molto coinvolti i CAV e altri attori (come gli Ambiti sociali).
La numerosità dei soggetti che si mobilitano per la realizzazione di un protocollo/accordo o convenzione (i promotori) può far presupporre l’intensità dell’impegno e dello sforzo politico a livello territoriale. Dall’analisi combinata del numero dei soggetti proponenti e di quello degli attori coinvolti (Figura 4) è possibile cogliere il livello di condivisione interistituzionale presente nelle regioni (come il Veneto, la Lombardia e il Lazio) per la definizione delle reti in fase di costituzione delle stesse. In molti casi, infatti, il numero di soggetti coinvolti in fase di costituzione delle reti è pari, se non superiore, al numero degli attori che si intendono coinvolgere per il raggiungimento degli obiettivi strategici e operativi definiti dai documenti. La diversità di modelli istituzionali è anche confermata dall’analisi congiunta di soggetti e attori che vede in alcune regioni un impegno elevato nella preparazione e nella progettazione degli interventi.
Nella maggior parte dei casi l’attività di coinvolgimento di attori esterni (data dalla loro più alta numerosità) richiama un lavoro impegnativo per il mantenimento e il monitoraggio delle azioni previste a seguito della sottoscrizione. Questo impegno si evince in particolar modo dalla eterogeneità degli organismi coinvolti. Ci sono casi (ad esempio, la Toscana) dove si è partiti da un modello di rete territoriale che si è successivamente ampliato a una pluralità di attori coinvolti, non solo nella protezione ma anche nelle attività di prevenzione. In altri casi (come ad esempio il Piemonte, l’Emilia-Romagna, le Marche) le reti locali funzionanti di contrasto alla violenza sono state “esportate” e ripetute, adattandosi di volta in volta alla presenza e alle caratteristiche degli organismi già presenti.
L’ambito territoriale principale: il Comune e l’Area metropolitana
I protocolli/accordi hanno interessato ambiti territoriali molto diversi tra di loro (Figura 5). L’ambito prevalente è quello comunale (26,3%), seguito dall’Ambito sociale (23,5%) e dall’area metropolitana/provinciale (22,7%).
I dati evidenziano inoltre come oltre il 70% dei protocolli siglati nel Nord abbia riguardato le aree metropolitane/provinciali contro solo il 15% per il Sud; allo stesso modo l’ambito comunale interessa per il 50,7% i territori del Nord, per il 32,8 quelli del Centro e l’11,4% quelli del Sud. Questo dato rimanda ad una presenza dei protocolli nel Sud che non identifica specifici ambiti territoriali.
Le principali tendenze che emergono da questa prima rilevazione vedono un “modello comunale dominante”, con Lombardia (riguarda il 100% dei casi), Abruzzo (53,8%) e Lazio (22,4%) dove si dà maggiore priorità agli interventi locali. L’ambito delle “aree metropolitane/provinciali” invece sembra prevalere nelle regioni Lazio (13,7%), Emilia-Romagna (61,1%), Toscana (66,7%) e Veneto (28,6%). Tale modello è caratterizzato da una forma di coordinamento territoriale più ampia.
Esiste in alcuni casi un forte coinvolgimento delle strutture socio-sanitarie come in Veneto (77,8%) e in Piemonte (27,3%), regioni in cui sembra emergere una integrazione avanzata con il sistema sanitario.
Con 46 protocolli su 95 che interessano gli ambiti della programmazione sociale e socio-sanitaria, la Regione Lazio rappresenta una strutturazione della rete a forte caratterizzazione di integrazione sociale.
In alcune Regioni i protocolli hanno riguardato tutto il territorio regionale configurandosi come accordi quadro (esempio la Sardegna e la Basilicata) che intendono poi orientare l’attuazione di interventi specifici a livello più micro.
Va infine osservato che solo Piemonte e Puglia combinano più di quattro tipologie di ambiti, riportando dunque una diversa geografia territoriale delle reti costruite. Al contrario, sei Regioni su 20 hanno un unico ambito registrato.
Se quindi la gestione di un numero elevato di soggetti da coordinare per la realizzazione di un protocollo/accordo rappresenta per i promotori un impegno elevato di governance, la copertura territoriale di tale impegno contribuisce a rendere ancora più complesso il processo di attuazione degli interventi previsti e il monitoraggio degli stessi.
Quasi tutti i protocolli e gli accordi avviati vengono monitorati. Generalmente i soggetti coinvolti individuano un referente per organismo facente parte della rete per la costituzione di un gruppo di monitoraggio/coordinamento o cabina di regia.
Nelle reti più ampie a carattere regionale esiste un tavolo regionale/provinciale permanente di coordinamento della rete contro la violenza di genere, che costituisce il livello politico di coordinamento e integrazione delle politiche regionali di sostegno alle donne vittime di violenza.
La natura giuridica della rete è prevalentemente il protocollo di intesa
Nella maggior parte dei casi le reti sono siglate attraverso un protocollo di intesa (190 casi). Gli accordi sono 26 e le convenzioni sono 21. Mentre nella categoria “Altro” (14 casi) ricadono tutte quelle forme che, come detto, rappresentano protocolli unici regionali/provinciali o Forum permanenti istituiti o a seguito di Leggi Regionali oppure con altri atti normativi vincolanti.
Procedure codificate di accoglienza per assicurare omogeneità e tempestività
In coerenza con la natura delle reti territoriali gli obiettivi definiti sono sia di ordine strategico sia operativo. Il Prospetto 4 riporta per ciascun obiettivo strategico il numero delle volte in cui è stato indicato come obiettivo perseguito dalle reti.
“Condividere procedure codificate di accoglienza” (23 casi) e “Sviluppare strategie operative integrate” (21 casi) sono gli obiettivi strategici più citati. La necessità di standardizzare l’accoglienza e coordinare i servizi (sanitari, legali, sociali) riflette una fase matura delle reti antiviolenza, dove la capacità di rispondere alle situazioni delle vittime in emergenza è cruciale. In questo senso il dato, comune a tutte le Regioni e Province, evidenzia l’importanza di protocolli volti ad evitare discrepanze territoriali. Seguono la “Prevenzione della violenza” (18) e la “Formazione” (17), riconosciute come leve chiave, ma con minore urgenza rispetto all’emergenza (accoglienza).
Gli obiettivi meno ricorrenti riguardano la raccolta di dati per la migliore conoscenza del fenomeno a livello locale, la definizione di progetti con la scuola e con le associazioni di autori di violenza.
Nella voce “Altro” sono stati inseriti i casi delle reti ad ampio respiro territoriale (regionale) dove l’obiettivo è stato quello di istituire un tavolo interistituzionale volto a fornire le linee guida comuni a livello territoriali (come il Codice Rosa della Regione Toscana). Si tratta dunque di obiettivi volti a creare strumenti formali per coordinare la rete con un focus specifico sulle procedure giuridico-forensi, volti a standardizzare gli interventi e garantire coerenza di trattamento per le vittime di tutto il territorio interessato.
Circa gli obiettivi operativi (Prospetto 5), la rete lavora prioritariamente per sistematizzare i flussi informativi tra i servizi (“Procedure/protocolli di accoglienza e invio ai CAV/Case Rifugio”). Lo scopo, seguendo quanto già evidenziato negli obiettivi strategici, è quello di assicurare l’accoglienza alle vittime (donne e minori) e fare in modo che le procedure di presa in carico tra servizi territoriali e strutture specializzate assicurino omogeneità e tempestività della risposta dei servizi (“Schede di comunicazione”). Attraverso i protocolli e gli accordi di rete si intende quindi contenere il rischio di frammentazione territoriale di risposta alle vittime, come riportato anche dalle alte frequenze delle “modalità di presa in carico” e dei “percorsi della formazione” riferita agli operatori per condividere standard di intervento e modalità comuni di supporto alle vittime. Questa esigenza di costruzione di una rete di sostegno omogenea si ritrova anche negli altri obiettivi operativi indicati, quali la “Reperibilità in caso di emergenza” (121 casi) e l’“elaborazione di linee guida per il miglioramento dell’erogazione dei servizi” (111 casi).
Nella voce “Altro” confluiscono obiettivi comunque riconducibili alla standardizzazione delle procedure, ma con alcune specifiche metodologiche che riguardano, ad esempio, l’adozione del metodo di valutazione del rischio/recidiva denominato S.A.R.A oppure procedure per il supporto dell’autonomia abitativa/lavorativa, l’inserimento socio-lavorativo o procedure condivise per screening sanitari presso i pronto-soccorso. Coerentemente con quanto già indicato per gli obiettivi strategici vengono infine fornite in questa voce specifiche indicazioni operative per la messa in protezione in caso di emergenza e la segnalazione all’autorità giudiziaria.
Evidenza dall’Indagine: tre modelli di governance
Al fine di verificare l’assetto territoriale delle reti è stata effettuata un’analisi di classificazione, utilizzando tre variabili di analisi: i soggetti proponenti, gli ambiti territoriali coinvolti e le Regioni. I risultati sono riportati nella Figura 6.
Il primo Cluster, denominato “reti metropolitane diffuse a regia CAV”, è caratterizzato dai CAV come soggetti dominanti (21,7%) prevalentemente in aree metropolitane/provinciali (20,5%) e riguarda 15 delle Regioni indagate. Questo modello si potrebbe definire a ragnatela (hub and
spoke) . La prevalenza di tale modello trova conferma nell’Indagine Istat sui Centri antiviolenza, i cui risultati sono riportati nella seconda parte di questo report.
Il Cluster 2, che individua “sistemi integrati comune-centrici”, vede una forte leadership comunale (22,4%), sempre con una focalizzazione su scala metropolitana/provinciale (34,7%). Questo Cluster, che coinvolge 12 regioni, individua un modello a governance multilivello dove i Comuni fungono da “livello intermedio” tra politica regionale e servizi locali, ad esempio istituendo tavoli istituzionali antiviolenza che recepiscono linee guida regionali. Nei documenti analizzati infatti sono molto spesso indicati protocolli intersettoriali firmati da comuni capoluogo con ASL/province e cabine di regia con rappresentanti di enti locali e regionali.
Il Cluster 3, denominato “modello locale collaborativo”, non vede nessun attore dominante
(max 8,1%), la prevalenza dell’ambito comunale (73%) e riguarda sette delle Regioni considerate.
Questa terza tipologia di assetto potrebbe essere definita rete peer-to-peer. Questo modello vede CAV, comuni e Case Rifugio stabilire reti senza gerarchie ed è tipico di territori con forte capitale sociale.
Parallelamente alle evidenze emerse dal questionario di rilevazione sulle reti territoriali è stata effettuata un’analisi testuale dei documenti (accordi/protocolli/convenzioni/intese) allegati al questionario. Tale analisi, attraverso strumenti di georeferenziazione dei comuni di insistenza dei soggetti e degli attori parte delle reti, ha permesso di identificare quali sono le aree comunali coinvolte in reti territoriali contro la violenza.
La mappa in allegato consente di osservare la “copertura” dei territori e di individuare le realtà territoriali che ne sono meno provviste (al netto delle regioni che non hanno partecipato alla rilevazione: Campania, Molise, Sicilia)
Appartenenza alle reti: elemento centrale per la metodologia di lavoro dei CAV
L’Indagine effettuata presso i CAV consente di fornire informazioni complementari a quelle rilevate presso le Regioni/Province.
I CAV utilizzano l’approccio di rete come metodologia di lavoro costruita intorno ai bisogni delle vittime: infatti la maggioranza dei Centri dichiara di far parte di una rete territoriale antiviolenza (l’89,3%, corrispondente a 325 Centri). Reti che sono coordinate direttamente dai CAV nel 13,2% (43) dei casi.
I Centri antiviolenza aderiscono alle reti territoriali soprattutto nel Nord-ovest (96,5%) e nel Centro (96,3% dei CAV) e meno nel Sud (75,7%). Nel 5,4% dei casi, riguardanti 20 Centri antiviolenza, è stata indicata l’inesistenza di una rete territoriale antiviolenza, mentre sono 19 i Centri che non aderiscono ad alcuna rete. Tra questi che non aderiscono alla rete territoriale antiviolenza otto aderiscono comunque ad una rete con altri Centri antiviolenza. Dei 20 CAV che operano su un territorio che definiscono privo di reti territoriali antiviolenza, 15 dichiarano di avere comunque degli accordi/protocolli con specifici Enti/Istituzioni (che evidentemente non considerano costitutivi di una rete).
Questi dati, messi a confronto con le informazioni raccolte presso le Regioni/Province, evidenziano che non si può parlare di una assenza completa di rete territoriale, laddove sono altre le istituzioni che se ne fanno promotrici. Ad esempio, il caso della Basilicata, dove è il Comune a farsi promotore di rete, il modello di governance (Cluster 2 – “sistemi integrati comune-centrici”) attribuisce al Comune il ruolo di “livello intermedio” tra politica regionale e servizi locali, istituendo tavoli istituzionali antiviolenza. Situazioni di cui i CAV a volte non sembrano avere consapevolezza. Simile assetto può essere osservato per Friuli-Venezia Giulia, Calabria e Puglia, Regioni anch’esse appartenenti al Cluster 2.
L’incidenza maggiore di Centri che hanno dichiarato la non esistenza di una rete antiviolenza è registrata nel Sud, con il 13,6% dei Centri.
L’Indagine effettuata presso i CAV consente di offrire alcune evidenze sulle informazioni mancanti sulle tre Regioni che non hanno risposto alla rilevazione sugli Accordi/Protocolli. Come emerge dalla Figura 7, nella maggior parte dei casi i CAV presenti in Campania, Molise e Sicilia segnalano la loro partecipazione a reti formali. È solo una minoranza di Centri, in Campania e in Sicilia, che segnala di non partecipare alle reti attive nel loro territorio (sette Centri in Campania e due in Sicilia) o che le reti non esistono (sette Centri in Campania).
Nella maggior parte dei casi (35,7%) il riferimento territoriale della rete formale cui i CAV partecipano è provinciale.
Per quasi lo stesso numero di Centri (46,2%) i confini territoriali della rete si fermano al livello sub-provinciale (comunale o sovracomunale, rispettivamente nel 16,0% e nel 30,2% dei casi) mentre ad aderire ad una rete che si estende a territori di più province è il 18,2% dei Centri. Questo dato (Figura 8) risulta confermare la dimensione territoriale delle reti, già rilevata con la ricognizione effettuata presso le Regioni/Province.
Analizzando il dato a livello di ripartizione geografica, l’ambito provinciale e interprovinciale caratterizza in via maggioritaria i CAV delle Isole (78,6%), dato di gran lunga superiore al valore medio nazionale pari al 53,8%. L’ambito provinciale prevale al Nord-est (52,6%) e al Nord-ovest (43,4%); per i CAV del Centro (35,4% dei Centri) e del Sud (30,8%) è più alto il riferimento intercomunale.
Dei 325 CAV che aderiscono a una rete territoriale antiviolenza, nel 67,4% dei casi (219 Centri) la collaborazione tra il Centro e i vari soggetti della rete è stata formalizzata con convenzioni, protocolli d’intesa/accordi sia con soggetti pubblici sia privati. Poco meno di un quarto (24,0%) dei Centri invece fa parte di una rete i cui soggetti sono esclusivamente pubblici. Residuale (1,5%) è la componente dei Centri che fa parte di una rete esclusivamente costituita da soggetti privati. 23 sono invece i Centri la cui adesione alla rete non risulta formalizzata: il 56,5% (13) di questi opera nel Sud.
La rete dei CAV per la messa in sicurezza delle vittime
La metodologia di lavoro costruita intorno ai bisogni della vittima richiede la presenza all’interno della rete di servizi di pronto-intervento e allontanamento dalla situazione violenta. Tali servizi rispondono in particolare alla messa in sicurezza (sia programmata che in emergenza) delle vittime con diversi livelli di intervento.
Tra gli strumenti utilizzati, rientra la linea telefonica dedicata agli operatori della rete formale o informale presenti sul territorio, che il 60,4% dei CAV (220 su 364) ha attivato, con una variabilità territoriale molto elevata che va dall’assenza totale di un numero dedicato, in Regioni con un basso numero di CAV come la Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste, la Provincia Autonoma di Trento e la Basilicata, a Regioni come la Puglia e l’Abruzzo che hanno rispettivamente il 96,0% e il 76,9% dei CAV con una linea specifica dedicata agli operatori della rete.
L’altra importante connessione dei CAV con i servizi di protezione riguarda la relazione con le Case rifugio ed altre strutture residenziali. La tipologia di rapporto con le strutture residenziali si modifica al variare della tipologia di struttura. Nell’83,2% dei casi (303), i CAV per lo svolgimento del loro lavoro hanno creato sinergie lavorative con le Case rifugio di pronta emergenza : in 102 casi la Casa rifugio di pronta emergenza è gestita direttamente dal CAV e in 201, invece, il CAV non è gestore diretto ma ha stabilito un rapporto di collaborazione finalizzato ai progetti di protezione delle vittime. La gestione diretta di queste Case rifugio tipizza maggiormente i CAV del Nord-est con il 41,9% contro un dato nazionale del 28,0%. Solo 61 Centri non hanno, invece, alcuna relazione con Case rifugio.
La gestione diretta di forme di ospitalità di primo e secondo livello è meno diffusa, ma tenendo conto anche delle relazioni indirette, l’81,0% dei Centri è in contatto o gestisce case di primo livello e il 73,6% di case di secondo livello, mentre il 48,6% dei CAV è in contatto con altri servizi residenziali cui poter affidare la donna in caso di bisogno.
I Centri del Nord-est sono in minore misura in relazione con le forme di ospitalità di primo livello (il 38,7% contro il 19,0% del dato medio nazionale), mentre i Centri che non hanno rapporto con alloggi di secondo livello sono soprattutto al Sud (36,9% contro un dato nazionale del 26,4%).
