Di Luca Franceschi
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Fabio Ascione aveva soltanto vent’anni quando è stato ucciso all’alba a Ponticelli, nella periferia di Napoli. Incensurato, si trovava con gli amici davanti a un bar quando due killer su uno scooter, il volto coperto, gli hanno sparato un colpo al torace. Questo è il modo in cui agisce la camorra, ma la vittima non aveva precedenti penali. La domanda che emerge è inevitabile: perché muoiono così i ragazzi oggi, appena ventenni?
I dati forniscono una risposta allarmante. Non si tratta di un caso isolato. Nel distretto di Napoli i tentati omicidi sono saliti del 200% nell’arco di un anno. Nel 2025 le statistiche registrano 8 procedimenti per omicidio a carico di minorenni, 40 per associazione camorristica, 468 per reati legati alle armi, e perfino 4 per terrorismo. Le sparatorie fra giovanissimi non rappresentano più un’eccezione nella città partenopea.
Questi episodi di violenza sono diventati ricorrenti, persino in quartieri storicamente considerati come la Sanità o i Quartieri Spagnoli, aree che frequentemente vengono descritte come liberate dall’influenza della camorra. La realtà, tuttavia, racconta una storia diversa.
Secondo l’analisi proposta, la strategia securitaria adottata dalla destra non sta producendo i risultati attesi. Nonostante le carceri minorili risultino sovraffollate e la repressione aumenti, la violenza non registra diminuzioni significative. Il problema non può essere risolto unicamente attraverso l’applicazione di misure punitive. È necessario un approccio preventivo che affronti le radici del fenomeno.
La soluzione richiede interventi multidimensionali: assistenti sociali, psicologi, sostegno concreto alle famiglie, istruzione e opportunità lavorative. Fondamentale è combattere la povertà educativa e culturale, poiché è in quella dimensione che si determina il futuro di un giovane. La sicurezza non potrà mai essere garantita senza una vera prevenzione sociale e culturale che intervenga nelle fasi critiche dello sviluppo.
