(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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“Qui non è in gioco una sfumatura diplomatica. È una scelta strategica che condizionerà il futuro dell’Italia. È evidente che l’Italia è profondamente integrata con la Germania dal punto di vista industriale. Le nostre filiere manifatturiere sono intrecciate, dalla meccanica all’automotive. Ma proprio perché siamo interconnessi, dobbiamo avere gambe autonome. Non possiamo limitarci a essere l’anello subordinato di una catena guidata altrove.
L’Italia deve collegarsi all’Europa come soggetto geopolitico unitario, non come parte di un’Europa a geometrie variabili dove chi ha più forza fiscale o industriale detta l’agenda e gli altri si adeguano.
In queste ore sta emergendo un fatto politico molto rilevante. Il presidente della Bundesbank, Joachim Nagel, ha dichiarato che nella nuova realtà geopolitica l’Europa dovrebbe valutare l’emissione di più debito comune per creare un mercato europeo più liquido e attrarre investitori internazionali. Ha parlato della necessità di rendere l’Europa più attrattiva, di costruire strumenti comuni controllati dalle istituzioni europee e finalizzati a scopi specifici.
È una posizione diversa da quella espressa dal cancelliere Merz, che continua a considerare il debito comune solo come strumento emergenziale. Dentro la stessa Germania si apre quindi una frattura tra chi comprende che serve un salto di qualità europeo e chi vuole mantenere un approccio restrittivo, paradossalmente siglato anche dal Governo italiano con la firma sul Patto di Stabilità.
Mentre si discute ai vertici, 900 imprese europee riunite ad Anversa hanno chiesto un “patto per l’industria” e un chiaro orientamento al “buy European”: appalti pubblici e privati che valorizzino il made in Europe, filiere a zero emissioni, impronta di carbonio trasparente, sostegno a occupazione qualificata, rafforzamento del mercato unico.
Questo è il punto politico.
L’Europa non può limitarsi a reagire alle crisi o a rincorrere strategie nazionali. Deve diventare un attore geopolitico coeso, capace di difendere la propria industria, attrarre capitali, investire in innovazione e proteggere la propria autonomia strategica.
E qui torna il nodo decisivo: il debito comune europeo non è un tabù ideologico, ma uno strumento strategico. Nel 2020 non era una posizione maggioritaria. Eppure l’Italia fu decisiva nel far nascere il Next Generation EU, dimostrando che quando l’Europa condivide il rischio e investe insieme diventa più forte.
Oggi, davanti a una competizione globale sempre più dura, la scelta è semplice: o costruiamo strumenti comuni per finanziare industria, energia, innovazione e una difesa realmente integrata e razionale, oppure accettiamo un’Europa dove ognuno corre con le proprie forze e chi è più forte detta le regole.
Noi dobbiamo dirlo senza ambiguità: stiamo dalla parte di un’Europa che investe insieme, che crea asset comuni, che rafforza il mercato unico e che non lascia nessuno indietro.
Siamo collegati alla Germania, ma non siamo la Germania. E l’Italia deve stare in un’Europa che decide insieme, non in un’Europa guidata di fatto da pochi e capeggiata da chi ha maggiore spazio fiscale.
Se non capiamo questo passaggio storico, rischiamo davvero di trovarci dalla parte sbagliata della storia”.
Lo scrive in un lungo post sui social il capogruppo M5S al Senato Stefano Patuanelli.
Tra gli ordini del giorno al decreto Ucraina presentati dal Movimento 5 Stelle e bocciati dal governo c’era la richiesta di interrompere immediatamente la fornitura di materiali di armamento alle autorità governative ucraine (prima firma Lomuti), di non aderire al programma Nato Purl di acquisto armi americane da inviare a Kiev e di non impegnarsi con i Volenterosi per altre forme di sostegno militare a Kiev (prima firma Pellegrini), di promuovere ogni iniziativa negoziale coinvolgendo le Nazioni Unite per una soluzione negoziale del conflitto (prima firma Ricciardi), di presentare una relazione dettagliata alle Camere sulle spese sin qui sostenute per le cessioni di forniture militari (prima firma Perantoni), di desecretare la lista degli armamenti inviati a Kiev come a fronte di passate aperture in tal senso del ministro Crosetto (prima firma Silvestri), di garantire la tutela anche assicurativa dei giornalisti freelance inviati in aree di guerra (prima firma Orrico), di usare le risorse europee destinate al riarmo dell’Ucraina per le politiche di coesione sociale, sanità pubblica e protezione ambientale (prima firma Appendino) e di usare le risorse nazionali volte allo stesso scopo per il contrasto alla povertà (prima firma Carotenuto).
