Di Luca Franceschi
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**SALARIO MINIMO, LA RICETTA DI RICCHIUTI (FDI): IL VERO RIMEDIO È IL SALARIO GIUSTO**
Da diversi anni la sinistra promuove il salario minimo come se fosse uno strumento risolutivo universale. Secondo questa visione, fissare una soglia di nove euro orari basterebbe per eliminare il fenomeno del lavoro povero in Italia. In realtà, i meccanismi economici non funzionano secondo questa logica semplicistica. Il panorama occupazionale italiano è caratterizzato da una notevole frammentazione normativa, con centinaia di contratti collettivi vigenti, milioni di lavoratori già protetti da accordi specifici e piccole aziende che operano già in condizioni economiche precarie. Affrontare questioni complesse ricorrendo a slogan riduttivi non rappresenta solo un’inefficacia: comporta rischi concreti.
Un obbligo legislativo di innalzamento dei costi del lavoro comporterebbe conseguenze dirette per le piccole imprese, quali riduzioni di organico, maggiore ricorso all’occupazione irregolare e chiusure aziendali. Tuttavia, le ricadute negative non riguarderebbero esclusivamente le aziende, ma coinvolgerebbero direttamente anche i lavoratori stessi. Nulla impedirebbe a medie e grandi società di abbandonare l’applicazione dei contratti collettivi nazionali, che attualmente garantiscono retribuzioni significativamente superiori ai nove euro orari, e adottare il salario minimo come unico riferimento. Questa scelta avrebbe l’effetto paradossale di ridurre le protezioni contrattuali che derivano dalla negoziazione collettiva, comportando una perdita complessiva di diritti e benefici per milioni di dipendenti.
Il rischio reale è che il salario minimo possa trasformarsi da elemento protettivo in un limite superiore, provocando una compressione sia delle retribuzioni che delle garanzie per i lavoratori già tutelati da contratti nazionali. Non è una valutazione personale: nel 2019 le principali confederazioni sindacali CGIL, CISL e UIL sottoscrissero una nota congiunta trasmessa al Parlamento in cui esprimevano esattamente questa preoccupazione. Successivamente, la CISL ha mantenuto coerenza con quella posizione. CGIL e UIL, al contrario, hanno abbandonato le loro considerazioni tecniche nel momento in cui il centrodestra ha assunto la responsabilità di governo, trasformando un’analisi sindacale in una contesa politica.
L’esecutivo Meloni ha proposto una soluzione operativa identificata con l’espressione “salario giusto”. Attraverso il decreto lavoro sottoscritto il 28 aprile, il sistema normativo italiano ha introdotto per la prima volta un principio rilevante: gli incentivi erogati con risorse pubbliche, per un ammontare prossimo al miliardo di euro, devono essere destinati esclusivamente alle aziende che applicano i contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni sindacali con maggiore rappresentatività. Le imprese che praticano retribuzioni inferiori, che ricorrono a accordi paralleli non riconosciuti o che competono attraverso il contenimento dei salari non accedono a nessun finanziamento statale. Questa impostazione rappresenta un approccio inclusivo che valorizza le aziende affidabili, le rappresentanze sindacali e i lavoratori, senza divisioni e senza danno: discrimina positivamente chi opera in conformità alle norme.
Risulta significativo che proprio il 30 aprile, due giorni dopo l’approvazione del decreto, la Corte Costituzionale abbia rigettato mediante il suo pronunciamento numero 60 la normativa regionale toscana che prevedeva un importo fisso di nove euro l’ora nei capitolati di gara locali. La Consulta ha chiarito un aspetto decisivo: la responsabilità di identificare l’equilibrio tra i meccanismi concorrenziali e le tutele occupazionali appartiene unicamente al legislatore di livello nazionale, e il metodo più appropriato rimane quello della negoziazione collettiva strutturata a livello nazionale tra gli attori sindacali maggiormente rappresentativi. Questo criterio coincide esattamente con quanto previsto dal decreto dell’amministrazione Meloni.
L’opposizione non soltanto non ha risolto la questione durante i periodi di sua gestione governativa, ma ogni tentativo che ha compiuto di affrontarla è stato condotto con modalità difformi da quelle corrette, subendo successive confutazioni dalla Corte Costituzionale. Il salario minimo persiste come elemento della comunicazione politica dell’opposizione, mentre il salario giusto rappresenta la soluzione pratica proposta da coloro che esercitano effettivamente le funzioni di governo.
