(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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Giorno della memoria 2025
Care cittadine, cari cittadini,
Gentile Commissario di Governo, Onorevoli e autorità tutte
Per tante ragioni, questo è un Giorno della memoria diverso dal solito, più importante, ma anche più difficile e doloroso. Più importante perché l’anniversario degli 80 anni dalla liberazione del campo di sterminio di Auschwitz ci invita a uno sforzo di riflessione supplementare. Più difficile e doloroso perché i drammi e le tensioni internazionali di questo periodo rischiano di interferire con la nostra percezione di quel che è stata la Shoah, “il più orribile crimine di massa che la storia moderna debba registrare, commesso non da una banda di fanatici, ma con freddo calcolo dal governo di una nazione potente” (la definizione è di Albert Einstein).
L’auspicio è che il contesto problematico in cui siamo immersi ci preservi almeno dalle commemorazioni facili, da quella memoria superficiale che perpetua il ricordo in modo rituale e ripetitivo, senza porre domande, senza sciogliere i nodi, senza cercare significati per indirizzare il nostro presente.
L’annientamento di sei milioni di persone tra ebrei, rom, oppositori politici, disabili, omosessuali, inghiottiti dall’efficiente macchina nazista dello sterminio, è talmente atroce da esser stata considerata incredibile sia all’inizio, quando l’esistenza dei campi cominciò a diventare nota al di fuori del Reich, sia dopo la guerra, con l’affermarsi di improbabili teorie negazioniste. Per questo è importante ricordare e tener cara questa data simbolica: il 27 gennaio, giorno in cui, esattamente otto decadi fa, Primo Levi avvistò quattro soldati russi a cavallo che si stavano avvicinando ai cancelli del campo di Auschwitz, descritto nelle pagine de La tregua come «il nulla pieno di morte in cui ci aggiravamo come astri spenti». Fu in quel momento che il mondo non poté più evitare di sapere. E di quella conoscenza disturbante e angosciosa noi siamo oggi i custodi designati.
Permettetemi ora di spostarmi indietro di 550 anni e di scendere da Auschwitz fino a Trento, seguendo il filo dell’antisemitismo e più in generale dell’intolleranza e della discriminazione. In un altro giorno 27, ma del mese di marzo 1475, cominciò nella nostra città la persecuzione contro gli ebrei ingiustamente accusati dell’omicidio rituale di un bambino, il piccolo Simone. L’annientamento della comunità ebraica cittadina, tra i primi pogrom pianificati in Europa, fu accompagnato da una campagna propagandistica che ebbe un’enorme eco anche grazie alla stampa appena inventata. L’identità di Trento è stata segnata per secoli da queste persecuzioni antisemite, riconosciute ufficialmente come tali solo nel 1965 quando, grazie anche agli studi di monsignor Iginio Rogger, la chiesa ha cancellato il culto del Simonino. La targa che abbiamo scoperto poco fa vuole essere un gesto di didattica civile, oltre che un tributo alla memoria di quei concittadini torturati e uccisi da un fanatismo religioso che ancora oggi ci lascia attoniti.
Il salto temporale dal 1400 agli anni Quaranta del secolo scorso, l’accostamento di contesti e situazioni incommensurabili sono giustificati non solo dal comune pregiudizio antisemita. Ad avvicinare i due crimini, c’è un fondo torbido, prepolitico e preideologico, che percorre la storia dell’Occidente. Per descriverlo mi affido ancora alle parole di Primo Levi, testimone che più di ogni altro ha saputo raccontare non solo le atrocità dei lager, ma la loro origine, il pensiero rude, elementare e insieme rigoroso, che li ha resi possibili.
«A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere che “ogni straniero è nemico” – scrive Levi nella prefazione a Se questo è un uomo – Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come un’infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano».
Di questo parliamo dunque: di un’infezione latente, di una concezione del mondo, del dogma inespresso per cui “ogni straniero è nemico”, sdoganato oggi anche nei discorsi pubblici, inserito nei programmi di questa o quella forza politica, come a voler cancellare con un tratto di penna secoli e secoli di umanesimo europeo. Le deportazioni annunciate, i presunti complotti finalizzati alla sostituzione etnica, le teorie suprematiste di varia natura, le semplificazioni violente ripetute fino a diventare verità incontestabili ci suscitano un brivido. E ci obbligano tutti a ripassare i fondamentali: “Sono un essere umano, nulla che sia umano mi è estraneo”, scriveva Terenzio nel secondo secolo avanti Cristo. E Kant, nel Settecento, poneva le premesse dei moderni diritti umani con il suo imperativo categorico: “Agisci in modo da trattare l’umanità come fine e mai semplicemente come mezzo”.
Primo Levi ci invita a cogliere in tempo i segnali dell’infezione. A fermare chi smonta i diritti, pezzo per pezzo, presentandosi come il difensore del popolo o buttandola in burla. Anche ai nazisti non mancava l’ironia, come rivelano i motti all’ingresso dei campi di concentramento: “Il lavoro rende liberi” ad Auschwitz, Dachau e in altri lager, “A ciascuno ciò che si merita” a Buchenwald.
La lezione che la Shoah, che la storia del piccolo Simone recapitano al nostro presente, sempre che siamo ancora disposti ad ascoltarla, è che la disumanizzazione dell’altro segue una ferrea proprietà riflessiva: quando non riconosco l’umanità di qualcuno – che sia un nemico presunto o l’appartenente a una cultura, a una nazionalità, a una religione diversa dalla mia – divento automaticamente disumano.
Abbiamo dunque il dovere di stare all’erta, di non minimizzare le sofferenze altrui, di dare valore a ogni vita. Come scrive Stefano Levi della Torre nel volume Pensare e insegnare Auschwitz: «Se Auschwitz è unico, c’è però un’enfasi su quell’unicità che può portare fuori strada, isolando lo sterminio come qualcosa di così atrocemente straordinario da costituire un monumento o idolo negativo. In ogni discriminazione, demonizzazione, sterminio o genocidio del passato, del presente o del futuro, possiamo vedere Auschwitz, senza tuttavia che ogni fatto atroce sia equiparabile a quell’estremo».
Lo dobbiamo ai sei milioni di morti nei lager, ai sopravvissuti, agli ex internati militari a cui oggi consegniamo un riconoscimento tardivo: non abituiamoci ai piccoli stermini e alle discriminazioni che non ci toccano personalmente. Perché come ha scritto ancora l’insuperabile Levi, «è avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire».
Buon Giorno della memoria a tutti voi
