Di Luca Franceschi
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I prezzi alle pompe dei carburanti in Spagna risultano significativamente inferiori rispetto all’Italia. La benzina costa 1.62 euro al litro, mentre il diesel si attesta a 1.68 euro, con sole leggere variazioni. La ragione di questa differenza è semplice: il carico fiscale sui carburanti è minore rispetto al nostro paese.
Le accise, contro cui Giorgia Meloni aveva protestato aspramente quando era all’opposizione, rimangono ancora presenti. Al di là della riduzione di 17 centesimi sul diesel, il cui prezzo comunque continua a superare i 2 euro al litro, la situazione non è sostanzialmente cambiata.
Le associazioni dei consumatori hanno giudicato il provvedimento di taglio di 17 centesimi sul gasolio come una misura insufficiente: la montagna che ha partorito un topolino. Poteva essere diverso? Assolutamente no, perché in Italia le tasse sui consumi, come l’Iva e le accise, costituiscono una parte consistente delle entrate fiscali dello stato e presentano una caratteristica che piace enormemente alla destra al governo: sono tasse regressive, pagate allo stesso modo da tutti e perciò colpiscono maggiormente i redditi più bassi.
Il ricco rentier che può permettersi di spendere migliaia di euro per il pieno del proprio motoscafo d’altura paga come la lavoratrice delle pulizie che alle quattro del mattino utilizza l’auto personale per recarsi al lavoro. Questa rappresenta la vera questione. In un paese dove i milionari versano meno tasse rispetto a chi lavora, è quasi inevitabile che le cose stiano in questo modo. L’Iva e le accise funzionano alla stregua della storica tassa sul macinato: un sistema per raccogliere entrate sulle spalle dei ceti popolari e di chi ha un lavoro. Per il governo della destra questo arrangiamento risulta accettabile.
Sono necessari interventi ben diversi e più incisivi. Occorre ridurre le tasse gravanti sui consumi della massa popolare e introdurre una tassazione significativa sui patrimoni e sulle grandi ricchezze.
