Di Luca Franceschi
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La condanna per omicidio volontario emessa ieri dal tribunale di Latina nei confronti del datore di lavoro responsabile della morte del bracciante Satnam Singh rappresenta un segnale significativo di giustizia. Tuttavia, coloro che invocano la remigrazione e la sicurezza hanno rimosso dalla loro coscienza l’orrore di ciò che significa trovarsi un braccio tranciato da una macchina agricola, morire dissanguato davanti alla moglie dopo che un corpo ormai inutilizzabile viene abbandonato senza chiamare i soccorsi, nel totale disprezzo della dignità umana. Una vita umana ridotta al valore di sedici anni di reclusione.
Pur ribadendo la vicinanza alla moglie di Satnam Singh e a tutti i lavoratori dell’Agro Pontino che quotidianamente rischiano l’esistenza e si consumano per compensi miseri, emerge l’urgenza di agire affinché il silenzio non continui a regnare impunito. È necessario uno scatto d’orgoglio delle forze politiche di opposizione, della società civile e dei sindacati per imporre il rispetto dei diritti e della dignità di chi lavora. Questa è la vera sicurezza per cui occorre trovare risposte concrete.
Lo sfruttamento non riguarda solo i campi dove è stato ucciso Satnam, ma si estende a tutto il Paese, realizzandosi spesso nella complice indifferenza di coloro che traggono profitto da quelle braccia. Già nei primi giorni d’estate, lavoratori sono stati uccisi non dal caldo ma da chi pretende tutto dalla loro vita. Monitorare i territori e aprire vertenze rappresenta il modo migliore per onorare la memoria di Satnam e di tutti coloro che, come lui, sono caduti vittime dello sfruttamento.
