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EURAC RESEARCH * BOLZANO – MUMMIA DEL SIMILAUN: «IL MICROBIOMA DI ÖTZI, COINQUILINI DI 5.300 ANNI FA»

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10.17 - mercoledì 3 giugno 2026

(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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Il microbioma di Ötzi: coinquilini di 5300 anni fa. I ricercatori di Eurac Research sono riusciti a ottenere un quadro dettagliato della colonizzazione microbica di Ötzi. Lo studio fornisce approfondimenti su un microbioma complesso: dalla flora intestinale di un uomo dell’età del rame, ai lieviti che amano il freddo e che potrebbero accompagnare la mummia da millenni e che ancora oggi fanno parte di un sistema dinamico.

Grazie allo studio di numerosi campioni e all’utilizzo di varie metodologie, i ricercatori sono riusciti a distinguere quali fossero i microrganismi già presenti nel corpo di Ötzi quando era ancora in vita e quali invece lo avessero colonizzato dopo la morte – sia durante il periodo trascorso nel ghiacciaio sia nei successivi tre decenni di conservazione. Nei campioni di tessuti interni sono riusciti a rilevare il genoma di microrganismi appartenenti alla flora intestinale originaria di Ötzi. Una scoperta sorprendente è quella rappresentata dalla caratterizzazione di specie di lieviti che si sarebbero adattati al freddo e che dovrebbero provenire dall’ambiente glaciale ed essere sopravvissuti fino a oggi nel corpo di Ötzi. Questi lieviti resistenti al freddo potrebbero essere interessanti anche per eventuali applicazioni industriali. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica Microbiome.

Il team di ricerca ha analizzato non solo campioni tissutali della mummia ma anche il ghiaccio presente sulla sua superficie e l’acqua proveniente dal suo interno raccolta dopo lo scongelamento. Da studi precedenti, erano già emersi dati scientifici relativi a campioni di tessuto interno e al contenuto dello stomaco. È stato analizzato anche un campione di terreno prelevato e congelato nel luogo del ritrovamento durante il recupero di Ötzi nel 1991, al fine di ricostruire le influenze ambientali. Nel tratto intestinale e nel contenuto dello stomaco, il team di ricerca ha individuato tracce del microbioma intestinale originario, già oggetto di uno studio pubblicato nel 2019 a cui Eurac Research aveva collaborato. Questo microbioma è simile ai pochi esempi finora noti della flora intestinale delle popolazioni umane preistoriche; nell’intestino degli esseri umani odierni, che vivono nella società industrializzata, questi batteri sono ormai quasi del tutto scomparsi. Ötzi offre così una rara visione del passato microbico dell’uomo.

I lieviti caratterizzati sono stati isolati da campioni di pelle della mummia, dall’acqua proveniente dal suo interno e da campioni del suo contenuto gastrico. Si tratta di specie molto specializzate, adattate al freddo. Le analisi genetiche hanno rilevato una parentela con ceppi provenienti da regioni estremamente fredde, come l’Antartide. Questo suggerisce che i lieviti possano provenire dall’ambiente glaciale e che possano essere legati alla mummia già da millenni. I ricercatori hanno estratto sia DNA fortemente degradato (antico) che ben conservato (moderno). Ciò indica che questi microrganismi non sono solo reliquie del passato, ma continuano a esistere nelle attuali condizioni di conservazione (-6°C e con elevata umidità, forse in uno stato di quiescenza). “Qui vediamo una continuità”, spiega Frank Maixner, direttore dell’Istituto per lo studio delle mummie di Eurac Research. “Questi lieviti hanno accompagnato Ötzi, per così dire, nel suo lungo viaggio attraverso i millenni”. Questo dimostra, secondo Maixner, che la mummia “non è una reliquia statica, ma un sistema biologico dinamico”.

Lo studio dimostra inoltre che, le precedenti misure di conservazione potrebbero aver involontariamente favorito la presenza di alcuni microrganismi: tre dei quattro lieviti sembrano infatti possedere le caratteristiche genetiche in grado di degradare il fenolo, un composto chimico (utilizzato dopo il ritrovamento di Ötzi per eliminare dalla sua superficie eventuali infestazioni fungine) che i lieviti potrebbero aver utilizzato come fonte di nutrimento.

“Il microbioma di una mummia rappresenta un caso particolare, poiché abbiamo a che fare con microrganismi risalenti a oltre 5000 anni fa e, al contempo, con microbi moderni che si sono aggiunti dopo il ritrovamento”, afferma il microbiologo e primo autore Mohamed S. Sarhan.

“Le condizioni di conservazione della mummia sono oggi molto stabili”, commenta Elisabeth Vallazza, direttrice del Museo Archeologico dell’Alto Adige e responsabile della conservazione della mummia, “un monitoraggio microbiologico accurato garantisce che la mummia non subisca alcun danno. Tuttavia, sono sicuramente necessarie ulteriori ricerche e un grande impegno nella conservazione per preservarla per molte altre generazioni”.

Marco Samadelli, esperto di conservazione e coautore dello studio, sottolinea: “Le condizioni di conservazione delle mummie glaciali non sono ancora state comprese appieno. Questo studio amplia le nostre conoscenze su diversi importanti aspetti”.

Oltre alla loro importanza per la conservazione della mummia, i risultati aprono anche nuove prospettive per la ricerca: i microrganismi che prediligono le basse temperature potrebbero, ad esempio, essere impiegati in processi industriali ad alta efficienza energetica, come le fermentazioni a basse temperature.

 

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Credit: South Tyrol Museum of Archaeology, Augustin Ochsenreiter

 

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