Di Luca Franceschi
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Gianfranco Rotondi, presidente della Democrazia Cristiana e deputato di Fratelli d’Italia, interviene sul delicato tema della legge elettorale. Nel suo contributo pubblicato su HuffingtonPost, Rotondi ripercorre le scelte passate che hanno portato il centrodestra ad adottare il sistema maggioritario, ricordando come la Dc abbia accettato questo sacrificio pur conscia di dover abbandonare il vecchio assetto del partito. Quella scelta, sebbene radicale, era motivata dalla convinzione in una possibile rinascita della forza democristiana in una nuova veste, capace di contrapporsi a una sinistra riformista e non comunista.
La realtà ha però preso una strada diversa. La Democrazia Cristiana non è riuscita a trasformarsi nel partito liberal-cristiano che rappresentava il Partito Popolare Europeo nel resto dell’Europa. Di fronte alla sfida del maggioritario, ha preferito rifugiarsi nel cosiddetto terzo polo, cedendo progressivamente voti e influenza politica a Forza Italia e al suo inventore.
Rotondi riconosce che dopo trent’anni il bipolarismo comincia a stancare molti, ma sostiene che non si debba tornare indietro rispetto alle scelte compiute. Ricorda infatti come durante l’era del proporzionale il bipartitismo di fatto esisteva già: i primi due partiti raccoglievano circa l’ottanta per cento dei voti e si alternavano al governo e all’opposizione.
Dalla Seconda Repubblica era stata chiesta l’alternanza, e questa è stata garantita, anzi in modo eccessivo: nessuna coalizione ha mai vinto due volte consecutive. Il vero bipartitismo, però, non si è mai concretizzato come auspicato.
Gli ultimi democristiani continuano a riporre fiducia nel fatto che una legge maggioritaria possa semplificare gli assetti delle due coalizioni, permettendo l’affermazione di un partito a vocazione maggioritaria in ciascuna. A sinistra lo tentò Veltroni, con risultati deludenti; a destra venne creato il Pdl, che però si dissolse rapidamente in conflitti interni tra i fondatori.
Rotondi dichiara di credere ancora in questa possibilità e nutre speranza nelle due figure che oggi dominano la scena politica. Ha scommesso fin da subito su Giorgia Meloni, che già conosceva; la scelta su Elly Schlein è più azzardata, poiché non la conosce personalmente.
Se le due leader dovessero trovare un accordo su una legge elettorale ragionevole, secondo Rotondi riprenderà lo slancio verso la formazione di due partiti genuinamente orientati al voto maggioritario. Ma per questo serviranno soprattutto culture e visioni, non soltanto numeri. La Schlein dovrà uscire dalla logica dei piccoli gruppi parlamentari e riscoprire i grandi riformisti, persino pensatori come Proudhon, tanto caro a Craxi.
Meloni parte avvantaggiata: ha dimostrato competenza al governo e si è già mostrata aperta a contaminazioni culturali diverse. Il passo successivo dovrà essere ancora più ambizioso e rapido. Il tempo scarseggia, ammonisce Rotondi, perché la palude della frammentazione non dà preavviso: ci si accorge di esserne stati inghiottiti solo quando ormai è troppo tardi.
