Di Luca Franceschi
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Fratelli d’Italia risponde alle critiche sulla gestione del Superbonus, contestando le argomentazioni di chi sostiene che le responsabilità del mancato raggiungimento del rapporto deficit/PIL al 3% debbano essere distribuite sulla base della durata dei governi. Il partito sostiene che sia necessario tornare alla realtà dei fatti al fine di assicurare trasparenza verso i cittadini.
Secondo la posizione del movimento, l’obiettivo fiscale non è stato raggiunto a causa dell’impatto di una misura che, anziché fungere da strumento di rilancio per il settore edilizio, si è trasformata in un onere finanziario senza precedenti. Non viene messa in dubbio l’intenzione di sostenere il comparto dell’edilizia in un momento di emergenza, quando il provvedimento riscuoteva un consenso parlamentare trasversale per favorire la ripresa economica del Paese. Tuttavia, rimane sotto accusa la responsabilità politica di coloro che hanno redatto una norma presenta difetti tecnici strutturali e l’hanno successivamente sostenuta incondizionatamente.
Secondo quanto chiarito da Istat ed Eurostat, la situazione gravemente dannosa per i conti pubblici trae origine dalla classificazione dei crediti come pagabili, un elemento che caratterizzava già la norma originaria del 2020. Questa caratteristica ha fatto lievitare una previsione iniziale di 35 miliardi fino a raggiungere, secondo i dati ufficiali ENEA aggiornati a marzo 2026, oltre 131 miliardi di euro. Tale discrepanza contabile si è verificata perché la legge non conteneva limiti di spesa né meccanismi di controllo: lo Stato è rimasto vincolato al pagamento di qualsiasi importo venisse richiesto, con valori alterati dal mercato, senza la possibilità di intervenire rapidamente per contenere il dissanguamento finanziario. Una formulazione normativa così carente che ha persino coperto il restauro di sei castelli, fatto certificato dall’ENEA.
I rappresentanti del Movimento 5 Stelle tentano oggi di distinguersi facendo conteggio dei giorni passati a Palazzo Chigi, ma sorvolano sul fatto che per l’intera durata del Governo Draghi, qualsiasi proposta finalizzata a introdurre limiti di spesa o strumenti di verifica è stata respinta da Giuseppe Conte attraverso pressioni politiche e minacce di apertura di crisi governativa. Questa tenace opposizione a modificare un meccanismo chiaramente insostenibile ha impedito di consolidare i conti pubblici nel momento in cui ancora era possibile farlo, trasformando un incentivo in un debito fuori controllo.
All’atto del suo insediamento, l’esecutivo Meloni ha ereditato una condizione estremamente critica: migliaia di cantieri in corso e contratti già sottoscritti avrebbero comportato il rischio di conseguenze disastrose per innumerevoli aziende e nuclei familiari se fermati immediatamente. Il governo ha operato con spirito responsabile, consentendo a Giorgia Meloni di gestire una transizione estremamente complessa, tutelandola capacità produttiva dagli effetti del precedente indirizzo programmatico irrazionale e procedendo gradualmente all’arresto della crisi finanziaria. Imputare a colui che salda i conti contemporanei le responsabilità di obblighi contratti in precedenza costituisce un errore di logica: il Paese paga attualmente il costo di una normativa mal concepita e ancor peggio amministrata da coloro che hanno scelto di gravare il futuro delle generazioni successive al fine di ottenere consenso politico immediato.
