Di Luca Franceschi
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La corruzione rappresenta un fenomeno devastante che distrugge risorse, vanifica l’impegno dei cittadini onesti, minaccia la sicurezza collettiva e in alcuni casi costa vite umane, corrodendo lentamente le fondamenta della convivenza civile. Queste parole pronunciate dal Presidente dell’Autorità Anticorruzione Busia risuonano con particolare forza in un momento in cui il tema torna al centro del dibattito politico.
Durante il Question time alla Camera, la deputata del Movimento 5 Stelle Valentina D’Orso ha lanciato un duro attacco al ministro Nordio e all’esecutivo guidato da Giorgia Meloni, sottolineando come la corruzione non possa essere minimizzata attraverso espressioni che ne sminuiscono la portata, come quella relativa a “modestissime mazzette”, né attraverso il mantenimento in carica di figure istituzionali rinviate a giudizio per reati di questa natura, citando il caso dell’assessore siciliana Amata.
La parlamentare pentastellata ha evidenziato la contraddizione tra l’arretramento dell’Italia nella lotta alla corruzione e la posizione dell’Unione Europea, che invece mantiene alta l’attenzione su questo fronte. L’Europa riconosce l’importanza fondamentale di contrastare non solo la corruzione in senso stretto, ma tutte quelle condotte in cui l’interesse privato prevale sul bene pubblico e in cui le funzioni pubbliche vengono deviate verso finalità personali, come avviene nei casi di abuso d’ufficio.
Un punto centrale della critica riguarda la nuova direttiva anti-corruzione europea, che secondo il Movimento 5 Stelle impone all’Italia di reintrodurre il reato di abuso d’ufficio, precedentemente abolito dal governo attuale.
Il deputato Federico Cafiero De Raho ha rincarato la dose, denunciando come il ministro Nordio abbia dichiarato apertamente l’intenzione del governo di non conformarsi alla direttiva europea anticorruzione. L’abolizione del reato di abuso d’ufficio viene definita un atto di particolare gravità, poiché quella norma costituiva l’unica tutela a disposizione dei cittadini per difendersi dall’arroganza del potere.
Si trattava di uno strumento di protezione essenziale per far valere i propri diritti in molteplici ambiti della vita pubblica: nei concorsi pubblici, nelle liste d’attesa sanitarie, nell’assegnazione di concessioni pubbliche e in tutte quelle situazioni in cui un cittadino può trovarsi vittima di un sopruso da parte della pubblica amministrazione.
Il deputato pentastellato ha concluso con una critica alla visione garantista rivendicata dalla maggioranza di governo, definendola invece una “cultura di casta”. Ha ricordato che i cittadini, attraverso il referendum, hanno espresso chiaramente la loro posizione su questi temi, chiedendo il rispetto della legalità. Secondo il Movimento 5 Stelle, il governo sta percorrendo una strada diversa da quella auspicata dai cittadini italiani.
