(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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Il 4 aprile del 1976 andava in onda per la prima volta lo sceneggiato in due puntate “Majakovskij”, scritto da Giuseppe D’Avino, Lucio Mandarà, Alberto Negrin e diretto dallo stesso Alberto Negrin, che – a 50 anni da quella data, sabato 4 aprile – Rai Teche ripropone su RaiPlay.
Protagonista l’attore Tino Schirinzi nel ruolo di Vladimir Vladimirovič Majakovskij (1893-1930) il principale poeta e drammaturgo del futurismo russo, innovatore del linguaggio che unì arte ed impegno politico. Completano il cast Piera Degli Esposti, Agla Marsili, Dario Mazzoli, Paola Tanziani, Luciano Virgilio, Carlo Enrici, Romano Malaspina, Aldo Massasso, Sergio Rossi.
Come dichiarato dal regista Alberto Negrin il gesto estremo con cui Majakovskij pose fine alla sua vita resta sullo sfondo del racconto poiché lo sceneggiato rappresenta una biografia complessa incentrata sul rapporto tra l’uomo e la storia, tra l’artista e il potere.
Rispetto agli sceneggiati più tradizionali la regia di Negrin si caratterizza per l’utilizzo di telecamere mobili che consentono agli attori di sviluppare una recitazione più immediata e restituiscono allo spettatore la sensazione di essere al centro dell’azione scenica. La tecnica narrativa adottata dallo sceneggiato è serrata, prevedendo un continuo alternarsi di voci, presenze e testimonianze.
La vicenda si apre a Mosca il 14 aprile del 1930, giorno in cui Majakovskij si uccide con un colpo di pistola. Molte e discordanti sono le interpretazioni che amici, funzionari di partito, artisti danno di quel gesto. Majakovskij era per tutti loro un punto di riferimento obbligato perché, sin dagli ultimi anni del regime zarista e dopo il trionfo della Rivoluzione, era stato un protagonista delle avanguardie artistiche che non solo in Russia ma in tutta Europa aggredivano i valori estetici tradizionali e scandalizzavano i gusti del pubblico borghese. Aderendo al movimento futurista Majakovskij oltre alla rivoluzione artistica e sociale insegue anche il sogno di una rivoluzione della vita quotidiana: innamorato di Lilia, moglie del suo grande amico Osip Brik, cercherà nel delicatissimo equilibrio di un rapporto a tre di far trionfare quella che egli definì “la barca dell’amore” sulla banalità della morale tradizionale. Un intreccio di sentimenti doloroso che condurrà nel 1915 Majakovskij a tentare una prima volta il suicidio. Lo scoppio della rivoluzione lo vedrà protagonista in una continuità totale tra poesia e politica: sembra finalmente giunto il momento in cui gli artisti d’avanguardia avranno la possibilità di creare un’arte nuova per il proletariato. Tuttavia, per la giovane repubblica sovietica esistono problemi e criticità più urgenti come la necessità della difesa interna ed esterna, la lotta contro la fame e le epidemie.
Molti accuseranno i futuristi di vivere fuori dalla realtà e di parlare con un linguaggio incomprensibile ed a Majakovskij saranno negati i fondi per la rappresentazione della sua opera teatrale “Mistero buffo” scritta nel primo anniversario della Rivoluzione d’ottobre, nonostante l’appoggio del commissario del popolo per l’istruzione, suo estimatore. Lo spettacolo andrà ugualmente in scena e sarà il primo grande tentativo di favorire il difficile incontro tra l’arte nuova e gli strati più popolari della società russa.
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