Di Luca Franceschi
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Il governo ha compiuto una scelta gravissima contro le imprese italiane con le modifiche apportate al piano Transizione 5.0. Attraverso il decreto Fiscale, l’esecutivo ha deciso di riconoscere alle aziende escluse e rimaste in lista d’attesa soltanto il 35% del credito che spettava loro originariamente, limitando questa ridotta agevolazione esclusivamente ai beni strumentali e lasciando fuori altre componenti fondamentali dell’investimento.
Le conseguenze di questa decisione sono drammatiche per le imprese. In concreto, l’agevolazione si riduce nei casi più frequenti a livelli compresi tra il 12,25% e il 15,75%, una percentuale irrisoria rispetto a quanto inizialmente previsto e promesso.
Questa non può essere considerata una semplice correzione tecnica, ma rappresenta un taglio pesantissimo che colpisce direttamente le imprese che avevano già programmato i loro investimenti confidando in regole certe e stabili. La scelta appare sbagliata nel merito e pericolosa nel metodo utilizzato.
Le imprese italiane non possono continuare ad essere trattate come variabili dipendenti della propaganda governativa. Il meccanismo seguito è inaccettabile: prima si annunciano incentivi con grande fanfara, poi si aprono le procedure per accedervi, infine si cambiano le condizioni quando la partita è già iniziata e le aziende hanno già pianificato i loro investimenti.
Questo approche colpisce gravemente gli investimenti, la programmazione industriale e mina profondamente la credibilità delle istituzioni. Il punto politico emerge con chiarezza: il governo sta scaricando sulle imprese il costo dei propri errori di programmazione e gestione.
Se le risorse si sono rivelate insufficienti rispetto alle domande validamente presentate dalle aziende, la responsabilità non ricade certamente su chi ha investito in buona fede, ma su chi ha costruito una misura senza garantire certezza nelle coperture finanziarie e affidabilità nel tempo.
L’allarme sul venir meno della fiducia del sistema produttivo verso le istituzioni è pienamente giustificato. Quando lo Stato cambia le regole in corso d’opera, danneggia non solo le singole imprese ma l’intero sistema economico del paese.
È necessario un intervento immediato per ripristinare integralmente il credito spettante alle imprese escluse e per restituire serietà a una politica industriale che oggi appare caratterizzata solo da annunci roboanti seguiti da continui ripensamenti.
Le imprese italiane hanno bisogno di stabilità e certezza normativa, non di decreti che modificano le regole dopo che gli investimenti sono stati già programmati e in molti casi avviati. Solo così si può ricostruire quella fiducia indispensabile per sostenere la crescita e la competitività del sistema produttivo nazionale.
