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SFORZINI (CENTRO STUDI RINASCIMENTO NAZIONALE – THINK TANK DI FUTURO NAZIONALE CON VANNACCI) * CITTADINANZA: «BENE IL GOVERNO MELONI SULL’ABUSO DELLO IURE SANGUINIS, MA TROPPO PRUDENTE: LA CITTADINANZA ITALIANA VA RISTRETTA, E RESA PIÙ SERIA, SENZA TIMIDEZZA»

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19.25 - giovedì 12 marzo 2026

(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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CITTADINANZA, Sforzini (Centro Studi Rinascimento Nazionale – think tank di Futuro Nazionale con Vannacci): “Bene il governo Meloni sull’abuso dello iure sanguinis, ma troppo prudente: la cittadinanza italiana va ristretta, e resa più seria, senza timidezza”

Castello Sforzini di Castellar Ponzano, 12 marzo 2026 — «Ha ragione lo Stato, davanti alla Consulta, a ricordare una verità elementare che per troppo tempo è stata rimossa: il popolo non è un’entità indeterminabile. Una Nazione non è un archivio notarile aperto all’infinito. È una continuità storica, culturale e civile».
Lo dichiara Luca Sforzini, Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale, think tank di Futuro Nazionale con Vannacci, intervenendo nel dibattito apertosi davanti alla Consulta sulla riforma della cittadinanza iure sanguinis introdotta dal governo nel 2025.
«Il governo Meloni ha avuto il merito di riconoscere un problema reale: per anni la cittadinanza italiana è stata trattata come una pratica burocratica estendibile potenzialmente a decine di milioni di persone nel mondo sulla base di discendenze sempre più remote. Era inevitabile intervenire».

Secondo Sforzini, tuttavia, la riforma rappresenta solo un primo passo.
«Come spesso accade, il governo ha imboccato la strada giusta ma lo ha fatto con eccessiva prudenza. Limitare lo iure sanguinis è necessario, ma non sufficiente. Il vero nodo è restituire contenuto reale alla cittadinanza italiana».

«Il decreto che ha introdotto limiti più stringenti alla trasmissione automatica della cittadinanza ai discendenti nati all’estero ha almeno avuto il merito di riportare la questione sul terreno della realtà. Per anni si è fatto finta che la cittadinanza italiana potesse essere trasmessa senza limiti sostanziali, come se bastasse un legame genealogico remoto e magari mai vissuto, mai onorato, mai tradotto in appartenenza reale. Non può funzionare così. E non deve funzionare così».

Secondo Sforzini, tuttavia, la questione va affrontata con maggiore profondità.
«La stretta introdotta dal governo è un primo passo, ma non basta. Lo diciamo da tempo: la cittadinanza italiana non va allargata, va resa più seria. Non solo per chi la chiede per naturalizzazione, ma anche rispetto a ogni concezione burocratica e puramente automatizzata dell’italianità. La cittadinanza non è un timbro. È un’appartenenza».

Per il Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale il nodo non è soltanto giuridico ma culturale.
«L’Italia non è soltanto uno Stato. È una civiltà millenaria. Per questo non basta discutere di moduli o di discendenze genealogiche. Bisogna avere il coraggio di dire che essere italiani implica un legame reale con la lingua, con la storia nazionale, con la cultura italiana, con i valori della nostra civiltà e con il patrimonio europeo che l’Italia ha contribuito a costruire. Tra questi valori vi è anche un principio non negoziabile della civiltà italiana ed europea: la piena parità tra uomo e donna. Chi disprezza la donna, chi nega la sua libertà o la sua dignità, non può pretendere di diventare cittadino italiano».

Sforzini ribadisce quindi una proposta già avanzata nel dibattito pubblico:
«Per l’ottenimento della cittadinanza italiana dovrebbe essere previsto, quando non vi sia un legame diretto e vissuto con il Paese, un percorso formativo obbligatorio sulla cultura italiana, sulla storia della Repubblica, sui contributi dell’Italia alla civiltà europea, sul rispetto delle libertà fondamentali e sulla piena adesione ai valori costituzionali».

Sforzini conclude con un affondo politico:
«In queste ore si discute se sia legittimo restringere lo iure sanguinis. Io dico di più: è necessario restituire gravità, spessore e contenuto alla cittadinanza. Perché una Nazione che non sa più chi è, né chi vuole chiamare figlio, prima o poi smette anche di sapere come difendersi. L’Italia deve tornare a considerare la cittadinanza per quello che è: non una pratica amministrativa, ma un patto culturale e morale».

Il Centro Studi Rinascimento Nazionale

Rinascimento Nazionale

 

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