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DOMENICA PRIMERANO * GIOVANNI KEZICH: “ IL MUSEO DEGLI USI E COSTUMI DELLA GENTE TRENTINA HA OTTENUTO RICONOSCIMENTI A LIVELLO INTERNAZIONALE, HA OPERATO BENE “

Mi sono trovata spesso in disaccordo con Giovanni Kezich relativamente ad alcune opinioni che il direttore del Museo degli Usi e costumi della gente trentina aveva espresso, anche pubblicamente, circa il rapporto che il museo deve stabilire con il proprio pubblico. Ricordo in particolare l’incontro con la comunità museale, organizzato qualche anno fa in Palazzo Pretorio in occasione del dibattito sulla revisione della legge 15, “Disciplina delle attività culturali”. Parlando del museo, fece un parallelo tra il bestseller che si sciupa velocemente per l’utilizzo frequente e un antico codice, sfogliabile solo da un ristretto numero di persone e per questo con maggiori possibilità di attraversare integro i secoli. Concluse il proprio intervento confessando di preferire i musei poco affollati, se non vuoti. Una consapevole provocazione, sicuramente, lanciata da un professionista museale dall’acuta intelligenza, per segnalare la sua idea di museo: un luogo di ricerca e di studio, anzitutto.

Nella comunità museale il dibattito su cosa debba essere un museo e come debba proporsi è sempre piuttosto acceso: semplificando parecchio, c’è chi pone al centro dell’attività museale le collezioni, chi invece i propri pubblici. Come sempre, un fondo di verità e di ragione risiede in entrambe le opinioni: credo che compito di chi opera in un museo, specie se lo dirige, sia proprio quello di cercare la giusta mediazione tra i due estremi. Individuare la mission e la vision di ogni singola istituzione museale, e assumersene in pieno la responsabilità, credo sia un compito che spetta al direttore, nominato sulla base del riconoscimento di specifiche competenze disciplinari e museologiche, affiancato se possibile da un comitato scientifico con analoghe competenze. Il Consiglio di Amministrazione dovrebbe limitarsi a valutare invece, dal punto di vista gestionale e finanziario, la reale fattibilità delle proposte e dei programmi ideati dal direttore.

Da tempo i musei sono stati inglobati entro un’ottica distorta, applicata soprattutto dalle amministrazioni pubbliche locali che hanno individuato nel turista il principale destinatario dell’offerta culturale. Il fenomeno è noto: si enfatizza l’importanza di visitatori provenienti da altri territori per le ricadute economiche che la loro presenza determina; pertanto, i finanziamenti vengono indirizzati alle iniziative o agli istituti museali che più riescono ad attrarli. Di conseguenza i musei tendono a rivolgersi prioritariamente al visitatore-turista quasi non esistesse il visitatore-cittadino. In realtà si tratta di una distinzione miope che ha prodotto esiti devastanti e che ha finito per trasformare il cittadino-proprietario del patrimonio culturale in semplice, e spesso frettoloso, “consumatore”. Di qui la logica dei numeri, ovvero un giudizio sulle performances di un museo basato su dati quantitativi, anziché su dati qualitativi.

Come ho già avuto modo di affermare, oltre a stabilire relazioni tra le opere che conserva, il museo deve concorrere a tessere legami tra le persone, a migliorare la qualità della vita della gente, a creare comunità. Un cambio di prospettiva particolarmente interessante, soprattutto se rapportato alla difficile fase che stiamo vivendo, immersi come siamo nel tempo sospeso della pandemia che ha evidenziato una grande fragilità sociale e la necessità di nuove strategie di intervento. Un museo dunque, a mio parere, dovrebbe essere giudicato in base alle ricadute sulla comunità, in termini di accessibilità culturale e di benessere, che riesce ad attivare. Purtroppo, le cose non sono andate sempre così …
È auspicabile che la drastica riduzione di visitatori conseguente al contingentamento imposto dalla pandemia modifichi la misurazione delle performances museali, ovvero la capacità di un museo di conseguire i propri obiettivi, in un rapporto accettabile tra risultati conseguiti e risorse a disposizione.

Di quali risorse dispone il Museo degli Usi e costumi della gente trentina? Poche, a giudicare da quanto ha sempre denunciato Kezich. Il museo ha comunque messo in piedi meritoriamente una rete molto attiva tra musei etnografici trentini, ha ottenuto riconoscimenti anche a livello internazionale soprattutto per le ricerche attivate, ha operato e bene in ambito educativo.

Apprendiamo oggi che Kezich dovrà lasciare il proprio incarico per una dichiarata logica di turnazione che, a suo tempo, era stata imposta anche a Franco Marzatico, allora direttore del Castello del Buonconsiglio. Del resto, sempre più spesso – anche a livello nazionale – gli incarichi affidati ai direttori sono circoscritti ad un tempo prestabilito così da poter effettuare in tempi rapidi una verifica dei risulti acquisiti. Una modalità che presenta vantaggi e svantaggi, ovviamente: è improbabile che un direttore possa davvero raggiungere gli obiettivi che si è posto in un tempo ristretto.

Comprendo lo sconforto di Giovanni Kezich che, dopo aver vinto un concorso, da trent’anni dirige quel museo. Io lavoro da 32 anni nel mio e l’identificazione con l’istituzione che ho concorso a riplasmare è tanta. Umanamente e professionalmente gli sono vicina.

La cosa che più mi preoccupa, comunque, è che possa farsi strada l’idea che per la vita di un museo non sia necessaria la presenza di un direttore scientifico, o che basti una direzione amministrativa, come è già successo. Dai dati Istat emerge che solo il 54,6 % dei musei italiani ha un direttore; di contro, la cosiddetta riforma Franceschini giustamente enfatizza il ruolo e la responsabilità del direttore come punto di riferimento centrale delle diverse aree. Perché il patrimonio di idee che si è consolidato nel tempo non vada perso, è urgente che ci si attivi affinchè il museo fondato da Giuseppe Šebesta possa proseguire la propria attività con una figura altrettanto competente e libera da condizionamenti impropri. Ne guadagnerebbe tutto il sistema museale trentino che sta vivendo una fase estremamente critica dovuta, oltre che alla pandemia, ad una certa confusione di ruoli che bene non fa a questo essenziale comparto culturale.

 

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Domenica Primerano
Direttrice del Museo diocesano tridentino

 

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Foto da: diocesitn.it