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Riceviamo e pubblichiamo integralmente:

ZANELLA (FUTURA) * SANITÀ TRENTINO: « SERVONO PIÙ MEDICI DI MEDICINA GENERALE, INTEGRATI CON INFERMIERI DI COMUNITÀ E FIGURE RIABILITATIVE E SPECIALISTI TERRITORIALI »

La Giunta metterà fine all’attuale organizzazione sperimentale dell’Azienda sanitaria, partita nel 2017 e nata principalmente per cercare di uniformare ed efficientare i processi. Un’organizzazione che ha visto principalmente la creazione di aree clinico-assistenziali per dare risposte omogenee ai bisogni di salute e l’eliminazione dei distretti in favore di un servizio territoriale unico. Una sperimentazione che viene chiusa senza alcun tipo di valutazione d’impatto sulla salute della popolazione e di efficienza gestionale, con un semplice comma della collegata alla legge di stabilità. Una sperimentazione che, per una serie di concause, personalmente ritengo non abbia raggiunto gli obiettivi che si era prefissa e sulla quale, però, andrebbero fatte delle considerazioni, se non altro pro futuro, per capire come migliorare l’organizzazione di una azienda che ha in mano la salute di cittadini e cittadine e che assorbe quasi un terzo del bilancio provinciale.

Il tema nodale però è un altro e riguarda il modello organizzativo generale della rete ospedaliera, antecedente alla sperimentazione. La volontà della Giunta è di arretrare rispetto a un modello di rete ospedaliera che si basa su livelli di competenza e specializzazione diversa nei diversi nodi che la compongono (modello hub and spoke) e approdare a un modello di “ospedale diffuso”. Una riforma incomprensibile, insostenibile e con un chiaro fine elettoralistico che non farà altro che illudere la popolazione (ricordiamoci che mancano specialisti anche nell’attuale modello organizzativo e la Scuola di Medicina non risolverà il problema se non prima di dieci anni). La nostra rete ospedaliera è complessivamente già ben strutturata, anche se la pandemia l’ha messa a dura prova, in particolare per quanto riguarda la carenza di personale e la riorganizzazione emergenziale sempre all’inseguimento degli eventi.

Il modello che vede da una parte la concentrazione di elevate specialità e tecnologie in un solo polo (hub) per rispondere adeguatamente ai bisogni dei pazienti più acuti, e dall’altra presidi ospedalieri di valle (spoke) con competenze sul primo intervento e la gestione di quadri clinici più stabili, servizi per la cronicità e per terapie ricorrenti (come i day hospital oncologici), è un modello che garantisce appropriatezza, sicurezza, qualità e sostenibilità delle cure. Non si tratta di contrapporre centro e valli, ma di offrire a tutta la popolazione trentina i migliori servizi: quelli di uso frequente, legati alla prevenzione e alla cronicità vicino a casa, mentre quelli legati alla fase acuta – che tendenzialmente è eccezionale e necessita di elevata expertise – nel miglior polo ospedaliero possibile, che non può che stare al centro di una regione dall’assetto orografico come il nostro. Ciò che si rende necessario è condividere con i cittadini di tutto il Trentino il senso e la fondatezza di questo modello, spiegandone ragioni, ma capendo anche esigenze, necessità dei singoli territori, per addivenire a punti di mediazione sensati.

Il tema vero è che gli investimenti da fare oggi in sanità non riguardano la riorganizzazione ospedaliera, ma altre due grosse fragilità del sistema. La prima è rappresentata dalla carenza di personale che va rapidamente risolta, come indicato anche a livello naziononale dal ministro Speranza, perché è a rischio la tenuta del sistema. In tal senso è positivo che anche il nuovo Direttore generale voglia investire per attrarre e trattenere personale altamente qualificato. Spero lo faccia, però, non tanto puntando sulle alte specialità “di grido”, ma soprattutto rendendo sfidante e gratificante lavorare sulla cronicità e sui bisogni prioritari di salute della popolazione. Anche su problemi cognitivi, cronicità e non autosufficienza si possono creare eccellenze, magari integrando gli aspetti clinici con gli investimenti che sono già consolidati sul nostro territorio, come le neuroscienze e l’ICT.

La seconda fragilità è rappresentata da una sanità ancora ospedalocentrica, dove si è investito poco in prevenzione, sanità pubblica, cure territoriali, cosa che in questo periodo è emersa in tutta la sua drammaticità con la difficoltà nella gestione domiciliare dei malati di CoViD. Sentiamo parlare da oltre vent’anni di potenziamento delle cure territoriali, ma alla contrazione dei posti letto ospedalieri non è corrisposto un adeguato potenziamento dei servizi di promozione della salute, di gestione della cronicità e prevenzione delle complicanze, così come sarebbe previsto anche dall’ultimo Piano provinciale per la salute. Su questo sì che serve un enorme investimento riorganizzativo, di integrazione multiprofessionale, tra ospedale e territorio, tra sociale e sanitario.

Servono figure – a partire da più medici di medicina generale, integrati con infermieri di comunità, figure riabilitative e specialisti territoriali – e spazi dedicati dove l’integrazione possa di fatto avvenire, sul modello delle “case della salute” che si stanno diffondendo in Emilia Romagna e che dovremmo creare anche nelle nostre città e nelle nostre valli. Su questo sarebbe necessario che la Giunta si confrontasse con il Consiglio provinciale, il Consiglio sanitario provinciale, la Consulta provinciale per la salute e le parti sociali perché su questa riorganizzazione è in gioco il futuro della nostra salute.

 

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Paolo Zanella, consigliere provinciale di Futura