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Riceviamo e pubblichiamo integralmente:

UIL – TRENTINO * TURISMO – COVID: « FONDO SALVA ALBERGHI? PURCHÉ NON SIA L’ENNESIMO SALVAGENTE AI SOLITI NOTI »

Si ripropone nuovamente la formula del “Fondo Salva alberghi” per “aiutare” il turismo trentino, ci auguriamo non con la riproposizione dello strumento del “lease back” attuato dalla PAT ben oltre un decennio fa, con luci ed ombre, nel comparto industriale.

L’ipotesi sarebbe quella che l’ente pubblico o un suo braccio operativo ricco di liquidità (Trentino Sviluppo o Patrimonio del Trentino), acquistasse la proprietà degli alberghi in difficoltà per poi ricederla agli stessi albergatori, anche a rate, per tornarne poi in possesso. Altrimenti la PAT, o chi per essa, si tiene l’albergo a garanzia.

In realtà uno strumento simile, il lease back”era già stato applicato in passato per i capannoni delle industrie in crisi del Trentino e non sembra avere dato sempre i frutti sperati. Alcune delle aziende in crisi sono rimaste problematiche, altre hanno delocalizzato ugualmente (Marangoni, Arcese, ecc…) con buona pace dei lavoratori e della promessa di mantenimento in loco della relativa occupazione. In alcuni casi le aziende coinvolte non siano state neppure in grado di pagare le rate del leasing e tantomeno il riscatto finale del capannone.
Ma veniamo alle obiezioni che ci permettiamo di addurre se la PAT dovesse decidere di istituire questo “Fondo salva alberghi”.

Gli alberghi trentini, anche grazie ai generosi contributi PAT, sono spesso dei veri gioielli dell’accoglienza. Se l’albergatore si libera della proprietà, ne avrà ancora la medesima cura? Farà la manutenzione? E chi la paga? Se poi non paga le rate del lease back, cosa se ne fa la PAT (vedasi altri immobili con storie travagliate quali Artigianelli, terme varie, ecc…) di queste cattedrali nel deserto? Li vende? A chi? Catene italiane o estere?

Chi stabilisce i valori di acquisto degli alberghi? Quanto vale un albergo in crisi? Magari con lavori di ristrutturazione o adeguamento da fare? Chi fa le perizie del valore degli alberghi? Gli stessi che fecero le perizie dei capannoni che in alcuni casi si rivelarono troppe generose?

Come facciamo a tutelare l’eventuale investimento pubblico nella proprietà degli alberghi evitando che qualche albergatore prenda i soldi dalla PAT e li “bonifichi” all’estero? Come UIL proponiamo fin da subito che i soldi PAT dati eventualmente agli albergatori siano versati su un conto corrente presso banche trentine (Mediocredito in primis) le cui somme siano adeguatamente “segregate” e prelevabili solamente per pagare gli stipendi dei lavoratori e le rate del lease back alla PAT.

Non dimentichiamo inoltre che in molti casi gli albergatori sarebbero gli stessi a cui la PAT ha già acquistato gli impianti di risalita pochi anni fa, evitando loro di dover sanare buchi economici o di indebitarsi ed accollandosene la manutenzione ed il periodico ammodernamento. E ridando da gestire i medesimi impianti, a canone di affitto molto basso, alle stesse società di gestione degli impianti di cui sono soci gli stessi albergatori.

E poi una domanda “politica” sui generis: molti settori sono in difficoltà, perché quindi l’aiuto solo per gli albergatori e i loro alberghi? Solo il comparto del turismo deve rimanere fuori dal tanto decantato “libero mercato” e dalla corretta concorrenza fra operatori?
Perché allora non un “Fondo di salvataggio” per dare una risposta alla crisi dei panificatori? O anche dei negozianti o dei commercianti in genere? Perché non un “fondo salva negozi” diffuso per tutti i “muri” dei negozi trentini? E vogliamo lasciare fuori le stalle e le malghe dei poveri allevatori in guerra con lupi ed orsi? O le campagne degli agricoltori in difficoltà, per non dire dei ristoranti e bar dei sempre piangenti ristoratori e esercenti in crisi?

Nello scorso Festival dell’Economia si è parlato del “ritorno dello Stato” del “pubblico” nell’economia, ma una PAT “leghista” che si ispira ad un modello economico stile URSS ci sembra fin troppo anacronistico e difficile da spiegare ai trentini. Soprattutto a tutti gli onesti contribuenti, in gran parte lavoratori dipendenti e pensionati, che pagano le imposte per avere servizi sanitari e d’ istruzione pubblici efficienti, che dovrebbero venire prima di ulteriori contributi ad operatori economici dalla fedeltà fiscale piuttosto incerta.
E circa il problema del mancato passaggio generazionale delle attività alberghiere da padre in figlio perché la PAT dovrebbe acquisire queste attività private con denari pubblici, magari strapagandole pure? Sempre e solo in nome di questa “ridicola trentinità”?

Come UIL siamo comunque abituati a criticare certi tipi di operazioni, ma, in maniera costruttiva, ad elaborare anche delle proposte. Eccone un paio:
piuttosto che il Fondo di salvataggio sarebbe meglio valutare se rispondere con un aumento delle garanzie provinciali, tramite i consorzi e le cooperative preposte (Confidi e Cooperfidi), a tutte le categorie in difficoltà, ma in cambio di precise garanzie sul mantenimento dell’occupazione da parte delle aziende beneficiarie;

e se proprio bisogna comperare qualche immobile, che almeno la PAT si limiti a coordinare la strategia e ci metta solo una quota minoritaria delle ingenti risorse finanziarie necessarie, creando piuttosto dei fondi specifici di investimento, dove altri soggetti finanziari ( SGR o investitori privati specifici di quel settore) apportino la maggior parte dei capitali che servono e, soprattutto, la loro specifica capacità gestionale. Coinvolgendo magari anche le associazioni di categoria (industriali, imprenditori e commercianti in primis) sia dal punto di vista finanziario che di responsabilità e garanzia.

Tutto sempre cercando di minimizzare i costi e cercando di mantenere in Trentino ricavi e fiscalità.

 

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Segretario Generale
Uil del Trentino
Walter Alotti