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Riceviamo e pubblichiamo integralmente:

SILVIO BERLUSCONI * INTERVENTO “IL GIORNALE” 12/9/2021: « ESSERE LIBERALI E CRISTIANI IMPLICA ESSERE GARANTISTI, È IL FONDAMENTO DEL NOSTRO PROGETTO PER CAMBIARE L’ITALIA »

Di Silvio Berlusconi.

Scriveva Piero Calamandrei che nelle aule dei Tribunali il Crocifisso non dovrebbe stare appeso alle spalle del collegio giudicante ma, al contrario, «in faccia ai giudici, ben visibile nella parete di fronte, perché lo considerino con umiltà mentre giudicano e non dimentichino mai che incombe su di loro il terribile pericolo di condannare un innocente». Questo terribile pericolo – evocato dal più grande giurista italiano del ‘900, uno dei padri della nostra Costituzione – è esattamente la ragione per la quale noi abbiamo incluso il concetto di garantismo, insieme a quelli di liberalismo, di cristianesimo e di europeismo, fra i principi fondanti di Forza Italia.

Come ho spiegato nei tre articoli precedenti, a legare fra loro questi quattro concetti c’è l’idea di sacralità della persona. L’idea che ogni essere umano sia portatore di diritti assoluti, primo fra i quali quello alla libertà. Lo Stato esiste appunto per tutelare la libertà degli individui, e può limitare tale libertà solo quando questa limitazione è indispensabile per tutelare la libertà e i diritti degli altri da una violazione o una prevaricazione. Lo Stato per i liberali è importante, non siamo certo anarchici, ma la principale funzione dello stato liberale è proprio quella di tutelare i diritti delle persone, diritto alla vita, all’incolumità personale, alla proprietà ecc., fermando e punendo chi li mette in pericolo. Lo Stato ha la titolarità dell’uso legittimo della forza, anche la forza delle armi nei casi estremi, ma soltanto allo scopo di tutelare la libertà e i diritti di ogni cittadino quando sono messi in pericolo. Perseguire o condannare un innocente è il peggior crimine che lo Stato possa commettere.

Significa privare un essere umano della libertà, degli affetti, del lavoro, dei beni, in molti casi della dignità e della considerazione sociale. Significa anche venir meno alla funzione stessa dello Stato, che rinuncia a perseguire i veri colpevoli, i veri criminali, e quindi a proteggere e a difendere la vita, le proprietà, i legittimi diritti delle persone. Significa addirittura incoraggiare il crimine, distogliendo mezzi, risorse umane, denaro per accanirsi contro persone innocenti. Tuttavia le istituzioni create dall’uomo sono per definizione imperfette, gli esseri umani sono fallibili, il miglior investigatore, il più onesto e professionale, può comunque commettere un errore.

La realtà è spesso difficile da interpretare, chi crede di aver individuato un colpevole è naturalmente portato anche in buona fede – a cercare prove che rafforzino la tesi della colpevolezza, non certo quelle dell’innocenza. Per questo è necessario un giudice terzo, distaccato rispetto sia alle ragioni di chi accusa che di chi si difende, in grado di applicare al caso concreto, serenamente e senza pregiudizi, la norma giuridica, che deve sempre essere generale e astratta.

Per questo chi giudica non può essere collega e amico di chi accusa. Una netta distinzione fra le due funzioni, quella inquirente e quella giudicante, è l’unica garanzia che il giudice sia davvero equidistante. Cioè lontano tanto dall’accusatore quanto dall’accusato. Ma la fallibilità umana può entrare in gioco anche in questo caso: non solo chi accusa, ma anche chi giudica, può sbagliare in buona fede (in Italia abbiamo una grande maggioranza di magistrati onesti e preparati), può essere condizionato da un pregiudizio, oppure per esempio dall’incapacità dell’accusato – anche se innocente – di far valere le proprie ragioni. Non bisogna mai dimenticare che una persona perbene soffre la condizione di imputato, e ancor più la carcerazione, in modo ben diverso da un delinquente abituale, che in qualche modo la mette in conto.

La paura, la vergogna, la sofferenza possono indurre anche a comportamenti controproducenti o autolesionisti. Per questo è necessario che vi siano più gradi di giudizio, perché gli eventuali errori di un giudice possano essere corretti da un altro giudice di livello superiore, Per questa stessa ragione l’uso della carcerazione preventiva deve essere limitato al massimo e non dovrebbe mai essere ammesso se è finalizzato al solo scopo di ottenere una confessione.

La presunzione di innocenza non è un principio astratto, è una necessità concreta per il corretto funzionamento di un sistema giudiziario.

Significa che nessun cittadino può essere considerato colpevole fino alla sentenza definitiva e fino a quel momento non deve perdere nessuno dei suoi diritti. Tanto meno può essere messo in carcere, a meno che non ci siano forti e fondate ragioni per ritenere che possa fuggire o commettere altri gravi reati. Ma questa dev’ essere l’eccezione, non la regola. Significa anche che è l’accusa a dover provare la colpevolezza di un cittadino, non è mai la persona accusata a dover dimostrare la propria innocenza. Anche perché dimostrarla può essere estremamente difficile per chi non ha i mezzi, il denaro, gli strumenti di indagine a disposizione dell’accusa.

Chi ha letto Kafka ricorderà lo smarrimento e l’impotenza del singolo di fronte all’imponenza dell’apparato giudiziario. Per questo «in dubio pro reo» è uno dei principi cardine di ogni sistema giudiziario rispettoso delle persone: meglio rischiare di assolvere un colpevole che di condannare un innocente. È un concetto alla base della nostra idea di Stato liberale e cristiana: affonda le origini addirittura nella Bibbia (Dio era disposto a non punire Sodoma e Gomorra pur di non condannare dieci giusti).

Questo significa anche che un cittadino assolto da un tribunale in un grado di giudizio non dovrebbe essere ulteriormente perseguito: se un magistrato lo ha ritenuto innocente evidentemente esiste almeno un dubbio sulla sua colpevolezza. Per questo abbiamo proposto l’inappellabilità dei giudizi di assoluzione.

A tutto questo si aggiunge il fatto che nella pratica il processo è esso stesso una condanna, perché dura anni, perché getta sulla persona l’ombra del sospetto e dello stigma sociale, perché ne limita anche se innocente molti diritti e molte libertà, perché coinvolge inevitabilmente la famiglia, gli amici, il lavoro, ogni aspetto della vita. Su questo non aggiungo altro, perché entrerei nel merito di dolorose vicende personali delle quali non intendo parlare in questa occasione. Ma è per questa ragione che i processi non possono durare all’infinito, una persona non può essere sottoposta a questa tortura per decenni. La prescrizione è una misura di civiltà.

Se poi la terzietà dei magistrati non è garantita, se chi accusa ed anche chi giudica è condizionato da pregiudizi, per esempio di tipo politico, il principio fondante del sistema giudiziario viene messo in discussione. E quanto è successo in Italia, dove fin dagli anni ’60-70 il Partito comunista compì un’opera sistematica di occupazione della magistratura con persone di sua fiducia, da inserire nei gangli vitali del sistema giudiziario. L’operazione Mani Pulite, e tante altre vicende successive, sono figlie di questa storia.

Come ben comprese già 30 anni fa Giovanni Falcone, «confondendo la politica con la giustizia penale l’Italia, pretesa culla del diritto, rischia di diventarne la tomba». Per noi liberali tutto questo è inaccettabile, mentre il garantismo è una condizione assoluta di rispetto del valore della persona, un tratto distintivo dell’identità europea (fin dall’Habeas Corpus e prima ancora dalla Magna Charta). Quindi essere liberali e cristiani implica essere garantisti, e tutti insieme questi principi sono l’espressione dell’unicità di Forza Italia, e il fondamento del nostro progetto per cambiare l’Italia, per quella rivoluzione liberale nella quale non smetto di credere.