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Riceviamo e pubblichiamo integralmente:

PROF. GIOVANNI CESCHI * ESAMI SCUOLA: « A TUTTI GLI ALUNNI CHE SI ACCINGONO ALLA MATURITÀ, FATE BRILLARE IL VOSTRO TALENTO »

«Notte prima degli esami, notte di polizia, certo qualcuno te lo sei portato via. Notte di mamme e di papà col biberon in mano, notte di nonne alla finestra, ma questa notte è ancora nostra. Notte di lacrime e preghiere, la matematica non sarà mai il mio mestiere…». Così cantava Antonello Venditti quasi quarant’anni fa. Canzone che ha fatto epoca e che rende un clima, meglio: uno stato dell’anima. Quello della vigilia di una nuova fase della vita: quando sai che per la prima volta, nonostante mamme e papà col biberon e nonne alla finestra, il giorno dopo sarai solo con la verità del tuo essere adulto. Per la prima volta davvero.

Ma questa notte è ancora nostra? Forse ancora per poco. Tutto fa pensare che la maturità, tenace sopravvivenza di un nome al grigiore ministeriale che la vuole esame di stato, abbia gli anni contati. Con l’emergenza-covid il processo, già in atto da tempo, è accelerato: se infatti l’anno scorso la decisione di svolgere il solo colloquio orale pareva giustificata dalla situazione epidemiologica, quest’anno non si comprende come non fosse possibile mantenere lo scritto d’italiano e lo scritto d’indirizzo, che coronano un intero percorso di studio. Se lo si fosse voluto davvero, gli strumenti ci sarebbero stati; ma che di scelta e non di vincolo sanitario si tratti – per la maturità 2021 – pare confermato dalle dichiarazioni dello stesso ministro Bianchi, tanto goffamente entusiasta dell’abito collezione-covid da prefigurarlo come modello per gli anni a venire. Andiamo bene, con simili stilisti e cotali sfilate di moda: considerando per giunta che, dovesse affermarsi un modello del genere, saremmo l’unico Paese europeo a prevedere un esame soltanto orale, cui anche in Italia finora si era ricorsi soltanto nelle zone terremotate o alluvionate.

Processo di svalutazione dell’esame di maturità in atto già da tempo, si diceva. E com’è facile avvedersi, per ragioni che di educativo e pedagogico hanno ben poco. Si è cominciato col ridurre la distanza d’origine dei commissari esterni, che prima venivano da un’altra Italia, a garanzia d’estraneità e omogeneità dell’intero sistema in un aleatorio destino di nomina (la mia commissaria d’italiano portava il sole della Sicilia al Prati, in un giugno umido e piovoso degli anni ‘90). Si è proseguito con il bilanciare interni ed esterni, persino dopo un esperimento di commissione fatta in casa che, senza essere esperti di cose di scuola, già lasciava presagire il pericolo – peggio ancora, la vacuità – di un sistema che valuta se stesso. E adesso si sta arrivando allo sgretolamento, con effetti invasivi: giacché in Italia, terra di santi navigatori e… calcolatori, è la prova d’esame a modellare la scuola di ogni giorno, anziché il contrario. Invalsi docet.

L’idea di fondo è quella per cui, se un esame non potrà dire al candidato chi sia davvero, quale sia il suo peso specifico nella società adulta cui si sta affacciando, meglio è non rischiare di “traumatizzarlo” cancellando presunte certezze costruite negli anni. Garantire che l’esame sia indolore e insapore: come tentano di fare quei presidenti di commisione che all’orale propongono il voto con le alchimie di un foglio excel che vaticina il punteggio ideale per confermare la media ottenuta dal candidato nel triennio finale delle superiori. Vedi mai che qualche studente ci sorprenda! L’esame deve certificare, non mettere alla prova. Fotografare l’esistente. Grigia ministerialità di commissari-impiegati il cui primo obiettivo è salvarsi da ricorsi postumi. Poi la vita farà il suo corso. Ma quella è un’altra storia, che non ci riguarda, vero?

Notte di polizia. Il valore dell’esame consiste invece nel suo essere anche momento di controllo e conseguente paura. E, con effetto calcolato, di controllo della paura. Momento in cui il candidato è solo davanti al foglio bianco: e via con dieci pagine di documenti a corredo del tema d’italiano, per scongiurare il rischio che qualcuno rimanga senza parole. Momento in cui la competenza è nitidamente messa in luce: e guarda un po’, progressiva dissolvenza della traduzione dal latino o dal greco, sostituita dal commento di un testo compreso nelle sue linee essenziali, corredato di rassicuranti indicazioni letterarie e in sostanza già interpretato. Momento di sintesi e – come diceva il nome – di maturità, che espone il candidato a un colloquio imprevedibile ma bellissimo, dove può confrontarsi con l’intelligenza di una commissione che lo valorizzi: e via con la presentazione di un argomento a scelta, imparaticcio e scontato, collegamenti tenuti in piedi con la colla stick e con l’astuzia sempre più apprezzata di effetti speciali al computer.

«La luna sembra strana: sarà che non ti vedo da una settimana». Il valore formativo dell’impegno, della fatica, della rinuncia: di chi sa che fuori ad attendere c’è una vita che si spalanca intonsa dopo un ostacolo temuto e atteso insieme. Un futuro dalle infinite possibilità. Il tramonto annunciato dell’esame di maturità, peggio ancora il rischio di svuotamento dall’interno cui persino il covid sta offrendo un contributo, avrebbe l’effetto di defraudare gli studenti di questo rito di passaggio. Li vedrebbe forse più spensierati, garantiti nell’esito numerico del percorso di studi superiore da una sorta di mega-scrutinio comprensivo degli ultimi anni; più liberi di pensare già alla scelta universitaria nella parossistica smania di un domani vorace. Non certo più appagati: la maturità è anche approdo psicologico di un percorso di crescita, dove l’incertezza e la tensione dell’esame si sostanziano in promessa di futuro.

«Si accendono le luci qui sul palco…» L’esame – un po’ come la vita – è tragedia e commedia: oltre al Dante e all’Ariosto della canzone di Venditti, sovviene Pirandello e l’ipocrisia della realtà che la sua opera denuncia. A tutti gli alunni che si accingono alla maturità, all’accendersi delle luci sul palco in quell’oretta di colloquio che sarà formale tributo a un’emergenza fortunatamente svanita in ogni altro ambito del vivere sociale, auguro almeno che possa brillare il talento di ciascuno e che l’esame – questo come ogni altro, nella vita – li aiuti a togliere la mascher(in)a, accettando di guardarsi allo specchio. E sostenendo lo sguardo. «Forse cambiati, certo un po’ diversi, ma con la voglia ancora di cambiare, se l’amore è amore…»

 

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Giovanni Ceschi
È docente di latino e greco al liceo Prati e presidente del Consiglio del sistema educativo