PROVINCIA AUTONOMA TRENTO

Covid-Free (6 puntata format Tv)

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ASSOCIAZIONE TRANSDOLOMITES

Intervista al Presidente Massimo Girardi

(Progetto Ferrovia Avisio - Mobilità di valle - Trasporto Brt)

Riceviamo e pubblichiamo integralmente:

Se non si interviene subito, sarà vera emergenza sanitaria. In questi giorni la stampa nazionale specializzata si è occupata dell’emergente problematica dei pensionamenti in sanità, incrementati dall’approvazione della famosa “quota 100”, che avrà effetti pesanti per il personale infermieristico ed ancor di più per quello medico specialistico, vista l’indisponibilità di reperire sul mercato un adeguato numero di figure specializzate.

Dai dati pubblicati sul sole 24 sanità si stima che dal 2018 al 2025 andranno in pensione 49057 medici specialisti, sostituiti dai 30.627 che subentreranno, con una perdita di 18.430 professionisti.

Grave anche la situazione infermieristica, fotografata in questi giorni da uno studio Fnopi (Federazione nazionale ordine infermieri), dove potenzialmente a livello italiano 74.532 infermieri potrebbero andare in pensione in maniera più rilevante con la quota 100, vista l’elevata età media (51 anni).

Lo studio Fnopi ipotizza che usufruira’ di questa possibilità una percentuale pari al 30% dei potenziali beneficiari, pertanto lascerebbero il servizio nel giro di poco tempo circa 22.360 infermieri, 900 dei quali nella nostra Provincia di Trento e 239 in quella di Bolzano.

Tra l’altro la situazione italiana appare già “strutturalmente” problematica e carente, vista la presenza di 6,4 infermieri ogni 1000 abitanti, a fronte della media europea che è di 9,4 con punte di 12 (dati Ocse). Secondo gli standard di sicurezza internazionali, ogni infermiere dell’azienda sanitaria trentina dovrebbe mediamente assistere 6 pazienti, in realtà ne assiste un numero più elevato, fino a a10, ed in futuro cosa succederà?

Ora il massiccio pensionamento dei medici senza un’adeguato ricambio generazionale produrrà, stante le competenze sempre più avanzate e specialistiche dei nostri professionisti infermieri, la ridistribuzione delle attività sanitarie che non sono “esclusive” del medico e che andranno attribuite al personale infermieristico ed ai professionisti sanitari non medici con un relativo aumento di fabbisogno e questo rappresenterà per le nostre categorie una grande opportunità di crescita professionale, che dovrà essere recepita nei contratti a livello giuridico/economico ma se non saranno in numero sufficiente in servizio, il sistema rischierà di collassare.

Ci rivolgiamo pertanto a tutte le forze politiche, fiduciosi che dimostrino la dovuta sensibilità per settori “provinciale” particolarmente delicati come l’Apss trentina e quello delle Asps provinciali e che si attivino tempestivamente per favorire l’assunzione del personale infermieristico e sanitario del comparto necessario a garantire la qualità e la sicurezze delle cure.

L’attivazione poi di nuove servizi non deve avvenire a isorisorse, ma devono essere previsti fondi aggiuntivi per l’assunzione del personale necessario a garantire le nuove attività, altrimenti finisce per essere sottratto a situazioni già deficitarie. Una volta assunto, il personale non è subito autonomo ed operativo, deve essere affiancato ed inserito in contesti complessi e sono necessari anche dei mesi per raggiungere l’autonomia.

In caso contrario i nostri professionisti sanitari saranno sempre più stanchi e stressati perchè non potranno godere di adeguate ferie e riposi per il recupero psicofisico, avranno difficoltà ad ottenere congedi parentali nel periodo estivo e si rischierà un ridimensionamento della loro presenza in servizio a fronte dello stesso numero di pazienti da assistere, con relativa diminuzione della qualità di cura e un aumento dei carichi di lavoro. E’ ormai cosa nota che la risorsa umana è fondamentale per l’ottimale funzionamento delle nostre aziende, che a nostro avviso devono “prendersi cura” del proprio personale garantendo una situazione di benessere organizzativo.

Siamo preoccupati come professionisti ma anche come cittadini utenti e vogliamo preservare l’elevato standard qualitativo assistenziale attualmente presente nella nostra provincia, quello che chiediamo è di operare in situazioni di sicurezza.

Un’ultima considerazione, a breve riprenderà la contrattazione provinciale del comparto sanità, un contratto che valorizzi in primis infermieri e professionisti sanitari e premi il loro “disagio” sarà determinante per attrarre professionalità da fuori provincia a fronte dei massicci pensionamenti futuri, considerando il fatto che il nostro polo universitario non sarà in grado di fornire un adeguato ricambio generazionale.

Inghilterra e Germania continuano a sottrarci i nostri infermieri, da loro considerati tra i migliori d’Europa, garantendo loro stipendi adeguati al loro status di professionista. noi continuiamo a formare i nostri giovani con elevati costi in capo alla collettività e poi non sappiamo trattenerli e valorizzarli nelle nostre valli, occorre un “progetto” e noi come sindacato abbiamo molte proposte da fare e cose da dire, rappresentiamo 1700 professionisti a livello provinciale e chiediamo di essere ascoltati dalle istituzioni.

Ad Maiora

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Cesare Hoffer
Coordinatore Provinciale Nursing up Trento

 

 

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‘Quota 100’ decimerà gli organici: oltre 22mila infermieri in meno da subito

11/03/2019 – Il dato, calcolato in base agli anni di anzianità lavorativa e all’età anagrafica degli infermieri dipendenti del Ssn, è stato elaborato dal Centro studi della Federazione degli Ordini delle professioni infermieristiche (Fnopi). “Chi esce dalla professione attiva per ‘Quota 100’ – dichiara Barbara Mangiacavalli, presidente FNOPI – deve essere subito rimpiazzato, al di là dell’economia e della politica”

Quota 100: il servizio pubblico potrebbe perdere di colpo oltre 22.000 infermieri, mentre almeno 75.000 rientrerebbero nei parametri per accelerare il pensionamento.

Il dato, calcolato in base agli anni di anzianità lavorativa e all’età anagrafica degli infermieri dipendenti del Ssn, è stato elaborato dal Centro studi della Federazione degli Ordini delle professioni infermieristiche (Fnopi) – la più numerosa d’Italia con oltre 450mila iscritti – ed è riferito alla situazione a fine 2018.

“Chi esce dalla professione attiva per ‘Quota 100’ – dichiara Barbara Mangiacavalli, presidente Fnopi – deve essere subito rimpiazzato, al di là dell’economia e della politica. Anche il blocco del turn over va ovviamente superato e le carenze gravissime attuali devono essere coperte, ma è assolutamente impensabile indebolire a questo punto i servizi e farlo per di più a maggior danno proprio del territorio, dove personale e servizi sono più scarsi e gli assistiti sono più fragili perché caratterizzati da forme di cronicità, età il più delle volte avanzata e spesso non autosufficienza.  Il nostro allarme indicava già che seguendo il trend attuale di turn over e di fabbisogno di professionisti, si sarebbe raggiunta nel 2021 una carenza di quasi 64mila unità, oggi di 51-53mila infermieri.  Ma ora la situazione è in picchiata e i quasi 75mila infermieri che verrebbero a mancare – 22mila da subito – rappresentano un pericolo reale e immediato per assistenza, servizi e soprattutto pazienti: il sistema non funziona senza infermieri e con 76mila in meno è al collasso annunciato”.

“Il rapporto numerico infermieri pazienti era già ai limiti del rischio prima di ‘quota 100’ – spiega Tonino Aceti, portavoce Fnopi – ma ora con questa ulteriore emorragia di professionisti la situazione si aggrava. Se studi internazionali, Oms e Ocse hanno spiegato ampiamente che riducendo il numero di pazienti assistiti da un infermiere (il numero ideale per abbattere la mortalità del 20% sarebbe 1:6) l’assistenza migliora la sua qualità e si riduce il rischio, ora con la fuoriuscita di oltre 20mila infermieri i numeri salgono. In alcune Regioni, quelle più colpite dai piani di rientro e quindi dal blocco del turn over, il rapporto sale alle stelle: in Campania ad esempio, se con la carenza di oltre 50mila infermieri il rapporto era già 1:17, ora si rischia di sfiorare l’1:19-20.

Inoltre, più del 36% delle nuove fuoriuscite dal sistema avverranno nelle Regioni in piano di rientro, già gravemente colpite dal blocco del turn over e il 61% delle nuove carenze è nelle Regioni che dal nuovo sistema di monitoraggio del Livelli essenziali di assistenza risultano inadempienti. Il combinato disposto tra l’attuazione di ‘Quota 100’, il mancato superamento del tetto di spesa per il personale sanitario e il blocco del turnover, rischia di essere la formula perfetta per “mandare in pensione” anche il Servizio sanitario pubblico. Se non si adotteranno immediate e profonde contromisure a collassare sempre di più saranno i Livelli essenziali di assistenza già in forte difficoltà e si rafforzeranno le disuguaglianze.

Aumenteranno le liste di attesa e le difficoltà di accesso alle cure da parte della popolazione soprattutto delle Regioni in Piano di rientro, aumenterà la conseguente necessità di ricorrere al privato magari utilizzando le risorse derivanti dal reddito di cittadinanza, per chi lo prenderà. Ora servono senso di responsabilità e azioni concrete per far fronte all’emorragia di personale che si realizzerà nel nostro Ssn”.

‘Quota 100’ da fine 2018 è stata teoricamente raggiunta da  75.000 infermieri, il 28% di quelli dipendenti dal Ssn (ma nei prossimi anni senza sblocchi del turn over la cifra è destinata drasticamente a salire ben oltre le 100mila unità e in un triennio si potrebbe superare quota 130mila), sia perché la professione infermieristica inizia presto (la laurea abilitante è quella triennale) e quindi si cumulano più anni di servizio, sia perché i blocchi del turn over ormai decennali hanno innalzato l’età della categoria che tra i dipendenti raggiunge una media di 53 anni, con punte fino a 55,9 in Campania, dove il blocco del turn over è più duro per ragioni economiche, e situazioni più leggere in Trentino Alto Adige con la media di età Ssn di 49,4 anni (le Regioni a statuto speciale non sono sottoposte ai vincoli del blocco del turn over).

Ovviamente non tutti opteranno per “Quota 100”: si può considerare che data la lunga permanenza in servizio e gli stipendi mediamente non alti (nel Ssn sono in media di 31-32mila euro/anno), circa il 30% medio di chi possiede i requisiti scelga questa possibilità. Si tratta quindi di 22.360 infermieri che potrebbero a breve – da subito: in un solo anno – abbandonare il servizio con un danno fortissimo per l’assistenza, aggiungendosi ai circa 11.500 che hanno raggiunto il limite di età per la pensione.

Oltre a sommarsi alla carenza ormai appurata di professionisti infermieri calcolata tra 51-53mila unità, portando il totale a circa 75 mila unità (senza contare i pensionandi naturali che sarebbero comunque stati presenti), gli infermieri maggiormente interessati da “Quota 100” sono evidentemente quelli con età lavorative maggiori e, quindi, con maggiore esperienza e sono ancora quelli che le aziende inviano di preferenza sul territorio per mantenere ad alti livelli il rapporto diretto umano e clinico con il paziente, per un’assistenza domiciliare già scarsa di per se, ma che ora rischia una crisi irreversibile.