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Riceviamo e pubblichiamo integralmente:

MARCO IOPPI, ANTONELLA GRAIFF E FABIO CEMBRANI * PANDEMIA: « UNA RIFLESSIONE SULLA CONDIZIONE DEGLI ANZIANI AL TEMPO DEL CORONAVIRUS »

Lo strappo nel cielo di carta: una riflessione sulla condizione degli anziani al tempo del Coronavirus

“Questo luogo non racchiude solo la memoria dei tanti morti, ma ricorda il dolore di un’intera nazione, è il luogo di un impegno solenne che noi oggi prendiamo: siamo qui per promettere ai nostri anziani che non accadrà più che le persone più fragili non vengano adeguatamente assistite e protette: solo così rispetteremo la dignità di coloro che ci hanno lasciato; solo così questo bosco della memoria sarà anche il luogo simbolo del nostro riscatto”.

Con queste parole Mario Draghi, qualche giorno fa, inaugurava a Bergamo, nel Parco della Trucca, sul lato dei due laghetti che guardano verso l’ospedale Papa Giovanni XXIII, il bosco della memoria: il nostro monumento nazionale per ricordare le vittime del Covid-19. Con una promessa forte, pronunciata in modo solenne, riposizionando al centro della discussione pubblica gli anziani, che hanno sicuramente pagato il prezzo più alto in questa gravissima emergenza sanitaria. Non solo nel numero di morti, ma anche nelle profonde disuguaglianze dell’accesso ai servizi pubblici ed alle cure, perché l’età è stata spesso considerata uno tra i fattori da prendere in seria considerazione per avviare o no le persone alla terapia intensiva, privilegiando la maggior speranza di vita, senza ammettere che tale selezione è un non-senso, che annienta i principi e le libertà costituzionali.

Tanti sono stati gli errori commessi dall’interpretazione parziale del dato di realtà che ha sacrificato l’art. 32 della Costituzione e, con esso, la tutela della salute quale diritto del singolo nell’interesse della collettività. Diritto non certo a caso indicato dal testo costituzionale come “fondamentale”, anche se questo requisito fatica ancora a decollare per i ritardi del piano vaccinale, per il perdurare dell’isolamento degli anziani nelle RSA, per quel pesante fardello del “tanto sono vecchi”, che ha connotato e connota le politiche sanitarie.

Oggi ciò che occorre davvero è un sussulto di umanità, ammettendo che il negazionismo o la retorica del semplicismo sono una fuga dalla realtà che dissimula, in maniera più o meno consapevole, l’esigenza di tendere la mano alle persone più fragili. Denunciando che, al di là dei continui proclami, gli italiani vaccinati a marzo non sono, come programmato, tredici ma otto milioni (anche se si comincia ad intravedere un cambio di passo); che da settimane, migliaia di anziani con più di 80 anni sono in attesa della conferma di un appuntamento; che i degenti nelle RSA non sono ancora in grado di abbracciare i loro familiari; che la sanità regionalizzata o differenziata produce ampie iniquità; che il nazionalismo o il regionalismo dei vaccini non porterà da nessuna parte; che la selezione dei pazienti da avviare alle terapie intensive sulla base della loro età è una scelta disumana, che la solitudine è una malattia a tutti gli effetti letale e che la fragilità umana deve essere affrontata con rinnovato coraggio e solidarietà.

Per sconfiggere tutto ciò diventa necessario vivere l’esperienza della complessità con consapevolezza e senza cercare vie di fuga, imparando e sperimentando l’importanza dell’ecologia dell’azione senza mai dimenticare che ogni nostro atto individuale entra nel contesto di interazioni, di effetti e di retroazioni di cui dobbiamo essere avveduti e consapevoli. Anche alzando la voce se serve, indignandoci quando occorre farlo ed assumendoci la responsabilità del nostro agire nei legami con l’altro, sapendo con maturità guardare agli interessi non solo intra ma anche inter-generazionali. Se rinunciamo alla profondità del nostro sentire interiore ed alla responsabilità pubblica delle nostre azioni non vinceremo la battaglia contro il Covid-19: le disuguaglianze incrementeranno a dismisura, la povertà sarà un fenomeno dilagante e l’anestesia del pensiero distruggerà definitivamente le nostre vite, riducendole ad un ruolo di comparsa nel teatro dell’esistenza.

Si rimetta – dunque – al centro dell’attenzione e del dibattito pubblico la persona fragile e tutte quelle che non hanno voce o che l’hanno perduta, per ricucire quel cielo di carta di pirandelliana memoria e ricostruire la società, anche nell’interesse delle generazioni che verranno. E si riparta con quel cambio di passo che non è solo accelerare gli eventi ma guardare al futuro. Non farlo sarebbe un grave ed imperdonabile errore che mina non solo la dignità dell’essere umano ma anche la nostra stessa umanità.

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Marco Ioppi, Antonella Graiff e Fabio Cembrani