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FONDAZIONE NORD EST * ESTERO – GIOVANI IN FUGA: «LA MAGGIOR PARTE DEI RAGAZZI ITALIANI NON POSSIEDE LA LAUREA, IL 30% NON HA IL DIPLOMA»

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09.00 - sabato 25 gennaio 2025

(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –

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** Immagine creata da redazione Opinione tramite Intelligenza artificiale – Chat Gpt **

 

La maggior parte dei giovani italiani che emigrano non è laureata e nella media degli ultimi tredici anni il 30% non ha nemmeno conseguito il diploma di scuola media superiore.

Poco più di un quarto dei giovani expat proviene da condizioni svantaggiate e parte per necessità, mentre poco meno di un quarto ha origini da condizioni di vantaggio, e parte per scelta.

Tra gli expat per necessità è forte la motivazione della ricerca di una migliore qualità della vita (23,2% dei casi), oltre alla ricerca di migliori condizioni di lavoro (26,2%), mentre tra quelli che vanno via per scelta il 29,6% lo fa per frequentare studi all’estero (il 21% per trovare un lavoro migliore).

Cambiano nettamente anche le attività lavorative svolte: i giovani andati all’estero per scelta svolgono largamente professioni intellettuali (23,1%) o impiegatizie (40,2%); mentre tra quelli usciti dall’Italia per necessità hanno impieghi nei servizi (17,6%) o sono operai specializzati e semi-specializzati (21,6%) o svolgono lavori non qualificati (8,1%).

Riguardo a questi ultimi tipi di lavoro, si può concludere che ci siano all’estero 130mila giovani italiani che sono occupati in lavori per cui le imprese italiane faticano a trovare persone da assumere.

Le condizioni socioeconomiche di partenza influenzano le motivazioni di espatrio, le attività svolte all’estero e gli sbocchi professionali. Quasi la metà degli expat svolge mansioni per le quali le imprese italiane non trovano persone da assumere.

 

Condizioni di vantaggio e svantaggio: forti differenze tra chi emigra

Non sono tutti laureati. Anzi, la maggior parte dei giovani italiani che emigrano non ha in tasca il titolo di studio più alto. Infatti, se nei tredici anni 2011-2023 oltre 550mila giovani hanno lasciato il Bel Paese (circa il triplo secondo l’analisi condotta dalla Fondazione Nord Est), poco più del 30% è perfino senza diploma di scuola media superiore e un altro 35% possiede al più tale attestato.

Nell’ultimo triennio la distribuzione si è spostata verso i laureati, che però rimangono minoranza. Questo dato è importante perché getta una luce diversa sulla fuga dei giovani italiani: non si tratta di un fenomeno elitario, bensì è popolare perché riguarda anche persone con origini familiari svantaggiate.

Proprio per esplorare le origini e le condizioni di partenza dei giovani expat italiani, la ricerca della Fondazione Nord Est1 ha effettuato un’analisi che aggrega (cluster) le informazioni sulla base delle caratteristiche socioeconomiche e culturali di partenza di chi ha partecipato al sondaggio. Sono emersi due profili: gli svantaggiati e gli avvantaggiati. I quali, visti dal punto di vista della spinta ad andare all’estero, possono essere anche battezzati come “emigrati per necessità” e “emigrati per scelta”.

Il primo profilo è costituito da persone con tenore di vita dichiarato nella media, provenienti da piccoli centri e con genitori con basso titolo di studio che ricoprono profili professionali di operaio o sono pensionati. Il secondo profilo, invece, è rappresentato da giovani con un tenore di vita percepito alto o molto alto, provenienti dal centro città di comuni più ampi e con i genitori dirigenti o impiegati, entrambi con almeno il titolo di studio secondario, spesso laureati.

Al primo profilo appartiene il 28% degli intervistati, e al secondo il 23%. La restante quota proviene da condizioni intermedie tra le due. Quindi, si può affermare che un po’ più di un quarto dei giovani expat parte “per necessità”, mentre poco meno di un quarto “per scelta”.

 

 

Le diverse condizioni di partenza si riflettono in differenti motivazioni per l’espatrio. Infatti, chi emigra per necessità è indotto dalla ricerca di migliori opportunità di lavoro (26,2%) e dal desiderio di una migliore qualità della vita (23,2%). Invece tra chi emigra per scelta spicca l’importanza delle opportunità di studio o formazione (29,6%), oltre a quelle di migliori opportunità di lavoro (21,0%).

Notevoli sono anche le disparità nelle attività svolte all’estero. Infatti, la quota di coloro che frequentano un corso universitario, post-universitario o dispongono di una borsa di ricerca è doppia tra coloro che partono per scelta rispetto a chi parte per necessità; tra i quali è più elevata la percentuale di chi è senza occupazione, ma comunque molto inferiore a quella dei giovani rimasti in Italia.

 

Il diverso background di provenienza influenza gli stessi sbocchi professionali degli expat: in particolare tra coloro che sono partiti contando su condizioni di vantaggio è più ampia la quota di chi svolge una professione intellettuale (23,1% rispetto a 4,9% di chi ha origini svantaggiate) o impiegatizia (40,2% rispetto al 30%). Viceversa, tra coloro che sono partiti per necessità è più significativa la percentuale di persone impiegate nei servizi (17,6% rispetto a 10,4%) e di quanti sono operai specializzati o semi-specializzati (21,6% rispetto a 2,6%) o hanno impieghi non qualificati (8,1% rispetto a zero).

L’aspetto particolarmente interessante è che po’ meno della metà di chi ha lasciato l’Italia per necessità svolge mansioni per cui le imprese italiane denunciano vacancy (tecnico, qualificato nei servizi, operaio specializzato, operaio semi specializzato, lavoratore non qualificato). In numeri assoluti si tratta di oltre 130mila giovani. La cui assenza ha un impatto diretto sulle condizioni operative delle aziende. Una ragione ancora più pressante per indurre le imprese ad adottare politiche di organizzazione del lavoro e di governance che siano più attrattive per i giovani.

 

Questa nota è stata preparata da Lorenzo Di Lenna, ricercatore junior Luca Paolazzi, direttore scientifico

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