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DIA * RELAZIONE AL PARLAMENTO – II SEMESTRE 2021: « TRENTINO ALTO ADIGE, 3.192 “REATI SPIA” E 644 OPERAZIONI SEGNALATE » (PDF REPORT COMPLETO – PER SINGOLE REGIONI »

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15.42 - sabato 01 ottobre 2022

(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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Estratto da pagina 383 (Report in allegato Pdf, a fondo pagina). *

Attività di prevenzione sull’utilizzo del sistema finanziario a scopo di riciclaggio 383 Più in dettaglio con riferimento ai valori assoluti osservati le operazioni sospette risultate d’interesse della DIA ammontano a 132.310 al Nord, 80.975 al Centro, 78.484 al Sud e 23.633 nelle isole. La ripartizione dei predetti valori su base regionale dettagliatamente esposta nella successiva tabella evidenzia una prevalenza delle operazioni finanziarie effettuate nel Lazio e nella Lombardia (con una percentuale che si attesta intorno al 16% circa). Come di consueto il minor numero di operazioni risulta effettuato in Valle d’Aosta, preceduta a notevole distanza dal Molise e dalla Basilicata. Attagliandosi ai territori di elezione della criminalità organizzata di stampo mafioso emerge che le operazioni sospette ivi complessivamente effettuate ammontano a 89.081 corrispondenti ad una percentuale superiore al 27%.

 

In relazione alle complessive 89.081 operazioni sopra citate sul piano investigativo assume particolare rilievo evidenziare come la maggior parte delle stesse, pari a 39.963, risulta effettuata in Campania mentre la Calabria si colloca in ultima posizione con 9.835 operazioni segnalate.

L’attività della DIA condotta nel periodo in esame è stata caratterizzata oltre che dalla doverosa evidenza alla DNA degli esiti delle predette analisi anche dall’effettuazione di numerosi approfondimenti investigativi condotti in relazione ad un significativo numero di SOS e finalizzati all’avvio di investigazioni di carattere preventivo o giudiziario. Si fa riferimento all’esecuzione di preliminari accertamenti e riscontri in relazione ai contenuti di segnalazioni sospette caratterizzati da legami di natura soggettiva, profili di rischio e fenomenologici riconducibili a contesti di criminalità organizzata d’immediato interesse operativo. In tale ambito si collocano gli approfondimenti investigativi mediamente condotti in relazione a circa 1.200 segnalazioni. Dai predetti approfondimenti sono inoltre scaturiti ulteriori sviluppi operativi caratterizzati dall’apertura di casi investigativi collegati ad indagini di polizia giudiziaria o accertamenti per la formulazione di successive proposte di misure di prevenzione patrimoniale a firma del Direttore della DIA o su delega dell’A.G. In particolare nel semestre in esame sono stati avviati 23 casi investigativi scaturiti o corroborati da 454 segnalazioni di operazioni sospette. Nell’ambito delle attività in rassegna assumono infine specifico rilievo quelle condotte dalla DIA in relazione ai particolari rischi ai quali è esposto il sistema finanziario in conseguenza dell’emergenza sanitaria innescata nei primi mesi del 2020 dalla diffusione del SARS-CoV-2. In tale contesto in sinergia con gli altri principali attori istituzionali del sistema di prevenzione del riciclaggio la DIA svolge infatti un’azione mirata sui flussi documentali di segnalazioni di operazioni sospette ricondotte11 al relativo fenomeno dall’Unita d’informazione finanziaria – UIF. In dettaglio nel semestre in esame nell’ambito delle 68.955 segnalazioni di operazioni sospette analizzate dalla DIA il 4,5% circa delle stesse (ovvero 3.139 SOS) risulta riconducibile, a vario titolo, al c.d. fenomeno Covid.

 

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DA PAGINA 273

TRENTINO ALTO ADIGE/SUDTIROL L’andamento del contesto economico della Regione dopo una prima battuta d’arresto dovuta alle misure restrittive messe in atto per fronteggiare la pandemia da Covid-19 sembrerebbe registrare nell’ultimo periodo un’importante ripresa. L’industria, l’edilizia e i servizi agevolati a partire dall’estate anche a fronte del miglioramento della situazione sanitaria, sembrerebbero i settori in maggior espansione. Infatti secondo quanto emerge dall’Aggiornamento congiunturale “Economie regionali- L’economia delle Province autonome di Trento e Bolzano” del novembre 2021 redatto da Banca d’Italia “nel primo semestre di quest’anno le imprese dell’industria in senso stretto e delle costruzioni hanno registrato una forte espansione delle vendite e delle ore lavorate, riportandosi sui livelli pre-pandemici; la ripresa dell’attività è stata frenata dalle tensioni emerse nell’approvvigionamento di materie prime e di input intermedi che hanno comportato un aumento dei prezzi di vendita praticati

/117 Nell’ambito del trattamento dei rifiuti, la Regione Lombardia ha emesso il Decreto n. 15633 del 17 novembre 2021 con cui ha disposto il divieto, dal 2022, di utilizzo di fanghi agricoli da depurazione nei campi di 174 comuni. 118 OCC n. 14734/18 RGNR e n. 10291/19 RG GIP del Tribunale di Brescia, operazione già diffusamente descritta nel precedente contributo. In sintesi, gli indagati sono indiziati di aver sversato, nel tempo, 150 mila tonnellate di fanghi contaminati da metalli pesanti, idrocarburi e altre sostanze tossiche spacciate per fertilizzanti su circa 3 mila ettari di terreni adibiti a coltivazioni. 119 https://direzioneinvestigativaantimafia.interno.gov.it/semestrali/sem/2021/2sem2021.pdf

 

dalle imprese e un incremento nei tempi di consegna dei beni. La crescita nei servizi è stata invece limitata dal mancato avvio della stagione turistica dell’inverno scorso; i dati più recenti segnalano tuttavia un’espansione dell’attività a partire da maggio, su livelli prossimi e in alcuni casi superiori a quelli del periodo corrispondente del 2019. Il miglioramento del quadro congiunturale, unito all’aumento del clima di fiducia delle imprese, ha comportato una diffusa revisione al rialzo dei piani di investimento formulati a fine 2020 che erano caratterizzati da un’elevata cautela in connessione con l’incertezza circa la durata della pandemia; l’accumulazione di capitale si intensificherebbe nel corso del 2022. I finanziamenti al settore produttivo nel primo semestre hanno lievemente accelerato, soprattutto grazie al contributo delle aziende medio-grandi; anche i prestiti alle piccole imprese hanno registrato una crescita, più significativa in Alto Adige. In entrambe le province la quota di crediti bancari assistiti da garanzia pubblica ha continuato ad aumentare mentre la percentuale di crediti in moratoria ha registrato un marcato calo. Le indagini della Banca d’Italia indicano che una parte rilevante dei nuovi prestiti contratti nel corso della pandemia è stata accantonata sui conti correnti, contribuendo a mantenere elevate le risorse liquide delle imprese; tale fenomeno risulterebbe più marcato per le aziende che prevedono di incrementare la propria attività di investimento nel prossimo anno”. La previsione delineata dalla Banca d’Italia evidenzia come dopo lo shock post pandemico il 2021 rappresenti l’anno del cambiamento. Numerosi in tal senso sono i sussidi previsti sia dal Governo, sia dall’Europa tra i quali particolare attenzione merita l’ingente piano di investimenti promosso nell’ambito del PNRR. Se da un lato l’enorme quantità di denaro che verrà immessa nel sistema economico servirà alla ripresa e al rilancio del Paese, dall’altro non si possono sottacere come gli effetti aggregati della crescita economica potrebbero alimentare una molteplicità di canali attraverso cui la criminalità organizzata potrebbe influenzare l’economia legale. Noto è ormai come il fenomeno mafioso si sia indirizzato su aree geografiche più ricche e sviluppate in quanto caratterizzate da un PIL più elevato e da un’economia locale finanziata dalla spesa pubblica. La posizione geografica posta sull’asse di comunicazione Italia-Austria-Germania snodo centrale e nevralgico per il transito in ingresso e in uscita dall’Europa centrale di merci e persone assieme a un tessuto economico vivace e aperto a investimenti nel settore primario così come nei servizi rendono anche in questa Regione le Prefetture, le Autorità Giudiziaria e di Polizia particolarmente sensibili e attente a possibili tentativi di aggressione criminale. Le prime evidenze di proiezioni mafiose nel Trentino e nell’Alto Adige si sono peraltro registrate sin dagli inizi degli anni ‘70. In tempi recenti una prima conferma è arrivata con l’operazione “Freeland”120 condotta nel giugno 2020 nei confronti di un sodalizio121 criminale composto da 20 soggetti dedito tra l’altro alle estorsioni e al traffico e spaccio di droga. A capo dell’organizzazione vi erano 2 soggetti calabresi padre e figlio vicini alla ‘ndrina ITALIANO-PAPALIA di Delianuova (RC) che avreb

bero avuto contatti con i cartelli colombiani per l’approvvigionamento di cocaina. Il 25 maggio 2021 il GIP del Tribunale di Trento ha disposto il rinvio a giudizio122 per 7 imputati. Ma è l’operazione “Perfido”123 dell’ottobre 2020 che ha consentito di conclamare la presenza della criminalità organizzata calabrese nella Regione. Le investigazioni hanno infatti evidenziato la costituzione di un locale di ‘ndrangheta insediato a Lona Laes (TN) espressione della cosca reggina SERRAINO. Il sodalizio agendo secondo il modus operandi tipico delle consorterie calabresi era riuscito a inserirsi nel tessuto economico legale assumendo inizialmente e grazie anche a solidi rapporti intrattenuti con imprenditori e amministratori pubblici il controllo di aziende operanti nell’estrazione del porfido e successivamente a estendere i propri interessi anche in altri settori commerciali. Sebbene nel semestre non siano state rilevate operazioni in tema di criminalità di tipo mafioso giova segnalare il provvedimento124 di diniego di iscrizione nella white list disposto il 16 dicembre 2021 dal Commissario del Governo della Provincia di Trento nei confronti di una società con sede legale in Lona Lases (TN) il cui amministratore è risultato essere familiare convivente di alcuni soggetti attinti dall’ordinanza di custodia cautelare emessa nell’ambito della succitata operazione. Come accennato la favorevole posizione geografica della regione sembrerebbe agevolare anche lo stanziamento di formazioni delinquenziali di matrice straniera attive nella commissione dei più comuni reati predatori125, nel traffico e nello spaccio di droga, nel contrabbando di sigarette126 e nel favoreggiamento dell’immigrazione clandestina127 spesso finalizzata allo sfruttamento della prostituzione e del lavoro nero128. Tra i sodalizi etnici maggiormente strutturati emergerebbero quelli albanesi e nigeriani operanti prevalentemente nel narcotraffico e nello spaccio al dettaglio. Presenti anche gruppi romeni e maghrebini129. 122 Decreto n. 1474/2018 RGNR – 1132/2019 RG GIP emesso dal GIP Tribunale di Trento il 25 maggio 2021. 123 Il 15 ottobre 2020, nelle province di Trento e Roma, i Carabinieri hanno eseguito un’OCC (n. 2931/17 RGNR, n. 14/16 DDA – n. 1888/18 RG GIP del Tribunale di Trento) per associazione di tipo mafioso e altri delitti. Le investigazioni hanno disvelato un sodalizio criminale collegato alla ‘ndrangheta, composto da soggetti di origine calabrese dimoranti in provincia di Trento. 124 N. 0108860 del 16 dicembre 2021. 125 Si rammenta l’operazione “Trojan”, con la quale la Polizia di Stato nel maggio 2020 ha disarticolato un sodalizio rumeno specializzato nella commissione di furti in danno di esercizi commerciali nella provincia di Trento. 126 Nel senso l’operazione “Vinculum”, con la quale nell’aprile 2020 la Guardia di finanza ha disarticolato 4 gruppi criminali multietnici che importavano, dalla Romania in Italia, ingenti quantitativi di tabacchi lavorati esteri destinati al mercato nero campano e pugliese. 127 Nel giugno 2020 la Polizia di Stato ha arrestato in flagranza di reato 2 cinesi provenienti dall’Olanda responsabili, tra gli altri reati, di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina (p.p. 3668/2020 RGNR iscritto presso la Procura della Repubblica di Bolzano). 128 Con l’operazione “Oro verde” del 2019 la Guardia di finanza ha colpito un’organizzazione dedita all’intermediazione illecita di manodopera aggravata dallo sfruttamento del lavoro, nonché dall’evasione contributiva e previdenziale. 129 Meno forti e strutturati rispetto alle consorterie albanesi e nigeriane (che gestiscono i traffici di eroina e cocaina), i sodalizi maghrebini (composti da algerini, marocchini e tunisini), sono principalmente dediti al traffico di hashish. Singoli soggetti di origine magrebina provvedono inoltre allo spaccio al dettaglio di ogni tipo di stupefacente, come manovalanza di organizzazioni multietniche più strutturate.

L’analisi sui fenomeni delittuosi condotta dalla DIA nel secondo semestre 2021 sulla base delle evidenze investigative, giudiziarie e di prevenzione conferma ancora una volta che il modello ispiratore delle diverse organizzazioni criminali di tipo mafioso appare sempre meno legato a eclatanti manifestazioni di violenza ed è, invece, rivolto verso l’infiltrazione economico-finanziaria. Ciò appare una conferma di quanto era stato già previsto nelle ultime Relazioni ed evidenzia la strategicità dell’aggressione ai sodalizi mafiosi anche sotto il profilo patrimoniale, arginando il riutilizzo dei capitali illecitamente accumulati per evitare l’inquinamento dei mercati e dell’Ordine pubblico economico.

Una direttrice d’azione importantissima che ha consentito sino ad ora di ridurre drasticamente la capacità criminale delle mafie evitando effetti che altrimenti sarebbero stati disastrosi per il “sistema Paese”.
Lo scorso 29 ottobre 2021 la Direzione Investigativa Antimafia ha celebrato, nel palazzo del Quirinale, alla presenza del Presidente della Repubblica, i 30 anni della sua attività.
Da quella data è partito un percorso che ha coinvolto 24 città con l’esposizione dell’“Antimafia itinerante” una mostra che racconta la storia ed i successi della DIA, una Istituzione nata anche con il sacrificio di tanti servitori dello Stato che hanno contribuito alla costruzione di un moderno strumento di contrasto alla criminalità organizzata che ci viene invidiato dalle Law Enforcement di tutto il mondo.
La mostra fotografica “Antimafia Itinerante” ha percorso il Paese e, tramite 34 pannelli con foto, immagini e cronaca dei giornali, ha rievocato 30 anni di storia e di passione delle donne e degli uomini della DIA nell’azione di contrasto alle mafie.
L’esperienza, anche in termini di testimonianza alle nuove generazioni della storia e della cultura antimafia, ha raccolto risultati lusinghieri ed è stata visitata da oltre 200.000 persone.

L’“Antimafia Itinerante” ha evidenziato i numerosi ambiti d’intervento della DIA che spaziano dall’azione giudiziaria e preventiva antimafia a quella del contrasto all’infiltrazione criminale nel settore degli appalti pubblici a supporto delle Prefetture, fino all’analisi e allo sviluppo delle segnalazioni di operazioni finanziarie sospette in stretta collaborazione con l’Ufficio di Informazione Finanziaria della Banca d’Italia e la Direzione Nazionale Antimafia ed Antiterrorismo nella lotta al riciclaggio. Ha inoltre riassunto le attività complessivamente portate a termine dalla DIA, ben 1.135 indagini, che hanno consentito l’arresto di 11.478 soggetti e la sottrazione di beni alle mafie per oltre 7,5 miliardi di euro. In particolare, ha anche ricordato le catture di 177 latitanti tra cui spiccano i noti Leoluca BAGARELLA, Giuseppe MALLARDO, Francesco SCHIAVONE e Angelo NUVOLETTA.
La mostra ha altresì sottolineato come la DIA abbia sempre svolto un contrasto qualificato che, al passo con i tempi, è stato sempre più rivolto anche oltre confine mediante un’intensa attività di cooperazione internazionale a livello bilaterale e multilaterale. In quest’ambito la Direzione ha fornito e continua a fornire agli uffici del Dipartimento della Pubblica Sicurezza il proprio contributo mediante l’elaborazione di specifici documenti di analisi volti a riscostruire le linee evolutive della criminalità organizzata transnazionale e tramite la programmazione di numerose attività formative per diffondere le metodologie e le best practices più efficaci per la lotta al fenomeno mafioso.

Al riguardo, e ritornando a tempi più recenti, si richiama il progetto @ON – Antimafia Operational Network, finanziato dalla Commissione Europea, di cui la DIA è project leader e al quale hanno già aderito 22 Paesi partner, finalizzato a potenziare l’azione di contrasto internazionale alle mafie non solo sul piano operativo ma anche tramite una energica opera di sensibilizzazione degli omologhi stranieri volta a dare nuova e più rafforzata consapevolezza del fenomeno transnazionale della criminalità organizzata e di quella di tipo mafioso. Un’altra importante iniziativa di cui la DIA è partner strategico è la progettualità I CAN – Interpol Cooperation Against ‘Ndrangheta della Direzione Centrale della Polizia Criminale tesa ad accrescere la cooperazione internazionale di polizia nel contrasto alla criminalità organizzata di stampo mafioso e concorrere, nello specifico, a disarticolare le ramificazioni globali della minaccia criminale costituita dalla ‘ndrangheta.

L’attenzione permane ovviamente sempre alta anche sul panorama nazionale. Ne è chiaro esempio il rinnovato asset operativo della DIA sul territorio che è stato rafforzato con l’istituzione il 1° marzo 2022 della Sezione Operativa di Potenza fortemente voluta dalle Istituzioni nazionali e locali per incrementare l’azione di contrasto antimafia in quel territorio. Ancora, nel prossimo mese di ottobre 2022 sarà inaugurata la nuova Sezione Operativa di Cagliari che assicurerà in modo più stabile tutte le azioni volte a fronteggiare la criminalità strutturata nel territorio della Sardegna.
Del resto, da 30 anni la DIA fotografa semestralmente l’assetto delle organizzazioni mafiose mediante il costante e quotidiano impegno di personale dedicato all’analisi della criminalità organizzata italiana ed estera specificamente rivolta all’approfondimento del fenomeno mafioso in tutte le sue sfaccettature. Un’azione “dinamica” che oltre a descrivere l’operatività dei gruppi mafiosi ne disegna le linee di tendenza e i profili evolutivi in tutti i contesti territoriali, restituendo un quadro attuale e soprattutto “predittivo” indispensabile per orientare tutte le strutture del sistema antimafia del Paese.

L’obiettivo della presente Relazione è ancora oggi quello di cogliere tempestivamente i segnali di tendenza più recenti delle azioni criminali e le linee operative mafiose per poter orientare al meglio ad ogni livello la risposta delle Istituzioni e offrire una protezione sociale sempre più efficace tramite l’attento esame di tutte le investigazioni preventive e giudiziarie svolte a livello nazionale, anche in forza della cooperazione internazionale.
A margine della presentazione di questo documento giova evidenziare come il già menzionato impegno delle Istituzioni antimafia nazionali, e segnatamente della DIA, nel corso degli anni ha portato a importantissimi risultati anche oltre confine. I sistemi normativi nazionali, seppure profondamente diversi, hanno trovato punti di convergenza grazie allo sforzo profuso negli anni dalle Istituzioni italiane e dalla DIA per far maturare la consapevolezza dell’esistenza, anche all’estero, del fenomeno mafioso e delle sue conseguenti insidie.
Nel quadro della menzionata cooperazione internazionale per il contrasto alla criminalità organizzata, nel 2020 è stata introdotta una novità da tempo attesa concernente l’utilizzo degli strumenti normativi a carattere transnazionale. Il 16 ottobre 2020, infatti, i rappresentanti di 190 Paesi presenti alla riunione plenaria della Convenzione sulla lotta alla criminalità organizzata transnazionale di Vienna hanno approvato all’unanimità una proposta presentata dall’Italia, e nota come Risoluzione Falcone, finalizzata ad attualizzare e rendere più efficace la Convenzione di Palermo sottoscritta nel 2000 con l’intento di pervenire ad una lotta alla mafia “senza confini” e a rendere eseguibili tutte le confische di prevenzione dei beni situati nei diversi Paesi europei.

Un ulteriore elemento tangibile della maturata consapevolezza sull’importanza del contrasto patrimoniale alle mafie dell’UE va individuato nella successiva entrata in vigore (19 dicembre 2020) del “Regolamento (UE) 2018/1805 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 14 novembre 2018” afferente al riconoscimento reciproco dei provvedimenti di congelamento e di confisca, inedito strumento di cooperazione tra gli Stati membri che afferma il principio del mutuo riconoscimento anche nell’ambito delle misure di prevenzione patrimoniali. Il Regolamento Europeo, giuridicamente vincolante e direttamente applicabile, disciplina tutti i provvedimenti di congelamento e di confisca emessi nel quadro di un “procedimento in materia penale” sia in conseguenza di procedimenti connessi con ipotesi di reato, sia in assenza di una condanna definitiva.
Nel medesimo ambito si colloca l’ulteriore proposta di Direttiva del Parlamento Europeo e del Consiglio datata 25 maggio 2022 riguardante il recupero e la confisca dei beni COM/2022/245 final volta a rafforzare l’azione delle autorità nazionali nel tracciare, identificare, congelare, confiscare, gestire e destinare i beni derivanti da attività criminali ispirandosi ancora una volta al modello italiano. La Commissione Europea propone, tra l’altro, l’allargamento dell’ambito di applicazione della Direttiva ad una più vasta fattispecie di reati e la possibilità di procedere alla confisca qualora il soggetto proposto per l’applicazione della misura ablatoria non sia in grado di giustificare la lecita provenienza dei beni, nonché l’introduzione della confisca – per equivalente – che dovrebbe essere poi consentita anche nel caso in cui la condanna non sia possibile a causa di una serie di circostanze riferite all’indagato o all’imputato, come la malattia e la latitanza (già incluse nella direttiva 2014/42/UE) e finanche la morte, l’immunità o l’amnistia con la scadenza dei termini previsti dalla legge nazionale.

Le disposizioni contenute nella suddetta proposta si basano sull’articolo 83 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) e impongono agli Stati membri di garantire che i beni congelati o confiscati siano poi gestiti in modo efficiente fino alla loro destinazione finale nell’ottica di preservarne il valore e ridurne al minimo i costi di gestione.
Tale indirizzo sulla cooperazione internazionale mette in luce il chiaro intento di realizzare un esauriente quadro normativo che comprenda tutti gli aspetti più rilevanti del processo di asset recovery.
Di particolare rilevanza l’articolo 28 della prefata proposta che mira a garantire altresì la cooperazione tra gli asset recovery offices dei Paesi Membri UE e l’Ufficio del Procuratore Europeo (EPPO), di Europol e di Eurojust al fine di agevolare il rintraccio e l’identificazione dei beni suscettibili di confisca.
Appare evidente come la consolidata esperienza italiana in materia di misure antimafia e, in particolare, quelle concernenti le misure di prevenzione patrimoniali rappresenti anche per gli altri Paesi una disciplina all’avanguardia a cui ispirarsi.
Per quanto riguarda le mafie italiane, gli esiti delle più rilevanti inchieste concluse nel semestre restituiscono ancora una volta l’immagine di una ‘ndrangheta silente ma più che mai pervicace nella sua vocazione affaristico imprenditoriale, nonché costantemente leader nel narcotraffico.
Persiste tuttavia la preoccupazione legata ad un modello collaudato che vede la criminalità organizzata calabrese proporsi ad imprenditori in crisi di liquidità offrendo forme di sostegno finanziarie parallele e prospettando la salvaguardia della continuità aziendale con l’obiettivo, invero, di subentrarne negli asset proprietari e nelle governance. Tutto ciò al duplice scopo di riciclare le proprie risorse economiche di provenienza illecita e di impadronirsi di ampie fette di mercato inquinando l’economia legale.
La minaccia in tal senso è rappresentata dalla comprovata abilità dei sodalizi calabresi di avvicinare e infiltrare quell’area area grigia che annovera al suo interno professionisti compiacenti e pubblici dipendenti infedeli in grado di consentire l’inquinamento del settore degli appalti e nei più ampi gangli gestionali della cosa pubblica.

Con specifico riferimento al settore sanitario, ove già nel tempo sono emerse significative criticità, l’emergenza pandemica ne ha evidenziato ancor più la vulnerabilità come dimostrato a titolo esemplificativo dagli esiti di una serie di operazioni di polizia recentemente concluse e meglio descritte nei paragrafi dedicati alle province calabresi.
Il fenomeno mafioso calabrese imperniato su quella forte connotazione familiare che l’ha reso fino al recente passato quasi del tutto immune dal fenomeno del pentitismo non può oggi essere analizzato senza tener conto del pressoché inedito impatto determinato dall’avvento nei contesti giudiziari di un numero sempre crescente di ‘ndranghetisti che decidono di collaborare con la giustizia. Inoltre diverse inchieste giudiziarie continuano a dar prova dell’attitudine delle ‘ndrine a relazionarsi agevolmente sia con le sanguinarie organizzazioni del narcotraffico sudamericano, sia con politici, amministratori, imprenditori e liberi professionisti potenzialmente strumentali al raggiungimento dei propri obiettivi.
Grazie alla diffusa corruttela verrebbero condizionate le dinamiche relazionali con gli Enti locali allo scopo di ricavare indebiti vantaggi nella concessione di appalti e commesse pubbliche sino a controllarne le scelte. Risulterebbe pertanto inquinata la gestione della cosa pubblica e spesso alterata la competizione elettorale.
Anche al di fuori dei territori di origine, la ‘ndrangheta esprimerebbe la sua rilevante capacità imprenditoriale grazie peraltro al narcotraffico che ne determina l’accrescimento delle ingenti risorse economiche a disposizione. I sodalizi calabresi, infatti, si pongono quali interlocutori privilegiati con le più qualificate organizzazioni sudamericane garantendo una sempre più solida affidabilità. D’altra parte il settore de quo non sembra aver fatto registrare flessioni significative neanche nell’ultimo periodo e nonostante le limitazioni alla mobilità imposte per contenere la pandemia.
Sempre con riferimento al traffico di droga appare significativo il rinvenimento di numerose piantagioni di cannabis coltivate in varie aree della Regione. Si tratta di una circostanza che allo stato non permette di escludere il coinvolgimento della criminalità organizzata nel fenomeno della produzione e lavorazione in loco di sostanza illecita destinata alla commercializzazione.

I sodalizi criminali calabresi hanno da tempo dimostrato di essere straordinariamente abili nell’adattarsi ai diversi contesti territoriali e sociali prediligendo, specialmente al di fuori dai confini nazionali, strategie di sommersione in linea con il progresso e con la globalizzazione.
Fuori Regione, quindi, oltre ad insidiare le realtà economico-imprenditoriali le cosche tentano di replicare i modelli mafiosi originari facendo leva sui valori identitari posti alla base delle strutture ‘ndranghetiste.
Come detto la ‘ndrangheta, anche al di fuori dei territori di origine, esprime la sua potenza imprenditoriale grazie alla proliferazione del narcotraffico che determina l’accrescimento delle ingenti risorse economiche di cui dispone. In questo ambito criminale significative risultanze investigative hanno confermato la centralità degli scali portuali di Gioia Tauro, Genova, La Spezia, Vado Ligure e Livorno per l’approdo di stupefacenti. Si conferma la presenza delle cosche ‘ndranghetiste in numerose Regioni italiane (Lazio, Piemonte e Valle D’Aosta, Liguria, Lombardia, Trentino Alto Adige, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Toscana, Marche, Umbria, Sardegna) e anche all’estero, sia nei Paesi europei (Spagna, Francia, Regno Unito, Belgio, Olanda, Germania, Austria, Repubblica Slovacca, Romania e Malta), sia nei continenti australiano e americano (con particolare riferimento al Canada e negli USA).
La criminalità organizzata siciliana si presenta con caratteristiche diverse nelle varie aree della Regione; in Sicilia occidentale cosa nostra si conferma strutturata in mandamenti e famiglie e improntata secondo schemi meno rigidi rispetto al passato per quanto riguarda la ripartizione delle competenze territoriali delle predette articolazioni mafiose.

Nella provincia di Agrigento si continua a registrare una “zona” permeabile anche all’influenza di un’altra organizzazione, la cosiddetta “stidda”, che è riuscita con gli anni ad elevare la propria statura criminale fino a stabilire con le altre famiglie patti di reciproca convenienza. Trapani fortemente influenzata nel corso degli anni dalla mafia palermitana non può prescindere dal ruolo del latitante Matteo MESSINA DENARO. Egli nonostante la latitanza resterebbe la figura di riferimento per tutte le questioni di maggiore interesse, per la risoluzione di eventuali controversie e per la nomina dei vertici delle articolazioni mafiose anche non trapanesi.
Cosa nostra si conferma organizzazione tendenzialmente unitaria sempre più tesa alla ricerca di una maggiore interazione tra le varie articolazioni mandamentali in mancanza di una struttura di raccordo di “comando al vertice”. In tale ottica e considerata la costante inoperatività della commissione provinciale di Palermo, la direzione e l’elaborazione delle linee d’azione operative risultano esercitate perlopiù da anziani uomini d’onore detenuti o da poco tornati in libertà. Per la città di Palermo infatti numerose sono le scarcerazioni di importanti boss per espiazione della pena o perché posti in libertà vigilata ovvero alla detenzione domiciliare. A tali personaggi mafiosi si affiancano giovani criminali che forti di un cognome o parentela “di spessore” vanno a ritagliarsi nuovi spazi territoriali e criminali in funzione di supplenza dei boss detenuti. Tale situazione potrebbe generare incomprensioni tra la vecchia e la nuova generazione.

Nella Sicilia orientale ed in particolare nella città di Catania cosa nostra è rappresentata dalle storiche famiglie alle quali si affiancano altri sodalizi che, seppur fortemente organizzati e per quanto regolati secondo gli schemi tipici delle consorterie mafiose, evidenziano maggiore fluidità sul piano strutturale non configurandosi organicamente in cosa nostra. Le numerose attività repressive condotte nell’arco degli anni hanno determinato l’arresto dei vertici e creato dei vuoti nelle posizioni di comando. Nelle province di Siracusa e Ragusa sono tangibili le influenze di cosa nostra catanese e in misura minore della stidda gelese nel solo territorio ibleo.
Minimale continua ad essere il ricorso alla violenza da parte di tutte le organizzazioni mafiose. Le stesse infatti confermano la centralità del business che le vedrebbe, a volte contrapposte, a convivere sullo stesso territorio per la spartizione degli “affari”. Questa mafia sempre più silente e mercantilistica privilegerebbe, pertanto, un modus operandi collusivo-corruttivo nel quale gli accordi affaristici non sono stipulati per effetto di minacce o intimidazioni ma sono il frutto di patti basati sulla reciproca convenienza.
A tale riguardo, storica è la vocazione di cosa nostra catanese di penetrare e di confondersi nel tessuto economico legale del capoluogo, in quello imprenditoriale e nelle dinamiche della gestione locale della cosa pubblica. Nel tempo anche le altre organizzazioni di tipo mafioso hanno perseguito la medesima strategia abbandonando il più possibile l’idea di affermarsi sul territorio mediante azioni eclatanti e destabilizzanti per la sicurezza pubblica. Si preferirebbe quindi individuare, all’interno delle amministrazioni pubbliche locali e delle professioni o delle imprese, soggetti di riferimento in grado di garantire il perseguimento dei propri interessi illeciti.

E’ la strategia mafiosa tesa a rafforzare l’interlocuzione con professionisti ed ambienti istituzionali che, abbandonando il tradizionale ricorso a metodi cruenti per il controllo del territorio, privilegia l’approccio corruttivo. L’azione spregiudicata e violenta del passato ha peraltro ceduto il passo alla necessità di adottare strategie silenti di contaminazione e di corruzione. Accanto al controllo del territorio, che resta comunque un’esigenza primaria dell’organizzazione, il percorso intrapreso dalle mafie è quello di inserirsi nel panorama sociale ed economico di riferimento “coinvolgendo” la pubblica amministrazione tramite manovre corruttive.
In questo scenario di stagnazione economico-produttiva che risente ancora della crisi pandemica e che aggrava le aspettative soprattutto della popolazione giovanile trovano terreno fertile le consorterie criminali che potrebbero infiltrare le risorse della Regione anche in considerazione dei fondi del PNRR destinati all’Isola.
Sempre alta rimane l’attenzione nei riguardi dell’indebita percezione dei contributi comunitari per il sostegno allo sviluppo rurale. Frequenti sono le attività di contrasto all’attività criminale riconducibile alla c.d. mafia agricola nel contesto della quale si è delineata l’attività volta all’acquisizione di contributi pubblici per l’agricoltura a seguito di false dichiarazioni e frodi in danno dell’U.E. Nell’entroterra siciliano, infatti, il comparto agro-pastorale rappresenta il settore di traino per l’economia che di conseguenza attira l’interesse delle consorterie mafiose che si avvarrebbero di prestanome e professionisti compiacenti. Il fenomeno continua a manifestarsi in tutta la sua gravità interessando le aree agro-pastorali del cuore della Sicilia e deviando ingenti flussi finanziari che, di fatto, risultano sottratti al reale sostegno delle attività produttive ed allo sviluppo del comparto che è destinato quindi a divenire sempre più marginale.
la DIA, attraverso le sue articolazioni centrali e territoriali, già da tempo, sta eseguendo mirate attività investigative sulle “stragi siciliane” del 1992 e sulle cd. “stragi continentali” del 1993-1994, su input di specifiche deleghe ricevute dalle competenti Autorità
giudiziarie del territorio nazionale.

L’evasione delle numerosissime deleghe assegnate dalle Procure Distrettuali ha richiesto, frequentemente, l’impiego diretto anche del II Reparto DIA. Complessivamente, da oltre 30 anni, sono impegnati in tali indagini le risorse di ben cinque Centri Operativi e del II Reparto.
In particolare, il Centro Operativo nisseno, nel contesto delle indagini relative alla strage di via Mariano d’Amelio a Palermo in cui il 19 luglio 1992 persero la vita Paolo Borsellino e gli agenti di scorta, sta svolgendo particolari approfondimenti investigativi sulle dichiarazioni di un ex collaboratore di giustizia che ha riferito ai magistrati di aver preso parte alla strage, sia nelle fasi preparatorie, sia in quella esecutiva. Le investigazioni condotte dall’articolazione nissena sono state improntate alla ricerca di riscontri sulle dichiarazioni rese dal collaboratore circa la sua asserita e non provata presenza a Palermo, nonché sulla sua conseguente partecipazione alle fasi finali dell’attentato.
L’analisi delle attività di contrasto ha anche confermato la tendenza delle organizzazioni mafiose siciliane ad avviare accordi o connivenze per l’acquisto di sostanza stupefacente in stretta sinergia con narcotrafficanti calabresi e, contestualmente, sull’asse Colombia-USA-Italia, come documentato dall’operazione “Stirpe e tentacoli” eseguita a Palermo dalla Polizia di Stato e dai Carabinieri il 20 Quelle appena descritte sono solo alcune delle manifestazioni di una “mafia affaristica” che si avvale di società di comodo e di imprenditori compiacenti o assoggettati e che continua a confermare il proprio interesse su settori nevralgici per l’economia dell’Isola. Tuttavia, malgrado la più attuale linea d’azione di cosa nostra sia quella di ridimensionare il ricorso alla violenza per le ovvie ragioni suddette, luglio 2021 con l’arresto di 16 persone, compreso il reggente del mandamento di Ciaculli, struttura criminale del capoluogo siciliano.

Non va sottaciuto poi il forte legame di cosa nostra con la criminalità Nord americana. Pregresse attività d’indagine avevano già documentato una storica e sempre attuale centralità dei rapporti con la cosa nostra di New York. Tali aspetti sono venuti alla luce anche nel semestre in esame grazie agli esiti dell’operazione dei Carabinieri “Crystal Tower” che il 14 luglio 2021 ha portato all’arresto di alcuni esponenti della famiglia palermitana di Torretta (mandamento di Passo di Rigano- Boccadifalco) facendo emergere solidi collegamenti tra i membri della famiglia di Torretta con quelli della famiglia INZERILLO che, fino all’avvento dei corleonesi capeggiati da RIINA Salvatore, avevano retto il mandamento di Passo di Rigano, fra l’altro, gestendo, lungo l’asse Palermo – New York, ingenti traffici di stupefacenti.

L’interesse delle consorterie mafiose siciliane fuori regione si rivolge (in particolare con riferimento alle presenze in Lazio, Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Toscana e Molise) prevalentemente all’infiltrazione nell’economia con la commissione di frodi fiscali e riciclaggio di capitali.
All’estero, tra i Paesi più interessati al fenomeno, si segnalano Spagna, Germania, Rep. Slovacca, Belgio, Olanda, Austria, Romania Malta, Canada, USA. Con riferimento alla Spagna il 17 dicembre 2021 nei pressi di Madrid, dopo una latitanza che durava da vent’anni, è stato arrestato dalla DIA di Palermo, unitamente alla Polizia Nazionale spagnola, uno degli stiddari già considerato dal giudice Giovanni Falcone il trait d’union tra la stidda isolana e alcuni gruppi operanti in Lombardia.

La lettura degli eventi che nel 2021 hanno riguardato il territorio della Campania restituisce il quadro di un fenomeno mafioso caratterizzato, come afferma il Procuratore Nazionale Antimafia, Giovanni Melillo, dal chiaro assetto di una camorra organizzata in un vero e proprio “sistema” basato su stratificati e complessi livelli decisionali, nonché su una struttura criminale consolidata sul territorio e dotata di un direttorio per la gestione e il coordinamento dei gruppi subordinati. La capacità di generare ingenti profitti anche tramite attività criminali a “basso rischio giudiziario” che spaziano dalle tradizionali attività dei cd. magliari del contrabbando e del gaming illegale alle truffe telematiche e al controllo degli appalti, dalle aste giudiziarie, ciclo dei rifiuti ed edilizia pubblica e privata fino alla nuova frontiera delle grandi frodi fiscali, ha infatti trasformato da tempo i principali cartelli camorristici in vere e proprie holding imprenditoriali parti integranti dell’economia legale supportate da stratificati sistemi relazionali fondati su legami personali molto spesso parentali e connivenze in ampi settori dell’imprenditoria e nella pubblica amministrazione. Tutto ciò è peraltro esemplificabile con quello che è stato dagli stessi affiliati denominato il “SISTEMA” ovvero una struttura di coordinamento gestionale che le organizzazioni camorristiche si danno al fine di raggiungere gli obiettivi comuni finalizzati esclusivamente al perseguimento dell’illecito arricchimento. Tuttavia al margine dei grandi cartelli criminali e di quel mondo in cui gli interessi mafiosi si congiungono con quelli dell’impresa persiste la “camorra dei vicoli e delle stese”, dei conflitti tra bande che si disputano il controllo dei tradizionali mercati illeciti, del racket e della droga.
La potenza economica delle organizzazioni criminali anche campane viene assicurata principalmente dal traffico di droga.
L’interesse fuori regione delle consorterie mafiose campane si rivolge prevalentemente al narcotraffico e al riciclaggio di capitali, con particolare riferimento nel Lazio, in Liguria, Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Abruzzo e Molise.

All’estero, tra i Paesi più interessati al fenomeno, si segnalano Spagna, Francia, Olanda, Regno Unito Germania, Austria, Repubblica Ceca e Romania; risulterebbero anche contatti con organizzazioni criminali marocchine limitatamente all’acquisto di narcotici.
Nella mafia pugliese coesistono espressioni delinquenziali in continua evoluzione e tradizionalmente distinte in mafia foggiana, camorra barese e sacra corona unita che hanno saputo sviluppare una politica di consolidamento e di espansione territoriale caratterizzata sia da una penetrante e pervasiva capacità di controllo militare del territorio, sia da una spiccata vocazione relazionale finalizzata all’attuazione di un più evoluto modello di mafia degli affari. Proprio alla necessità di dare la giusta attenzione ai fenomeni complessi e radicati di criminalità organizzata di stampo mafioso pugliese, è riconducibile la nascita, il 20 luglio 2021, della “Commissione Regionale di studio e di inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata in Puglia” il cui obiettivo è quello di contrastare l’infiltrazione criminosa nell’attività pubblica anche tramite la collaborazione con altre amministrazioni territoriali, istituzioni, organi della magistratura, forze dell’ordine e rappresentanze della società civile.
Tra le organizzazioni malavitose le cd. mafie foggiane, particolarmente violente e pervasive, sono quelle oggi definite da diverse ed autorevoli fonti istituzionali quale l’espressione più pericolosa delle mafie pugliesi. Quella foggiana è infatti una mafia molto strutturata e compatta capace di fare rete e di creare interconnessioni oltre che con le mafie storiche, campane e calabresi anche con quelle trans- adriatiche e non disdegnano l’adozione di efferati programmi di espansione territoriale extraregionale. A ciò si aggiunge la disponibilità di un vasto bacino di criminalità comune composto da giovani leve, il ricorso spregiudicato alla violenza e la pronta disponibilità di ingenti quantitativi di armi ed esplosivi che continuano ad essere i punti di forza su cui, a fattor comune, fanno leva i clan della provincia di Foggia. Gli stessi coniugando tradizione e modernità hanno manifestato una crescente propensione affaristica ed una capacità di interagire nella cd. zona grigia o “borghesia mafiosa” in cui convergono gli interessi della criminalità e di alcuni esponenti infedeli della pubblica amministrazione e dell’imprenditoria.

Al dinamismo che contraddistingue lo scenario criminale della provincia di Foggia, in particolare quello relativo all’Alto Tavoliere e al Gargano, si contrappone il contingente momento di difficoltà del fenomeno mafioso in Capitanata dove i risultati della pressante attività investigativa e delle relative risultanze processuali hanno conseguentemente indebolito gli organici delle tre batterie in cui si articola la società foggiana.
Non è escluso, tuttavia, che tale stato possa facilitare un processo di aggregazione che troverebbe nella creazione di un organismo comune di vertice, anche di tipo collegiale, il suo massimo compimento. E’ noto infatti come le formazioni mafiose operanti nel territorio di Foggia e provincia riproducendo i canoni d’impostazione strutturale della ‘ndrangheta siano capaci di stabilire interconnessioni al loro interno mediante l’adozione di modelli tendenzialmente federali cogliendo e sfruttando le nuove ed innovative sfide della globalizzazione. La gestione di dinamiche e affari sempre più vasti, diversificati e complessi ha portato infatti la criminalità organizzata foggiana ad orientarsi sempre più verso uno schema consortile che nel perseguimento degli illeciti obiettivi mette insieme le diverse articolazioni pur lasciando loro una significativa autonomia.
Per tali motivi le mafie foggiane vengono oggi definite da diverse ed autorevoli fonti istituzionali quale l’espressione più pericolosa delle mafie pugliesi. Da qui la necessità di contrastarle non solo nel modo tradizionale ma anche tramite iniziative di antimafia sociale volte ad isolare ulteriormente le compagini criminali, privandole del consenso socio-ambientale su cui fondano la propria sopravvivenza, nonché tese a promuovere contestualmente la “cultura antimafia” nelle diverse componenti sociali specie giovanili. In tale prospettiva nel semestre in esame la città di Foggia è stata

al centro di iniziative ricomprese in un ampio programma di antimafia sociale, con il ruolo fondamentale rivestito dall’Università di Foggia, che hanno visto la loro più alta espressione nell’inaugurazione dell’Anno Accademico avvenuta il 25 ottobre 2021 a cui ha partecipato il Presidente della Repubblica.
Anche nelle province di Lecce, Brindisi e Taranto le operazioni di polizia giudiziaria del semestre confermano l’esistenza sul territorio di organizzazioni mafiose in un panorama variegato.
Infine, ma non per ultime, le complesse dinamiche criminali che caratterizzano la città metropolitana di Bari riverberano sui precari equilibri mafiosi di volta in volta raggiunti dai potenti clan che da sempre si contendono il predominio territoriale nel capoluogo pugliese e in quello della provincia. Il risultato è quello di un perdurante stato di fibrillazione del contesto criminale in alcuni periodi latente e in altri, come nel periodo in esame, accentuato e con manifestazioni violente.
Nel secondo semestre 2021 infatti sono stati registrati numerosi ed efferati delitti che sottendono quasi sempre decisioni criminali deliberate dai potenti vertici delle organizzazioni mafiose egemoni e che, talvolta, lasciano presagire mutamenti negli assetti criminali, nelle alleanze o più semplicemente nei taciti accordi di non belligeranza ed ingerenza.
Lo scenario del narcotraffico in continua evoluzione è fortemente influenzato dalla vicinanza dell’Albania e dai traffici di stupefacenti provenienti dai Balcani. Nei rapporti tra la criminalità pugliese e le consorterie albanesi appare consolidato il ruolo di punta assunto da queste ultime che tendono ad utilizzare i canali gestiti dalle cosche pugliesi per il trasporto delle sostanze stupefacenti anche oltre Regione verso il mercato internazionale. Importanti, al riguardo, gli esiti giudiziari dell’operazione “Shpirti” del 2 luglio 2021, condotta dalla DIA e dalle Autorità albanesi, conseguiti grazie alla Squadra Investigativa Comune – strumento di cooperazione giudiziaria istituito tra la DDA di Bari, la Procura Speciale Anticorruzione e Criminalità Organizzata di Tirana ed Eurojust – che hanno consentito alla DIA e alle Autorità albanesi di effettuare approfondimenti investigativi congiunti avvalendosi del fondamentale ruolo di coordinamento assicurato dalla Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo. L’inchiesta ha consentito di ricostruire l’intera “filiera” dello stupefacente accertando l’esistenza di 4 potenti gruppi criminali operanti in Albania ed in contatto con soggetti contigui alle organizzazioni baresi in grado di spedire in Europa ingentissimi quantitativi di sostanza stupefacente.
Le mire fuori regione delle consorterie criminali pugliesi si rivolgono prevalentemente al traffico di stupefacenti e al cosiddetto “pendolarismo criminale” finalizzato alla commissione di reati predatori. Segnali di queste presenze sono stati colti in Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Abruzzo, Molise. Non mancano contatti con territori esteri, in particolare l’Albania per l’approvvigionamento di carici di stupefacenti via mare, ma anche con Spagna, Romania, e Olanda.

La realtà criminale lucana ha compiuto nel recente passato un salto di qualità, registrando una sempre più pervasiva presenza delle organizzazioni malavitose nella vita economica della Basilicata. Queste considerazioni hanno portato alla recentissima istituzione a Potenza della Sezione Operativa DIA inaugurata il 7 marzo 2022. Nella Regione i singoli clan organizzati per lo più su base territoriale (provincia di Potenza, area Vulture-Melfese e provincia di Matera con la fascia jonico-metapontina) hanno stabilito accordi con associazioni criminali di più alto spessore come quelle calabresi, pugliesi e campane. Ne è conferma l’operazione “Lucania Felix” conclusa dalla Polizia di Stato il 29 novembre 2021 che ha disvelato l’esistenza, la permanenza e la continuità operativa del clan MARTORANO-STEFANUTTI di Potenza e i suoi stretti legami a livello nazionale con i sodalizi

mafiosi della ‘ndrangheta calabrese quali la cosca GRANDE-ARACRI di Cutro (KR), la cosca MANFREDI-NICOSIA di Isola Capo Rizzuto e quella dei BELLOCCO di Rosarno (RC).
L’attività delinquenziale privilegiata resta quella del narcotraffico nella quale le organizzazioni criminali trovano ampi spazi di cooperazione anche con sodalizi stranieri. Ne è conferma l’operazione “Idra” eseguita dai Carabinieri l’8 luglio 2021 i cui esiti hanno documentato come i gruppi gambiani e nigeriani presenti nel territorio lucano risultino dediti all’approvvigionamento e alla commercializzazione di significativi quantitativi di sostanze stupefacenti.
I gruppi criminali stranieri stanziali risultano diffusi sulla quasi totalità del territorio nazionale e storicamente mostrano al centro-nord un prevalente grado di indipendenza ed autonomia rispetto alle consorterie nostrane insediate in quelle regioni, agendo sovente su base paritetica.
Al sud invece la situazione appare più variegata se si considera che nell’operatività criminale dei sodalizi stranieri maggiormente strutturati, come nel caso dei cults nigeriani con un elevato grado di strutturazione interna ben definita, oltre ad una prevalente subordinazione alle organizzazioni mafiose autoctone o comunque con l’assenso o l’asservimento a queste ultime in regioni come la Sicilia e la Campania, si iniziano ad osservare, soprattutto negli ultimi anni, crescenti sacche di autonomia rispetto al dominio incontrastato delle mafie locali. I predetti sodalizi infatti se inizialmente, come nel caso della Campania, hanno semplicemente “beneficiato” dei vuoti lasciati dalle organizzazioni camorriste, segnatamente perché queste ultime sono state progressivamente colpite da numerose operazioni di polizia giudiziaria, successivamente sono andate affermandosi sempre di più imponendosi peraltro nella ricerca di una crescente egemonia ad esempio sul controllo di intere piazze di spaccio ovvero monopolizzando determinati canali di approvvigionamento della droga.
Quel che assume maggiore rilevanza tuttavia, come confermato da molteplici indagini svolte dalle Forze di Polizia, è la costituzione di vere e proprie alleanze strategiche e opportunistiche con esponenti di riferimento della criminalità organizzata autoctona che inducono a ipotizzare nuove e diverse tendenze evolutive nel prossimo futuro. Tale mutamento di rapporti è oggetto di costante attenzione investigativa dal momento che esso potrebbe condurre, nel tempo, a scenari inediti sotto il profilo delle ormai storiche e consolidate mappature delle aree di dominio criminale, mutando i rapporti di convivenza tra mafie locali e mafie etniche in vere e proprie forme di coesistenza strutturale attuate mediante una precisa spartizione di assets e settori criminali senza reciproche ingerenze.
L’interesse principale dei gruppi stranieri in Italia è incentrato sul traffico di droga ma sono significativi per dimensioni e pericolosità anche la tratta di esseri umani e il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, che vanno annoverati tra i business più redditizi per le organizzazioni di matrice straniera le quali estendono la propria operatività anche allo sfruttamento delle vittime costrette alla prostituzione, al lavoro nero o all’accattonaggio.
Le consorterie albanesi denotano una particolare propensione e capacità a cooperare con i criminali italiani. Ciò avviene soprattutto nel settore degli stupefacenti ma talvolta anche in quelli delle estorsioni e dell’usura per l’acquisizione del controllo del territorio e lo spossessamento di attività economiche. Al riguardo, numerose inchieste hanno dimostrato come i gruppi albanesi siano divenuti punti di riferimento per le mafie italiane nell’approvvigionamento di sostanze stupefacenti, come documentato dalla già citata operazione “Shpirti” del 2 luglio 2021 condotta dalla DIA di Bari con l’ausilio dell’Ufficio di Collegamento Interforze di Tirana e della Polizia Albanese.

Le strutture criminali nigeriane sono attive su gran parte del territorio nazionale con presenze importanti nelle isole maggiori in particolare a Palermo, Catania e Cagliari ma anche nel Lazio e in Abruzzo. L’alto tasso di disoccupazione rilevato tra i nigeriani presenti sul territorio nazionale, raffrontato col considerevole ammontare delle rimesse di denaro dall’Italia verso la Nigeria, consente di ipotizzare che un significativo numero di soggetti disoccupati o in posizione di inattività di etnia nigeriana presenti in Italia possa almeno potenzialmente essere attratto dalle compagini malavitose autoctone o di quell’etnia e che i flussi delle rimesse, oltre alla quota sicuramente preponderante di natura lecita che attesta l’operosità della comunità nigeriana, possano celare anche proventi di attività illegali. Gli interessi criminali delle consorterie nigeriane si concentrano sulla tratta di esseri umani connessa con lo sfruttamento della prostituzione e l’accattonaggio forzoso a cui si associa un progressivo sviluppo nel settore del narcotraffico gestito talvolta in collaborazione con gruppi criminali albanesi. Il traffico di stupefacenti continua infatti a rappresentare il core business dei sodalizi nigeriani e la presenza di nigeriani in gruppi criminali multietnici viene confermata dalle evidenze investigative del periodo in esame.
Proprio alla criminalità nigeriana è dedicato il focus del secondo semestre 2021, in considerazione della crescente pervasività di queste consorterie. Si consideri innanzitutto che la comunità nigeriana rappresenta oggi la terza componente demografica etnica africana presente in Italia dopo quella marocchina ed egiziana, nonché la prima in Europa. Tale comunità tuttavia esprime una innegabile valenza anche sotto il profilo delinquenziale. In dettaglio, la realtà criminale riferibile ai nigeriani si concretizza nei c.d. secret cults i cui tratti tipici sono l’organizzazione gerarchica, la struttura paramilitare, i riti di affiliazione, i codici di comportamento e più in generale un modus agendi che la Corte di Cassazione fin dal 2010 ha più volte ricondotto alla tipica connotazione di “mafiosità”.

Appare pure particolarmente significativo evidenziare come siano state accertate riunioni periodiche dei cult in varie città ed è altresì emerso il collegamento tra omologhi sodalizi operativi in diverse città italiane. Appare oltremodo evidente come il contrasto alla criminalità nigeriana debba prevedere necessariamente una sua conoscenza ampia, allargata e condivisa tra le forze di polizia e la magistratura. Si ritiene questa la modalità privilegiata per fronteggiare efficacemente la delinquenza nigeriana, considerandola alla stregua di un vero e proprio macro-fenomeno che non può prescindere dalla conoscenza delle sue origini e delle sue proiezioni internazionali.
La criminalità organizzata cinese in Italia si è dotata nel tempo di una strutturazione gerarchica incentrata principalmente su relazioni familiari e solidaristiche. I sodalizi cinesi si caratterizzano per la loro sostanziale impermeabilità, rispetto ad altri gruppi criminali, che li rende chiusi e inaccessibili da contaminazioni o collaborazioni esterne. Solo occasionalmente si rileva la realizzazione di accordi funzionali con organizzazioni italiane o la costituzione di piccole consorterie multietniche per la gestione della prostituzione, la commissione di reati finanziari e il traffico di rifiuti. Oltre alla Toscana, dove i sodalizi cinesi si sono sviluppati parallelamente agli storici insediamenti da decenni presenti nel distretto tessile di Prato, tale criminalità etnica è presente anche in Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia Romagna, Campania e nel Lazio. In tali contesti sociali sono state avviate attività commerciali di vario genere nell’ambito delle quali sono frequenti anche i reati connessi con lo sfruttamento del lavoro. Talvolta infatti i connazionali vengono costretti a lavorare in assenza dei requisiti minimi di sicurezza e di tutela igienico-sanitaria.
L’attività illecita verso l’esterno si esprime nella contraffazione di marchi, nel traffico e nello spaccio di metanfetamine, nel traffico illecito di rifiuti, nella gestione di giochi e scommesse clandestine e nella commissione di reati economico – finanziari. Il 12 ottobre 2021 con l’operazione denominata

“Drago Volante” la Guardia di finanza di Cuneo ha deferito 19 soggetti per lo più cinesi, titolari di 32 imprese ritenute “cartiere” che avevano emesso fatture presumibilmente false per circa 220 milioni di euro, evadendo o non versando IVA per oltre 46 milioni di euro, 25 dei quali verosimilmente esportati all’estero.
La criminalità romena in Italia si manifesta sia con modalità non organizzate, sia attraverso veri e propri gruppi strutturati anche a composizione multietnica. Questi ultimi rivolgono i loro interessi illeciti prevalentemente verso attività complesse e più redditizie quali il traffico di droga e di armi. Costituiscono inoltre settori operativi consolidati delle consorterie la tratta di donne da avviare alla prostituzione, i reati informatici, i reati predatori e i reati contro il patrimonio. Tale criminalità è risultata inoltre attiva nel settore dell’intermediazione illecita e dello sfruttamento della manodopera (c.d. “caporalato”) talvolta d’intesa con criminali italiani.
Non manca inoltre il coinvolgimento di criminali romeni con ruoli secondari in gruppi multietnici dediti al traffico e allo spaccio di stupefacenti.
La criminalità organizzata sudamericana, presente soprattutto in alcune regioni del nord Italia segnatamente in Lombardia e Liguria e in misura minore nel Lazio, è dedita alla commissione di reati contro il patrimonio e allo sfruttamento della prostituzione; collabora inoltre con altre consorterie straniere o italiane nella gestione dei traffici di droga proveniente dall’America latina. Tuttavia è il fenomeno delle c.d. baby gang ad aver destato un grave allarme sociale nel semestre. Si fa riferimento in primis all’operazione eseguita il 5 ottobre 2021 dalla Polizia di Stato di Milano con la quale è stata sgominata un’associazione per delinquere denominata “Barrio 18”, composta da 17 giovani criminali salvadoregni di età compresa tra i 20 e i 27 anni e caratterizzata dalla commissione di reati contro la persona e il patrimonio, nonché in materia di stupefacenti perpetrati anche con l’utilizzo di armi. L’operazione si colloca nel contesto del fenomeno criminale delle c.d. “pandillas” o “maras” cioè bande di strada centroamericane attive sul territorio milanese e lombardo. I soggetti coinvolti si distinguono per l’uso efferato e indiscriminato della violenza non soltanto per il raggiungimento degli scopi delittuosi prefissati ma anche per regolare controversie interne allo stesso gruppo e contro compagini rivali tramite l’utilizzo spregiudicato di coltelli e machete.
La criminalità balcanica e dei Paesi dell’ex URSS è principalmente attiva nella commissione di reati contro il patrimonio, il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, il traffico di armi, le truffe, il contrabbando, lo sfruttamento della prostituzione, i furti di rame e il traffico di stupefacenti. Da rilevare lo spiccato attivismo dei bulgari nell’organizzarsi in modo strutturato e con collegamenti sovranazionali per avviare alla prostituzione giovani connazionali.
I sodalizi criminali di origine nord-centro africana, anche se meno strutturati rispetto alle consorterie albanesi e nigeriane, appaiono principalmente dediti al traffico di droga. Nel dettaglio, soggetti di nazionalità marocchina e tunisina provvederebbero inoltre allo spaccio al dettaglio di ogni tipo di stupefacente nell’ambito di organizzazioni multietniche più strutturate ma non mancano i sodalizi in cui gli stessi soggetti rivestono ruoli di rilevanza apicale e le interconnessioni con soggetti appartenenti alla criminalità organizzata di stampo mafioso. Inoltre, sempre nel settore degli stupefacenti, di frequente i soggetti di origine nord-centro africana vengono assoldati come corrieri.
Le organizzazioni criminali formate da soggetti provenienti dai Paesi del medio-oriente e del sud-est asiatico sarebbero attive nel favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e nel traffico di stupefacenti oltre che nello sfruttamento del lavoro nero. Naturalmente non mancano coinvolgimenti nel giro dello spaccio di stupefacenti commesso, in alcuni casi, in relazione allo sfruttamento della prostituzione. Talvolta, è stato riscontrato trattarsi di consorterie multietniche (in particolare quelle del sud-est asiatico a prevalente matrice indiana e pakistana) che agirebbero in cooperazione con la criminalità dell’area balcanica, nonché con quella turca e greca.
Il quadro d’analisi sulle linee evolutive delle mafie impone di continuare nella lotta contro la criminalità organizzata dedicando particolare attenzione all’aggressione dei beni illecitamente accumulati dalle mafie mediante gli strumenti dell’azione giudiziaria e delle misure di prevenzione patrimoniali.
La portata dei provvedimenti di prevenzione eseguiti nel secondo semestre del 2021 testimonia la consapevolezza del ruolo di priorità strategica rivestita dall’aggressione ai patrimoni mafiosi per la Direzione Investigativa Antimafia, le cui intense attività sono orientate verso l’obiettivo generale di rafforzare il contrasto sia patrimoniale alla criminalità organizzata, sia alle sue infiltrazioni nell’economia legale. Nel periodo in esame si registra, in ambito nazionale, il conseguimento dei seguenti risultati in base ai quali sono state inoltrate ai competenti Tribunali 15 proposte di applicazione di misure di prevenzione, di cui 10 a firma congiunta del Direttore della DIA con l’A.G. Sono stati altresì rassegnati 3 compendi informativi di medesima natura propositiva alle Procure mandanti nell’ambito di attività specificamente delegata.
Apprezzabile, peraltro, è il progressivo consolidamento dello strumento di contrasto rappresentato dall’applicazione ai sensi dell’art. 34 del D.Lgs. 159/2011 dell’amministrazione giudiziaria che, nel secondo semestre del 2021, ha visto la proroga di un provvedimento nei confronti di una società.
Sotto il profilo dell’esecuzione di provvedimenti di sequestro e confisca originati dall’attività propositiva della DIA nel periodo di interesse sono stati conseguiti i risultati sintetizzati nelle tabelle che seguono in seno alle quali i dati riferiti al secondo semestre del 2021 vengono raffrontati con quelli del semestre precedente:

 

 

 

L’accumulo di ingentissime risorse finanziarie quale profitto delle poliedriche attività-reato poste in essere dai sodalizi necessita di un successivo processo di “ripulitura” dei capitali. Per soddisfare tale esigenza le mafie ricercano costantemente soluzioni sempre più raffinate finalizzate a rendere difficile l’accertamento della effettiva titolarità dei cespiti illegalmente acquisiti.
È necessario pertanto individuare le probabili direttrici d’azione futura delle mafie soffermandosi sulla loro capacità di infiltrare l’economia. Sotto questo aspetto la DIA, anche nel secondo semestre del 2021, ha posto particolare attenzione sulle procedure di affidamento ed esecuzione degli appalti riguardanti le opere pubbliche.

L’attività di controllo si è rivolta in particolare all’assetto delle imprese coinvolte nell’esecuzione dei lavori allo scopo di individuare possibili infiltrazioni mafiose. Si tratta di accertamenti che hanno riguardato sia l’esecuzione diretta delle opere, sia tutte le attività connesse. Un complesso sistema di controlli che comprende gli accessi ai cantieri disposti dall’Autorità Prefettizia tesi a verificare direttamente sul posto l’assenza di anomalie riguardanti la manovalanza.
Al riguardo sono stati eseguiti 527 monitoraggi nei confronti di altrettante imprese meglio dettagliati nella sottostante tabella che ne riassume i risultati per macro-aree geografiche.

Nel quadro delle attività finalizzate alla prevenzione dell’uso del sistema finanziario a scopo di riciclaggio dei proventi di attività criminosa, il d.lgs. n. 231 del 21 novembre 2007 assegna alla DIA il potere di accertare le violazioni degli obblighi disciplinati dallo stesso decreto ed il compito di effettuare gli approfondimenti investigativi attinenti alla criminalità organizzata, alle informazioni ricevute nell’ambito della cooperazione internazionale e alle segnalazioni di operazioni sospette-SOS trasmesse dalla Unità di Informazione Finanziaria per l’Italia. A questo scopo negli ultimi anni è stato necessario adottare nuovi modelli di analisi e di sviluppo correlate con un costante adeguamento dell’applicativo informatico di riferimento ovvero il sistema “EL.I.O.S. – Elaborazioni Investigative Operazioni Sospette”, al fine di renderlo più aderente alle mutate esigenze di carattere investigativo. In particolare il sistema è capace di processare in tempo reale “tutte” le segnalazioni destinate alla DIA al fine di rendere tempestiva la fruibilità dei relativi dati e degli elementi sul piano operativo. In aderenza agli iter di raccordo info-investigativo definiti nell’ambito di intese protocollari sottoscritte dalla DIA nel rispetto delle previsioni normative, tutte le SOS che, agli esiti di tre processi di analisi (analisi massiva, fenomenologica e di rischio), risultano potenzialmente attinenti alla criminalità organizzata vengono evidenziate alla Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo-DNA, che le trasmette alle DDA competenti qualora attinenti a indagini in corso ovvero le sviluppa destinandole ad un apposito gruppo di lavoro, di cui fa parte anche personale della DIA, ai fini dell’esercizio del potere d’impulso attribuito al Procuratore Nazionale Antimafia ed Antiterrorismo dall’art. 371 bis c.p.p..
Nel delineato contesto, attenendosi al solo secondo semestre 2021, la DIA ha proceduto all’analisi di 68.955 segnalazioni di operazioni sospette riconducibili a 639.074 soggetti segnalati dei quali 437.372 costituiti da persone fisiche.

Infine, per un efficace contrasto alla pervasività delle mafie nella rete economico-produttiva appare innegabile l’imprescindibile valenza della cooperazione internazionale di polizia che rappresenta una direttrice privilegiata nel contrasto alle organizzazioni criminali più strutturate, attesa la sempre maggiore dimensione oltre confine di queste ultime. In tale contesto si sottolinea l’importanza della già citata Rete Operativa Antimafia @On di cui la DIA è ideatore e Project Leader. Lo strumento ha il primario obiettivo di promuovere lo scambio operativo di informazioni e le best practices, finalizzate al contrasto delle organizzazioni criminali “mafia style” che costituiscono una seria minaccia per la sicurezza dell’U.E. Lo scopo principale resta quello di massimizzare la cooperazione internazionale e il contrasto ai predetti gruppi della criminalità organizzata che hanno un impatto evidente sugli Stati Membri dell’UE a prescindere dalle specifiche attività criminali da questi organizzate.

Per contrastare in maniera efficace la criminalità organizzata mafiosa operante in ambito internazionale, risulta fondamentale la capacità di individuare in maniera precisa, rapida e dettagliata l’obiettivo da annichilire. In tale direzione una riposta sinergica viene posta in essere dalla Rete grazie al coordinamento con EUROPOL, EUROJUST ed il supporto finanziario e di indirizzo delle Istituzioni UE. Uno degli strumenti innovativi del Progetto è la possibilità di dislocare all’estero investigatori altamente specializzati nel contrasto di fenomeni criminali di natura transnazionale (quick deploiment). Infatti, la rete (Network) supporta il rapido invio sul posto di investigatori esperti dei Paesi aderenti, oltre a permettere l’impiego di sofisticate strumentazioni tecniche di indagine a supporto delle Agenzie di Polizia (LEAs – Law Enforcement Agencies).

Attualmente hanno complessivamente formalizzato la loro adesione al Network 30 Agenzie di Polizia in rappresentanza di 25 Paesi: Francia (SIRASCO e PJGN), Germania (BKA), Spagna (UDYCO e Guardia Civil), Belgio (Polizia Federale) e Paesi Bassi (Polizia Nazionale) che costituiscono con l’Italia il Core Group della Rete. Sono partner unitamente ad Europol: Ungheria (Polizia Nazionale), Austria (BK), Romania (Polizia Nazionale), Australia (AFP), Malta (Polizia Nazionale), Svizzera (Polizia Federale), Repubblica Ceca (NOCA) Slovenia (Polizia Nazionale), Polonia (CBSP), Croazia (Polizia Nazionale), Georgia (Polizia Nazionale), Norvegia (NCIS), Albania (CPD), Portogallo (UNCT), USA (FBI), Svezia (Polizia Nazionale), Canada (RCPM), Lettonia (Polizia di Stato) e Lussemburgo (Polizia Grand – Ducale).

Al momento il Network sta supportando le Unità investigative degli Stati Membri della Rete @ON in 55 investigazioni ed ha finanziato 171 missioni operative in favore di 736 investigatori che hanno portato all’arresto di 287 persone, inclusi 5 latitanti, oltre al sequestro di circa 11,3 milioni di euro, di droga (tra cui 23 piantagioni di canapa) e di armi.
La cooperazione di polizia svolta dalla DIA in ambito multilaterale riguarda sia le singole attivazioni, sia un aggiornato quadro di analisi delle linee evolutive del fenomeno mafioso a livello internazionale, allo scopo di individuare i beni e i collegamenti fra le organizzazioni criminali italiane e quelle operanti in altre Nazioni.

Le indagini patrimoniali che richiedono il tracciamento, l’individuazione e il sequestro dei beni all’estero, si avvalgono di due fondamentali canali di cooperazione coordinati da EUROPOL: l’ARO (Asset Recovery Office) e la rete informale CARIN (Camden Asset Recovery Inter-Agency Network). La piattaforma ARO è la piattaforma collaudata in ambito UE e finalizzata all’individuazione di beni oggetto di reato da sequestrare e confiscare, mentre la rete CARIN è attiva, in ambito internazionale, per le medesime finalità, e ricomprende autorità di polizia e giudiziarie di 61 Paesi.

 

 

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