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ALMALAUREA * RAPPORTO 2024: «RIDUZIONE TASSO OCCUPAZIONE, È DEL 74,1% (-1,3) PER I LAUREATI DI PRIMO LIVELLO A UN ANNO DAL TITOLO»

Scritto da
20.22 - giovedì 13 giugno 2024

(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –

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Rapporto 2024 AlmaLaurea- Profilo e Condizione occupazionale dei laureati. Aumentano i tirocini e la mobilità internazionale dei laureati, in crescita i contratti a tempo indeterminato.

Presentato oggi, dalla Direttrice del Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea Marina Timoteo, il XXVI Rapporto. Dall’indagine risulta in crescita il numero degli studenti che hanno maturato esperienze di studio all’estero riconosciute dal corso di laurea;
tali esperienze accrescono la probabilità di essere occupati. Aumentano i contratti a tempo indeterminato e i laureati si dimostrano più selettivi nella ricerca di occupazione, che deve essere adeguatamente retribuita e coerente con il proprio percorso formativo.

 

 

Il XXVI Rapporto AlmaLaurea sul Profilo e sulla Condizione occupazionale dei laureati è stato presentato oggi, 13 giugno 2024, presso l’Aula Magna dell’Università degli Studi di Trieste, nell’ambito del convegno Laureati e dimensioni internazionali: dall’università al mercato del lavoro, organizzato con il Ministero dell’Università e della Ricerca e con il patrocinio della CRUI – Conferenza dei Rettori delle Università Italiane.

L’evento è stato aperto dai saluti di benvenuto del Rettore dell’Università degli Studi di Trieste Roberto Di Lenarda, della Direttrice generale delle istituzioni della formazione superiore del MUR Marcella Gargano, dell’Assessore al Lavoro, Formazione, Istruzione, Ricerca, Università e Famiglia della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia Alessia Rosolen e del Presidente di AlmaLaurea Ivano Dionigi. Nel corso del convegno, la Direttrice di AlmaLaurea Marina Timoteo ha presentato il Rapporto AlmaLaurea 2024 su Profilo e Condizione occupazionale dei laureati, giunto alla XXVI edizione.

Il Rapporto 2024 sul Profilo dei Laureati di 78 atenei, degli 82 aderenti ad AlmaLaurea, si basa su una rilevazione che coinvolge circa 300 mila laureati del 2023 e, grazie all’elaborazione delle risposte ricevute dai laureati che hanno partecipato alla rilevazione, restituisce un’approfondita fotografia delle loro principali caratteristiche.
Il Rapporto 2024 sulla Condizione occupazionale dei laureati ha coinvolto circa 660 mila laureati di
78 atenei; in particolare ha fotografato la condizione occupazionale a uno, tre e cinque anni dal conseguimento della laurea.

Risultati in primo piano: Profilo dei laureati e Condizione occupazionale

Tra i risultati più rilevanti dell’indagine sul Profilo dei laureati si evidenziano i giudizi che hanno rilasciato i laureati coinvolti nelle rilevazioni di AlmaLaurea e che indicano una generale soddisfazione per i diversi aspetti dell’esperienza di studio compiuta, indipendentemente dal tipo di corso concluso. In particolare, l’88,7% dei laureati si dichiara soddisfatto dei rapporti con il personale docente e l’82,8% dell’adeguatezza delle aule.

Un elemento di sintesi dei vari aspetti dell’esperienza universitaria è rappresentato dalla soddisfazione complessiva per il corso di laurea, rispetto al quale il 90,5% dei laureati si dichiara soddisfatto (nel 2013 era pari all’86,0%).
Rispetto al percorso universitario intrapreso, va sottolineato un giudizio positivo, evidenziato da quel 72,1% dell’intera popolazione raggiunta da AlmaLaurea che confermerebbe la scelta sia del corso sia dell’ateneo, quota in crescita rispetto al 2013 (66,9%). Entrando più nel dettaglio, emerge che l’8,9% dei laureati confermerebbe l’ateneo ma si indirizzerebbe verso un altro corso, il 10,8% seguirebbe lo stesso corso ma in altro ateneo, il 5,4% cambierebbe sia corso sia sede e solo il 2,4% non si iscriverebbe più all’università (per i magistrali biennali si fa riferimento al solo biennio conclusivo).

Nel 2023 si conferma la ripresa delle esperienze di tirocinio curriculare, che riguardano il 60,7% dei laureati. Nel 2013 coinvolgevano il 56,9% dei laureati e, dopo alcuni anni di sostanziale stabilità, dal 2015 si è evidenziata una costante crescita durata fino al 2019 (portando tale quota al 59,9%), cui è seguita un’apprezzabile contrazione (di quasi 3 punti percentuali) tra il 2020 e il 2021, verosimilmente imputabile alla situazione pandemica. Dal 2022 la quota di laureati con questa esperienza è tornata a crescere (nel 2023 è cresciuta di quasi 4 punti percentuali rispetto al 2021).
La soddisfazione per l’esperienza di tirocinio curriculare riguarda il 94,3% dei laureati.
Inoltre, chi ha svolto un tirocinio curriculare ha il 6,6% di probabilità in più di essere occupato a un anno dal conseguimento del titolo rispetto a chi non ha svolto tale tipo di attività.

Il Profilo dei laureati 2023 conferma che la mobilità per ragioni di studio è in tendenziale aumento e che su tale fenomeno esercita un peso rilevante la ripartizione geografica di conseguimento del diploma. Le migrazioni per ragioni di studio, infatti, hanno una direzione molto chiara, quasi sempre dal Mezzogiorno al Centro-Nord: il 28,5% dei laureati che ha conseguito il diploma al Mezzogiorno ha scelto un ateneo di una ripartizione geografica diversa (quota, tra l’altro, in costante aumento, era il 23,2% nel 2013), rispetto al 14,5% di chi ha conseguito il diploma al Centro e al 4,0% di chi ha conseguito il diploma al Nord. Si conferma, inoltre, la maggiore propensione alla mobilità per ragioni di studio dei laureati che provengono da contesti più favoriti: concentrando l’attenzione sul flusso dei laureati del Mezzogiorno che si spostano in atenei del Centro-Nord, tale quota oscilla tra il 33,5% di chi proviene da contesti più favoriti e il 23,6% di chi invece proviene da contesti meno favoriti.

L’età alla laurea, per il complesso dei laureati nel 2023, è pari a 25,7 anni (con evidenti differenze in funzione del tipo di corso di studio: 24,5 anni per i laureati di primo livello, 27,1 per i laureati magistrali a ciclo unico e 27,2 per i laureati magistrali biennali). L’età alla laurea si è ridotta in misura apprezzabile negli ultimi anni (era 26,6 anni nel 2013), anche se nell’ultimo anno la decrescita si è arrestata (+0,1 anni rispetto al 2022).
La regolarità negli studi, che misura la capacità di concludere il corso di laurea nei tempi previsti dagli ordinamenti, riguarda il 61,5% dei laureati del 2023. Fino al 2022 si è registrato un miglioramento costante e marcato della regolarità negli studi (anche per effetto della proroga della chiusura dell’anno accademico concessa agli studenti per l’emergenza Covid-19); nel 2023 si è però assistito, per la prima volta dopo 12 anni, a un lieve ridimensionamento della quota di laureati regolari (-1,0 punto percentuale rispetto al 2022, nonostante la conferma della proroga della chiusura dell’anno accademico).

L’indagine sulla Condizione occupazionale dei laureati conferma l’elevata propensione dei laureati di primo livello a proseguire i propri studi iscrivendosi a un corso di laurea di secondo livello. Tale scelta coinvolge, nel 2023, il 68,1% degli intervistati a un anno dal conseguimento del titolo; si tratta di un valore in ripresa rispetto a quanto osservato nel 2022 (+0,9 punti percentuali). L’aumento è di ben 12,9 punti percentuali rispetto al 2014, anno in cui, secondo le indagini di AlmaLaurea, si è registrato il tasso di prosecuzione degli studi più contenuto nel periodo di osservazione 2008-2023. Tenuto conto di queste evidenze, al fine di monitorare in misura più adeguata gli esiti occupazionali dei laureati, tra quelli di primo livello si è ritenuto opportuno circoscrivere l’analisi a coloro che, dopo il conseguimento del titolo, non si sono iscritti a un altro corso di laurea (31,0% osservato nel 2023 a un anno dalla laurea).

I principali indicatori occupazionali esaminati registrano una riduzione del tasso di occupazione, di poco superiore a 1 punto percentuale tra i neolaureati: nel 2023, il tasso di occupazione è pari, a un anno dal conseguimento del titolo, al 74,1% tra i laureati di primo livello e al 75,7% tra i laureati di secondo livello (-1,3 e -1,4 punti percentuali rispetto al 2022).

Di diverso segno il dato sul tasso di occupazione dei laureati di primo livello a cinque anni dal conseguimento del titolo che, nel 2023, è pari al 93,6% e che risulta in aumento di 1,5 punti percentuali rispetto al 2022, raggiungendo così il più alto valore osservato in oltre un decennio. Si registra invece un lieve calo dell’occupazione per i laureati di secondo livello a cinque anni dal titolo (-0,5 punti percentuali rispetto al 2022), tra i quali il tasso di occupazione è pari all’88,2%. È opportuno sottolineare, comunque, che per tutte le popolazioni in esame, i livelli occupazionali del 2023 rimangono più elevati, o in linea, rispetto a quelli osservati negli anni immediatamente precedenti la pandemia.

I dati sull’occupazione vanno letti anche alla luce dell’evolversi di un diverso approccio dei laureati nei confronti della ricerca del lavoro. I dati di AlmaLaurea evidenziano infatti una loro maggiore selettività: in particolare, i laureati sono sempre meno disponibili ad accettare lavori a basso reddito o non coerenti con il proprio percorso formativo. A un anno dal titolo, infatti, tra i laureati di primo e di secondo livello, non occupati e in cerca di lavoro, la quota di chi accetterebbe una retribuzione al più di 1.250 euro è pari, rispettivamente, al 38,1% e al 32,9%; tali valori risultano in calo, nell’ultimo anno, rispettivamente, di 8,9 e di 6,8 punti percentuali. Inoltre, si dichiara disponibile ad accettare un lavoro non coerente con gli studi il 76,9% dei laureati di primo livello e il 73,0% di quelli di secondo livello; anche in tal caso si tratta di valori in calo, nell’ultimo anno, rispettivamente di 5,9 e di 3,0 punti percentuali.

Rispetto alle caratteristiche del lavoro svolto, è importante evidenziare l’aumento dei livelli di efficacia della laurea, che combina l’utilizzo, nel lavoro, delle competenze acquisite all’università e la richiesta, formale e sostanziale, del titolo per l’esercizio della propria attività. Tra i neolaureati il titolo è “molto efficace o efficace” per il 61,7% degli occupati di primo livello e per il 69,5% di quelli di secondo livello (valori in aumento, nell’ultimo anno, rispettivamente di 2,4 punti percentuali e di 0,8 punti).

A cinque anni dal titolo i livelli di efficacia si attestano, rispettivamente, al 69,4% e al 75,7% degli occupati di primo e di secondo livello (rispettivamente, +1,8 punti percentuali e +3,0 punti, nell’ultimo anno); tale andamento conferma il trend di lento miglioramento registrato negli ultimi anni, tanto da raggiungere nel 2023 i più alti livelli di efficacia osservati nel periodo in esame.

I livelli retributivi dei laureati, osservati nel 2023, risultano in crescita in termini nominali, ossia considerando i valori effettivamente raccolti dalle dichiarazioni dei laureati nelle interviste. Tuttavia, tenendo conto del mutato potere d’acquisto, il quadro restituito si modifica a causa dei livelli di inflazione che hanno caratterizzato anche il 2023: in termini reali, infatti, i livelli retributivi hanno subìto nel 2023 una contrazione generalizzata, confermando il quadro, già evidenziato lo scorso anno, di controtendenza rispetto agli aumenti registrati fino al 2021. A un anno dal titolo, la retribuzione mensile netta è, in media, pari a 1.384 euro per i laureati di primo livello e a 1.432 euro per i laureati di secondo livello, in calo, in termini reali, dell’1,4% per i laureati di primo livello e dello 0,5% per quelli di secondo livello rispetto al 2022.

A cinque anni dal conseguimento del titolo la retribuzione mensile netta è pari a 1.706 euro per i laureati di primo livello e a 1.768 euro per quelli di secondo livello; anche in tal caso, tali valori figurano in diminuzione, in termini reali, rispetto all’analoga rilevazione del 2022: -1,0% per i laureati di primo livello e
-1,2% per quelli di secondo livello.

 

Profilo dei laureati: approfondimenti

In primo piano si segnalano i seguenti temi: genere, estrazione socio-culturale ed esperienze di studio all’estero.
Genere. Si conferma che oltre la metà dei laureati in Italia è di genere femminile: nel 2023 è il 60,0%, quota che risulta tendenzialmente stabile negli ultimi dieci anni. Le donne hanno un’incidenza più alta nei corsi magistrali a ciclo unico: 68,6% rispetto al 57,7% nei magistrali biennali e al 59,7% nei corsi di primo livello.
Si rileva una forte differenziazione nella composizione per genere dei vari ambiti disciplinari, confermando la maggiore propensione delle donne a scegliere percorsi umanistici rispetto a quelli scientifici, in particolare quelli dell’area STEM (science, technology, engineering, mathematics). Nei corsi di primo livello e nei percorsi magistrali biennali, la composizione per genere dei vari ambiti disciplinari segue le medesime tendenze: le donne hanno una maggior propensione in particolare per i gruppi (nell’ordine) di educazione e formazione, linguistico e psicologico.
È interessante notare che nei corsi magistrali a ciclo unico le donne prevalgono in tutti i gruppi disciplinari: dal 95,3% nel gruppo educazione e formazione al 59,7% nel gruppo architettura e ingegneria civile.

Estrazione socio-culturale. Il 31,3% dei laureati 2023 ha almeno un genitore con un titolo di studio universitario (nel 2013 era il 27,6%). Tale quota è pari al 29,4% tra i laureati di primo livello, sale al 30,7% tra i magistrali biennali e al 43,5% tra i magistrali a ciclo unico; dunque, i dati evidenziano il ruolo della famiglia di origine sulle scelte formative dei giovani. A tal proposito, si osserva una certa coerenza tra ambito disciplinare del titolo universitario dei genitori e dei figli: tra i laureati che hanno almeno un genitore laureato, il 20,3% completa gli studi nello stesso gruppo disciplinare di uno dei genitori, quota che sale al 37,8% tra i laureati magistrali a ciclo unico, ossia all’interno delle lauree che portano più frequentemente alla libera professione (raggiungendo il 42,3% tra i laureati del gruppo medico e farmaceutico e il 39,9% in quello giuridico).

Del tutto analoghe le considerazioni se si prende in esame l’origine sociale dei laureati, calcolata in base alla posizione professionale dei genitori: i laureati con origine sociale elevata, ossia i cui genitori sono imprenditori, liberi professionisti e dirigenti, sono nel 2023 il 22,4% (21,0% fra i laureati di primo livello, 21,8% fra i magistrali biennali, ben il 32,3% fra i laureati magistrali a ciclo unico).

Esperienze di studio all’estero. È pari a 9,8 la percentuale di laureati che nel 2023 ha maturato un’esperienza di studio all’estero riconosciuta dal corso di laurea. Si tratta nella maggior parte dei casi (8,1%) di esperienze svolte con programmi dell’Unione europea (Erasmus in primo luogo), mentre le altre esperienze riconosciute dal corso di studio (Overseas, tesi all’estero ecc.) sono molto meno diffuse (meno del 2%).

La quota di laureati che ha maturato un’esperienza di studio all’estero riconosciuta durante il corso di studio, che era leggermente aumentata fino al 2020 (quando si era attestata all’11,3%), si è ridotta in modo rilevante nel 2021 e nel 2022 (quando era scesa rispettivamente all’8,5% e all’8,3%). Nel 2023, invece, si è registrata una ripresa di tali esperienze rispetto agli anni precedenti condizionati dalla pandemia.

Le esperienze di studio all’estero riconosciute hanno coinvolto il 7,3% dei laureati di primo livello del 2023, il 13,8% dei laureati magistrali a ciclo unico e il 12,5% dei laureati magistrali biennali; a questi ultimi si aggiunge un’ulteriore quota di laureati che hanno partecipato a programmi di studio all’estero durante il percorso di primo livello, per un totale del 18,6% nell’arco del “3+2”. A maturare queste esperienze sono in particolare i laureati dei gruppi linguistico (di primo e di secondo livello).

Le condizioni socio-culturali ed economiche della famiglia di origine (livello di istruzione dei genitori e status sociale) costituiscono fattori selettivi nei confronti della possibilità di accesso allo studio all’estero. Tra i laureati con genitori entrambi laureati la partecipazione alle esperienze di studio all’estero è pari al 15,2%, mentre tra i laureati con genitori non diplomati tale partecipazione scende al 6,9%. La valutazione dell’esperienza all’estero è molto elevata, con percentuali di soddisfazione che oltrepassano stabilmente negli ultimi anni il 95%. Inoltre, è da sottolineare come chi ha svolto un periodo di studio all’estero riconosciuto dal proprio corso di laurea ha maggiori probabilità di essere occupato rispetto a chi non ha mai svolto un soggiorno all’estero (+17,1%).

Condizione occupazionale dei laureati: approfondimenti
In primo piano si segnalano i seguenti temi: tipologia dell’attività lavorativa, smart working e lavoro all’estero.
Tipologia dell’attività lavorativa. Le forme di lavoro più diffuse, tra i laureati occupati a un anno dal titolo, sono i contratti alle dipendenze a tempo indeterminato (34,9% tra gli occupati di primo livello e 26,5% tra quelli di secondo livello), i contratti a tempo determinato (30,0% e 25,1%, rispettivamente) e i contratti formativi (17,5% e 25,0%, rispettivamente). Svolge invece un’attività in proprio il 10,1% degli occupati di primo livello e l’8,4% degli occupati di secondo livello. Il confronto con le rilevazioni degli anni precedenti evidenzia, per entrambi i collettivi presi in esame, l’aumento dei contratti a tempo indeterminato (rispetto alla rilevazione del 2022, +3,0 punti percentuali per i laureati di primo livello e +3,3 punti per quelli di secondo livello) e la contrazione dei contratti formativi, soprattutto tra i laureati di secondo livello (-2,7 punti; -0,6 punti tra quelli di primo livello). I contratti a tempo determinato, invece, risultano in calo tra i laureati di primo livello (-1,1 punti percentuali) e stabili tra quelli di secondo livello. Sostanzialmente stabili, sia tra i laureati di primo livello sia tra quelli di secondo livello, le attività in proprio.

A cinque anni dal conseguimento del titolo, la quota di chi è assunto con un contratto a tempo indeterminato supera la metà degli occupati e raggiunge addirittura il 72,7% tra i laureati di primo livello e il 52,6% tra quelli di secondo livello. È assunto con un contratto a tempo determinato l’8,8% dei laureati di primo livello e il 13,9% di quelli di secondo livello, mentre i contratti formativi coinvolgono rispettivamente il 4,1% e il 9,0% degli occupati. Le attività in proprio riguardano invece l’8,9% degli occupati di primo livello

e ben il 17,3% di quelli di secondo livello. Rispetto alla rilevazione del 2022 si registra un aumento sia del lavoro alle dipendenze a tempo indeterminato, soprattutto per i laureati di primo livello (+4,5 punti percentuali; +1,5 per quelli di secondo livello), sia delle attività in proprio (+1,0 e +0,6 punti, rispettivamente). I contratti a tempo determinato, invece, registrano una contrazione (-4,3 punti percentuali per i laureati di primo livello e -2,7 punti per quelli di secondo livello); per i contratti formativi, infine, si osserva una sostanziale stabilità tra i laureati di primo livello e un aumento (+1,2 punti percentuali) per quelli di secondo livello.

Smart Working. La rilevazione AlmaLaurea del 2023 mostra come lo smart working e, più in generale, il lavoro da remoto, coinvolga complessivamente il 15,7% dei laureati di primo livello e il 24,9% dei laureati di secondo livello occupati a un anno dal titolo. Nonostante tali quote evidenzino un calo nella diffusione dello smart working rispetto a quanto osservato nel 2022 (-1,3 punti percentuali tra i laureati di primo e -2,7 punti tra quelli di secondo livello), questa modalità di lavoro è comunque più diffusa rispetto a quanto osservato prima dello scoppio dell’emergenza pandemica.

Le tendenze sono sostanzialmente confermate anche tra i laureati del 2018 occupati a cinque anni dal conseguimento del titolo, dove le percentuali sono pari al 17,6% tra i laureati di primo livello e al 27,1% tra quelli di secondo livello (in calo, rispettivamente, di -1,4 e -4,0 punti percentuali nell’ultimo anno). I lavoratori in smart working svolgono più frequentemente una professione intellettuale e a elevata specializzazione. Lavorano più frequentemente nel settore privato; sono relativamente più occupati nei rami dell’informatica, delle consulenze professionali, della comunicazione nonché nel ramo del credito e assicurazioni. In termini di tipologia dell’attività lavorativa, gli occupati in smart working hanno in maggior misura un contratto alle dipendenze a tempo indeterminato. Tali risultati sono generalmente confermati, sia per i laureati di primo livello sia per quelli di secondo livello, a uno e cinque anni dalla laurea.

Lavoro all’estero. Tra i laureati di secondo livello con cittadinanza italiana, il lavoro all’estero riguarda il 4,0% degli occupati a un anno dalla laurea e il 5,5% degli occupati a cinque anni. La propensione alla mobilità internazionale per ragioni lavorative, che aveva subìto un’importante contrazione, in particolare nel biennio 2020-2021, per effetto dell’emergenza pandemica, negli anni più recenti figura in lieve ripresa, in particolare tra gli occupati a cinque anni dal conseguimento del titolo. Tale ripresa, tuttavia, non è ancora tale da consentire il raggiungimento dei livelli pre-pandemici.

Un fattore da considerare, rispetto alla propensione a lavorare all’estero, è l’ambito disciplinare della laurea. Le più elevate quote di occupati all’estero sono osservate infatti tra i laureati dei gruppi scientifico (8,2% tra gli occupati a un anno e 11,7% tra quelli a cinque anni), linguistico (8,2% e 11,3%, rispettivamente), informatica e tecnologie ICT (7,9% e 13,7%), nonché tra i laureati del gruppo politico- sociale e comunicazione (5,9% e 7,7%) e ingegneria industriale e dell’informazione (5,8% e 10,1%).

Per quanto riguarda il genere, gli uomini si spostano all’estero più delle donne. I differenziali sono significativi, seppure contenuti: +1,2 punti percentuali tra i laureati del 2022 a un anno (la quota di occupati all’estero è pari al 4,7% per gli uomini e al 3,5% per le donne) e +2,3 punti tra i laureati del 2018 a cinque anni (le quote di occupati all’estero sono, rispettivamente, pari al 6,8% e al 4,5%). È interessante, infine, rilevare che quanti decidono di spostarsi all’estero per motivi lavorativi sono tendenzialmente più brillanti (in particolare in termini di voti negli esami e di regolarità negli studi) rispetto a quanti decidono di rimanere in madrepatria.

Le retribuzioni medie percepite all’estero sono notevolmente superiori a quelle degli occupati in Italia: complessivamente, i laureati di secondo livello trasferitisi all’estero percepiscono, a un anno dalla laurea,
2.174 euro mensili netti, +56,1% rispetto ai 1.393 euro di coloro che sono rimasti in Italia. A cinque anni dalla laurea il differenziale retributivo aumenta ulteriormente, sempre a favore degli occupati all’estero (2.710 euro; +58,7% rispetto ai 1.708 euro degli occupati in Italia).

Andando ad approfondire i motivi del trasferimento, emerge che il 32,0% dei laureati di secondo livello a cinque anni dal conseguimento del titolo ha dichiarato di aver lasciato il nostro Paese avendo ricevuto un’offerta di lavoro interessante da parte di un’azienda che ha sede all’estero, cui si aggiunge un ulteriore 27,4% che si è trasferito all’estero per mancanza di opportunità di lavoro adeguate in Italia. Un ulteriore elemento preso in considerazione per valutare quanto la scelta di trasferimento all’estero sia o meno temporanea è relativo all’ipotesi di rientro in Italia. Complessivamente, il 38,4% degli occupati all’estero ritiene tale scenario molto improbabile e un ulteriore 30,5% poco probabile, quanto meno nell’arco dei prossimi cinque anni. Di contro, il 15,1% ritiene il rientro nel nostro Paese molto probabile. Infine, il 14,7% non è in grado di esprimere un giudizio.

 

LE DICHIARAZIONI

Ivano Dionigi, Presidente di AlmaLaurea: «Dal rapporto emerge un messaggio chiaro e fondamentale: laurearsi conviene. Infatti i laureati hanno sia più possibilità occupazionali sia maggiori retribuzioni economiche rispetto ai diplomati. Tra le criticità, accanto al ruolo ancora prevalente della famiglia nella scelta universitaria, si deve registrare un duplice divario, geografico e di genere: quello tra Nord/Sud (dal Mezzogiorno si emigra al Nord per iscriversi all’università e ancor più massicciamente per trovare lavoro dopo la laurea) e quello tra uomini e donne, le quali, pur essendo più performanti nel curriculum di studi, risultano svantaggiate nella retribuzione, nella carriera e nella mobilità».

Marina Timoteo, Direttrice di AlmaLaurea: «Le indagini AlmaLaurea ci dicono che la visione del lavoro per i giovani che escono dalle nostre università è profondamente cambiata negli ultimi anni. Oggi hanno sempre maggiore rilevanza aspetti un tempo ritenuti secondari: il tempo libero, la flessibilità dell’orario di lavoro, il grado di autonomia, la qualità delle relazioni con i colleghi, l’essere partecipe di processi lavorativi che generano utilità sociale. I giovani hanno sempre più chiara la visione di una vita qualitativamente e non solo quantitativamente intesa».

Roberto Di Lenarda, Rettore dell’Università degli Studi di Trieste: «Tra i dati elaborati dall’indagine AlmaLaurea evidenzio in particolare quello, in crescita, dell’efficacia della formazione universitaria; un segnale positivo che arriva dagli studenti e dal mondo del lavoro e testimonia l’efficacia del grande impegno degli atenei italiani per offrire percorsi di formazione concretamente spendibili. Siamo onorati di ospitare il Convegno AlmaLaurea nell’anno del nostro Centenario, una presenza che premia anche l’impegno del nostro ateneo nel costruire un’offerta formativa al passo con i tempi, fortemente premiata dalle scelte di sempre più studenti».

 

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