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Riceviamo e pubblichiamo integralmente:

ALESSIA AMBROSI * FRIEDMAN – MELANIA TRUMP: « IL SUO DEFINIRE “ESCORT” LA MOGLIE DI UN PRESIDENTE SOVRANISTA È STATO EPISODIO DERUBRICATO A FATTO “ACCETTABILE” E BATTUTA FORTE, MA SPIRITOSA »

Non esistono buone cause che siano prive del presupposto fondamentale: l’onestà intellettuale. Non esistono buone cause, se le rivendichiamo solo per i nostri amici e mai per i nostri avversari.

Senza onestà intellettuale, anche le buone cause perdono evidentemente ogni senso, ogni plausibilità e finiscono talvolta, purtroppo, per inaridirsi. La vicenda dell’insulto di Alan Friedman nei confronti di Melania Trump – da lui definita addirittura «escort» nel pieno di una trasmissione della televisione pubblica, con tanto di risolini di chi era in studio – è, a mio avviso, paradigmatica del grave problema della disonestà intellettuale nel confronto politico-giornalistico.

Se analogo «apprezzamento» fosse stato rivolto a una First lady di sinistra, ne sarebbe seguito uno scandalo mondiale, un vero e proprio terremoto politico. Credo che nessuno francamente possa negarlo.

È invece accaduto ad una donna di altro colore politico, alla moglie di un Presidente sovranista, e dunque l’episodio è stato in una qualche misura derubricato quasi alla stregua d’un fatto «accettabile», una battuta divertente, un po’ forte ma spiritosa.

Adesso una domanda, da donna: con quale coraggio tante femministe di sinistra nostrane fanno il diavolo a quattro per ogni minima gaffe dei politici conservatori e sovranisti salvo poi ora smarrire totalmente ogni briciola di serietà, rifiutandosi di indignarsi per l’offesa di cui Friedman si è reso autore? Lo capisce anche un bambino che costoro ormai non hanno più alcuna credibilità: si sono rese colpevoli di un’inerzia gravissima, a mio avviso sfociata in una vera e propria complicità.

Capisco, anche se a fatica, che la consorte di Trump possa non piacere a tutte e a tutti. Capisco anche che taluni possano considerare il suo essere sposata con Trump quasi come una «colpa imperdonabile». Tuttavia nulla giustifica né mai potrà giustificare quanto accaduto. Che costituisce a mio avviso una pagina nera per le tante radical chic che parlano di femminismo, di rispetto per la donna, solo quando conviene a loro e ai loro capipartito.

Ancora una volta, care femministe, celate i vostri ideali dietro una malsana gerarchia di partito, all’insegna di cortocircuito culturale tal per cui va bene difendere la donna, purché questa non venga offesa da un progressista. Perché quest’ultimo, al progressista, tutto è perdonato e pure l’offesa peggiore può essere liquidata come inezia, piccola gaffe, ironia fuori luogo o – come ha detto una nota esponente politica progressista – «inciampo linguistico». Ma non è tutto.

Le parole di Friedman, stranamente ancora chiamato a partecipare ai programmi tv – come niente fosse accadut -, hanno fatto emergere un altro dubbio: l’invidia. Il silenzio delle leonesse pasionarie può essere dipeso dal fatto che Melania è una donna bellissima, di successo, potente, ricca ed elegante?

La signora Trump non è insomma stata solo vittima degli attacchi sessisti e della pochezza di Friedman, ma delle stesse paladine dei diritti delle donne e della loro indignazione selettiva.

Evitando di difendere l’ex First lady americana, sminuiscono da sole la loro stessa credibilità e, ostinandosi a discriminare chi difendere, fanno le paladine a metà e non potranno che rafforzare la diffidenza verso qualsiasi loro presa di posizione, anche quando dovesse essere sacrosanta, legittima. Viene così meno la credibilità non di una singola attivista, ma di tutta una causa.

È, in fondo, quello che sta accadendo alla politica, alla cultura, al pensiero.

 

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Alessia Ambrosi

Consigliere Lega in Consiglio provinciale Trento