(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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In questa “guerra mondiale a pezzi” – secondo l’illuminante intuizione di papa Francesco – che contrassegna disgraziatamente l’epoca buia che ci tocca vivere, i “pezzi” sembrano avvicinarsi e connettersi sempre più tra loro. Sia geograficamente, con bombardamenti e/o incursioni aeree nei Paesi vicini (spesso tanto più mirati quanto più bugiardamente spacciati per “errori di mira”); sia soprattutto geopoliticamente, secondo un piano, sempre più esplicito, di neo-spartizione violenta del dominio globale tra le poche, neocolonizzatrici, autarchie mondiali.
Narcisisti e megalomani leader di queste superpotenze militar-economiche, con l’immancabile corte di plutocrati, benedicenti capi religiosi ed emuli yes-men (and women!), inseguono, più per se stessi che per i propri Paesi, una “grandezza” da make again perseguita attraverso lo stesso cinico depredamento con cui gli sciacalli infieriscono sui corpi già dilaniati o feriti degli animali più inermi. Senza troppi complimenti si sono sostituiti, nelle controversie internazionali, alle organizzazioni sovranazionali e al diritto internazionale, nati dopo la Seconda guerra mondiale a garanzia del più necessario dei “mai più”, prendendosi gioco delle prime e facendo carta straccia del secondo.
L’homo homini lupus è trasferito su scala internazionale e teletrasmesso in mondovisione, in forma di lezioni individuali impartite “per educarne cento”. Pedaggi imposti in forma di dazi, acquisti obbligati di armamenti, export agevolato, cessione di terre rare, diritti edilizi e commerciali già accaparrati su territori e giacimenti di gas sottomarini in fase di espropriazione tramite sterminio pianificato (con già progettate riviere per resort di lusso, da edificare su spianate di sangue e cadaveri): tutto in cambio di una millantata pax globale fondata su un patto di ossequioso vassallaggio, mentre il mondo sembra scivolare sempre più verso la sua irreparabile estinzione. In un tale contesto, grottesco e tragico, l’Europa si è a un tratto scoperta piccina picciò, messa all’angolo dai bulli planetari e impantanata nella stucchevole oscillazione tra un disilluso “vorrei ma non posso” e un già prono “non vorrei ma devo”.
Ma tra questi pezzi di guerra mondiale in atto corre un filo sotterraneo che tutti li sembra attraversare e unire, essendone il leit motiv e la chiave interpretativa comune: è la guerra contro i poveri. E, in maniera esemplare, contro quelli che, dei poveri, sono la più paradigmatica e plastica concrezione: i migranti. Anche di loro si può ben dire, riecheggiando Liliana Segre (in un parallelismo raggelante, ma non del tutto implausibile), che vengono coscientemente destinati a morte “per la sola colpa di esser nati”. Nel mondo dell’avida ferocia al potere, le vite dei migranti sono sacrificabili. Nel mondo del God bless the riches, il sangue dei poveri è versabile.
Lo è ancor sempre sotto il tappeto liquido del Mediterraneo, dove, in uno stillicidio quotidiano mai interrotto (nonostante l’ordine di oscuramento mediatico), in 10 anni sono finiti sepolti 31mila morti e dispersi accertati. E se è vero che almeno altrettanti sono quelli annegati senza che alcuno ne avesse contezza, allora c’è una seconda Gaza che giace, oggi, sul fondo di quell’acqua in cui, d’estate, ci rilassiamo con bagni e nuotate. Le vite dei migranti sono sacrificabili anche lungo le ferrovie e i sentieri notturni, dove le polizie di “civili” Stati dell’Unione ne braccano le carovane della disperazione e li stanano con cani e droni, sparandogli, picchiandoli con sbarre di ferro, derubandoli, denudandoli e infliggendo loro docce gelate e bruciature, pur di respingerli violentemente in una reiterazione infinita del game.
O facendoli sparire in una ghettizzazione a tempo indefinito, dentro ben celati campi profughi made in Ue, privi di elettricità, acqua e fogne. Ma le vite dei migranti sono sacrificabili anche in pieno giorno, tra le strade statunitensi, dove la polizia squadrista di Trump irrompe perfino nelle scuole e nelle chiese, insegue per le strade, cattura e separa a forza, senza pietà, madri, padri, figli, famiglie. E con uno spettacolo osceno, a favore di telecamere, viene esibita la colonna infame di questi poveri cristi, ammanettati e scortati verso gli aerei per il rimpatrio.
E poiché il perverso gioco di scimmiottamento lo impone, ecco poco dopo apparire, sulle reti televisive nostrane, l’analoga fila di catturati in mare, con le fascette ai polsi, che viene condotta nel costosissimo enclave di prefabbricati d’Albania che “fun-zio-ne-ran-no”. Ma l’escalation imitativa obbliga a una pronta replica d’oltreoceano, per cui ecco in risposta un nuovo modello da prendere a esempio: l’Alligator Alcatraz, il carcere modello 41- bis impiantato in un castello medievale senza ponti levatoi, progettato ad hoc per immigrati irregolari. Nei centri d’Albania manca solo, ora, di scavarvi il fossato e metterci i coccodrilli.
Sul sangue dei migranti si gioca, così, questa partita di emulazione globale al peggior rialzo. Quanto poi la vita dei migranti sia di fatto sacrificata, in Italia, pure quando li facciamo entrare (oltre che per impedirglielo o per espellerli), lo dimostra un sedimentato di violazioni, vessazioni e spogliazioni di diritti, perpetrate ex lege, che vanno dal favoreggiamento dell’irregolarità (e quindi del lavoro nero, dell’economia sommersa e dello sfruttamento grave), attraverso le falle dell’opaco iter di ingresso dei lavoratori stranieri dall’estero, lasciate aperte al lucro fraudolento di mediatori e datori disonesti; alle pretestuose (e spesso illegittime) barriere normative di accesso alla cittadinanza, al welfare e alla casa; alla prolungata e penalizzante precarietà giuridica causata dai cronici ritardi amministrativi per le pratiche di soggiorno e di residenza (che nel caso dei richiedenti asilo, nei Cas, li espone al reclutamento illegale di manodopera da sfruttare da parte di caporali, agromafie e organizzazioni criminali); fino a quei luoghi di tortura legalizzata che sono i Cpr, dove violenze, tentativi di suicidio (e suicidi riusciti), atti di autolesionismo, abuso di psicofarmaci, fratture autoprocurate e cuciture delle labbra avvengono ogni giorno nel nascosto di una detenzione blindata.
“I soldi sbiancano”, è stato opportunamente detto. Di converso – aggiungiamo noi – “la povertà annerisce”: oggi, la pelle di tutti i migranti indistintamente; e domani – se non ci opponiamo ora a questa sottoguerra mondiale già in corso – la vita di ognuno di noi e dei nostri figli.
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Luca Di Sciullo, Presidente del Centro Studi e Ricerche IDOS
