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RENATA ATTOLINI * COVID: « PER UN RITORNO A SCUOLA DAVVERO IN SICUREZZA, SI DOVRÀ PENSARE A FORME ARTICOLATE E FLESSIBILI »

La scuola a distanza è stata una necessità, adottata per riuscire a bilanciare il diritto alla salute con quello all’istruzione, attraverso una catena di problemi che vanno dall’uscita di casa fino al rientro, intrecciandosi con altre attività e servizi, a cominciare dal trasporto pubblico.

Ha messo in campo un’enorme quantità di energia tra insegnanti, genitori, studenti e alunni, che hanno dovuto prendere confidenza con modi diversi di fare scuola e hanno cercato di districarsi tra giochi, letture, esperienze online. In alcuni casi ha funzionato molto bene, con intelligenza e creatività, in altri meno, perché ha seguito modalità lineari e poco coinvolgenti ed ha avuto l’effetto di esacerbare le disuguaglianze.

Sappiamo bene che in Italia, già prima della pandemia, esisteva un grave divario culturale e scolastico. I tassi di abbandono erano in crescita, mentre a non crescere mai era il numero di laureati. Sembra quasi che la scuola abbia saputo occuparsi bene di quei ragazzi che per estrazione socio-culturale non avrebbero quasi bisogno di frequentarla, lasciandosi scappare dalle mani quelli che, vittime di disparità economiche, sociali e culturali, avrebbero dovuto ricevere maggiori attenzioni e cura.

Questi divari di partenza durante la pandemia, si sono aggravati tragicamente. Sono troppe le famiglie che hanno perso il reddito, che devono combattere con spazi ristretti, con la difficoltà di gestire il lavoro da casa e l’assistenza ai figli, con l’esigenza di condividere strumenti e gigabyte. Sono troppi gli alunni che non sono stati raggiunti dalla didattica a distanza.

In questa fase di grandi difficoltà, i bambini e i ragazzi hanno dovuto fare i conti con il senso della morte; trovare il coraggio per affrontare la paura della malattia; avere la pazienza di restarsene chiusi a casa a gestire le relazioni in modo virtuale; essere resistenti davanti a situazioni impensabili, gravi come quelle che solo i bisnonni avevano sperimentato. Li abbiamo criticati per comportamenti spregiudicati e superficiali quando avremmo dovuto valorizzarne gli atteggiamenti positivi e il senso di responsabilità, anche quando lasciati soli.

La richiesta di molti è stata ed è quella di riaprire gli edifici scolastici e di abbandonare la didattica a distanza, considerata strumento inefficace e dannoso per la salute psicofisica.
La progettualità degli istituti, in questi mesi, si è comprensibilmente rivolta soprattutto a mettere in atto dispositivi di salvaguardia dal contagio con attenzione e puntualità. Ma questo non basta.

Non si può perdere l’occasione di pensare a modelli di scuola integrati e creativi, a progetti formativi che aiutino gli studenti ad evolvere le loro esperienze pregresse, a partire da quella tragica del Covid19.

Ogni esperienza va rivisitata in maniera cognitiva per essere affrontata e superata, proprio come avviene per ogni precognizione o preconoscenza. Il virus, un problema così reale e condiviso, potrebbe aprire prospettive nuove all’interdisciplinarità e alla progettazione cooperativa, promuovendo lo studio del fenomeno in maniera trasversale, dai percorsi matematico-scientifico-tecnologici, a quelli storico geografico-letterari, da quelli economico-giuridici fino a quelli socio-psicologici.

Se la DaD è stata il salvagente nel pericolo, il ritorno in presenza è indispensabile, perché l’apprendimento, processo davvero complesso, ha bisogno anche della relazione educativa. A scuola si cresce insieme, discutendo sotto la guida attenta e competente dell’insegnante, osservando la realtà, confrontando i diversi punti di vista e sperimentando forme di cittadinanza attiva.

Il digitale però ha dimostrato di essere un mezzo potente per fare tutte queste cose e costruire l’apprendimento anche a distanza e deve rimanere strumento del fare scuola, insieme al quaderno e al libro. L’informatica ha trasformato in maniera pervasiva il nostro modo di pensare e di agire. La scuola dovrà farsi carico di gestirla nella quotidianità perché il civismo nella rete, la verifica delle fonti, la vigilanza contro le fake news, la costruzione del sapere in maniera critica siano davvero alla portata di tutti. Il governo dovrà rinnovare il proprio impegno a fornire computer o tablet ad ogni studente che ne fosse sprovvisto e a garantire connessioni efficaci, per iniziare a mettere mano a un’azione di contrasto alla dispersione scolastica e alla povertà educativa.

Infine, per un ritorno a scuola davvero in sicurezza, si dovrà pensare a forme articolate e flessibili nei tempi e nei luoghi.

In un concetto di educazione a 360° bisogna aprire gli istituti a tutte le esperienze vive esterne di volontariato, bisogna uscirne per cogliere tutte le occasioni che offre il territorio contiguo alla scuola; bisogna prevedere gruppi di lavoro meno numerosi; bisogna alternare lavoro sul campo, lavoro in classe e anche lavoro a distanza.

Per realizzare questo modello serve un’alleanza civile e politica, che metta in atto un progetto di sviluppo educativo locale. Ogni comune, promotore di un patto per una comunità educante plurima, potrebbe mettere in rete agenzie educative e cooperative competenti con le singole scuole, ciascuna delle quali diverrebbe capofila di un lavoro in cooperazione, condivisione e coprogettualità.

Certamente questo prevede un consistente investimento economico, ma perché non utilizzare il Recovery fund per il presente e il futuro delle nuove generazioni, in un paese che negli ultimi anni ha tagliato inesorabilmente e sistematicamente le spese per ricerca, istruzione ed educazione?

 

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Renata Attolini