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PROF. GIOVANNI CESCHI * LETTERA APERTA AGLI STUDENTI: « ABBIATE CORAGGIO – CREATIVITÀ – ONESTÀ – SPERANZA – PROSPETTIVA »

Si è detto che la pandemia dalla quale proveniamo avrebbe avuto l’effetto di relativizzare ogni cosa, di creare una scala di priorità nella vita sociale: non avremmo più dimenticato ciò che conta davvero. Nella realtà delle cose, sembra che il covid abbia creato una sorta di epoché, un rallentamento del motore della vita, un periodo con il fiato sospeso nel quale la sopravvivenza biologica è stata al centro di ogni attenzione. Ma il domani che questa bolla, nello sgonfiarsi, ci apre davanti, non presenta interrogativi diversi da quelli di due anni fa. Tutte le questioni più importanti sono sul tavolo, in tutti gli ambiti, non di rado con l’aggravante di un periodo in cui l’emergenza è diventata routine facendo passare in secondo piano il raziocinio, la capacità critica, il senso di misura.

Nella scuola non è andata diversamente. Si pensi all’esame di maturità che si sta svolgendo in questi giorni negli istituti superiori in un clima di “guerra in corso”, nell’emergenza di misure e modalità eccezionali, quando la guerra non esiste più. Il modello maturità 2020 – quella con il solo orale e senza scritti, ché in una pandemia ancora dilagante la prossimità degli studenti in lunghe prove scritte sarebbe stata improponibile – si è riproposto quest’anno, trasformando l’esame di stato in una prova farlocca, insapore e inodore, che consegnerà alla storia la generazione dei “maturi covid”. Eppure c’è qualcuno – non proprio l’ultimo degli influencer per l’istruzione – che si è spinto a lodare a tal punto la leggerezza insostenibile di questo modello da prefigurarlo per gli anni a venire.

E così il covid, a ben vedere, sta sdoganando nella scuola un pensiero debole, un’astenia di valori che è stato il tratto caratterizzante degli anni Duemila: nel falso convincimento che gli studenti siano delle creature fragili e quasi minacciate da una scuola arcigna e soffocante, stiamo creando una generazione di futuri uomini e donne che noi – come insegnanti – condanniamo alla fragilità di fronte alle sfide della vita. Certo, l’esame è solo il momento conclusivo di un percorso e da solo non direbbe molto di come la scuola si auto-percepisce, ma insieme a tanti altri segnali della quotidianità scolastica compone un quadro preoccupante e ci dice che gli studenti saranno fragili nell’esatta misura in cui gli insegnanti e gli educatori così vorranno percepirli.

 

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Per il futuro – visto che lamentazioni sterili, per quanto lucide, non servono a costruirlo – qualche idea ci sarebbe. Provo a sintetizzarla in un decalogo di priorità.

 

Alleanza. Tra gli studenti e gli insegnanti, ma anche tra gli insegnanti e le famiglie, comprendendo che la scuola non può fondarsi su una diffidenza reciproca ma deve ritrovare, insieme alla vicinanza fisica fra le persone, una smarrita consapevolezza: la famiglia non dev’essere un’antagonista (da chi e da che cosa ci si dovrebbe difendere?) ma un’alleata nella costruzione degli adulti del futuro.

 

Coraggio. Da infondere agli studenti, impauriti di fronte a un mondo indecifrabile e pieno d’incognite, in continuo mutamento e senza più i riferimenti di qualche decennio fa; ma prima ancora a tanti colleghi insegnanti, dai cui occhi sembrano scomparse le solide certezze sul significato dell’incontro che ogni giorno si realizza in classe. E senza coraggio come si può infondere coraggio?

 

Creatività. Intesa come la capacità di intravedere nuove strade per l’apprendimento, evitando di confondere il fine con il mezzo, la sterile innovazione – qualcosa di nuovo purchessia – con il progresso autentico. Non saranno certo un tablet, una lavagna interattiva o un ambiente digitale a fare nuova la scuola, ma la capacità di cogliere il desiderio di capire i meccanismi del mondo che anima tutti gli studenti, ad ogni età, insieme a quello inespresso d’essere “spiazzati” dalle proprie guide.
Fatica. Non quella sterile, quasi fosse un valore in sé e per sé. Fatica come occasione di mettersi a confronto con i propri limiti e le proprie pigrizie, di sperimentare fino a che punto riusciamo a spingerci e di capire dove non riusciamo ancora ad arrivare. La scuola del Duemila va in una direzione opposta: rassicurante, protettiva, consciamente deprivata di qualsiasi ostacolo come si trattasse di una minaccia al valore supremo dell’autostima.

 

Onestà. La difficile arte di esprimere un giudizio. Mai definitivo. Mai totalizzante sulla persona. Ma vero della massima verità raggiungibile in un mondo perfettibile come quello umano. Gli studenti la cercano, talora disperatamente, negli insegnanti, trovando invece spesso un più facile eufemismo. Andando a ritroso, in questo decalogo: essere onesti per gli insegnanti è certo fatica, coraggio, richiede creatività nel dire senza offendere e consapevolezza del dovere di un’alleanza.
Radici. In un mondo che scambia la novità con il progresso, rifarsi alle proprie radici è un dovere per la scuola del futuro. Sembra ossimorico: ma il linguaggio della persistenza e della tradizione – della storia come magistra vitae – può essere meglio compreso, nel profondo, da chi sta cercando la propria dimensione nel mondo. Non capire la direzione dei venti è un modo sicuro per fare naufragio.

 

Speranza. Essere aperti alla sorpresa: la scuola del Duemilaventi, ingabbiante nelle sue griglie di prestazione che pretenderebbero di oggettivare l’imprevedibile variabilità dell’umano, è fobica verso la speranza nella stessa misura in cui è timida nell’onestà e incline all’eufemismo. Il giudizio scolastico deve proiettare una fotografia realistica sullo schermo del domani.

 

Tempo. Sembra non esserci più: non esiste più il tempo per la riflessione, per il ri-pensamento, per l’inutilità di uno studio privo di finalismo immediato. E invece la scuola deve tornare ad essere lo spazio per un tempo sospeso, che insegni agli studenti non a fare in fretta – a quello ci pensa già il mondo iperconnesso che pulsa al di fuori – ma a fare con la testa.

 

Prospettiva. Al tempo si collega la dimensione del progetto: la fretta non conosce tappe, vuole tutto e subito; la testa insegna a progettare, a vedere più lontano dell’utile immediato. Senza prospettiva ogni cosa è appiattita nel mordi e fuggi del presente. E la scuola non è invece palestra di futuro?

 

Volontà. Chi insegna sa bene che motivazione e impegno valgono non meno del talento. Eppure anche in questo campo la scuola non è più efficace, nella misura in cui non sa più premiare il merito, agire in prospettiva, concedere tempo e speranza, parlare con coraggio e onestà di fatica, esprimere la creatività di progetti che la valorizzino davvero. Tutto si tiene, a ben vedere. E per tornare all’inizio in modo circolare, sarebbe bello che nella scuola del dopo-pandemia si parlasse di una nuova alleanza. Vogliamo chiamarli “stati generali della scuola”? Purché non sia la solita sfilata di moda.

 

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Giovanni Ceschi
è docente di Latino e Greco al liceo “Prati”
e presidente del Consiglio del sistema educativo