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PROF. BROCCHIERI * LETTERA APERTA ALLA GIUNTA PAT: « AVETE MESSO LA PAROLA “LIBERTÀ” DOPO LA PAROLA “SICUREZZA”, VORRESTE TRASFORMARE LA SCUOLA IN UN CARCERE DI MASSIMA SICUREZZA »

Gentile direttore, la petizione che avevo promosso e presentato a metà giugno, assieme al prof. Gerlin di Borgo, aveva raccolto 500 firme di insegnanti di ogni grado scolastico. Successivamente ci siamo collegati con le promotrici della petizione “per una scuola reale” (quella che aveva raccolto oltre 6000 firme di cittadini), tra cui Chiara Agostini, e con vari gruppi di genitori.

Tutto questo movimento di opinione, nonostante ci siamo sforzati di coordinarci e ci sentiamo pressoché quotidianamente riuscendo qualche volta a far sentire le nostre voci, non è stato oggetto di reale attenzione da parte della Giunta provinciale (e nemmeno un granché da una parte dell’opposizione, se non a parole).

Ciononostante non vorremmo desistere.

Perciò ho scritto l’intervento che Le allego (condiviso con altri), che muove alcune critiche – mi pare sostanziali – alla delibera della Giunta di mercoledì scorso (pubblicata solo venerdì).

Intanto comunque, anche a nome dei miei numerosi “sodali”, La ringrazio per l’attenzione.

 

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Andrea Brocchieri

referente petizioni “Diritti nella scuola reale”

docente di filosofia e storia del Liceo “Prati”

 

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La scuola della libertà non è la scuola della sicurezza

Venerdì 24 luglio è finalmente stato pubblicato il testo della delibera con la quale, mercoledì scorso, la Giunta provinciale ha adottato un “Piano operativo dell’istruzione” per l’anno scolastico prossimo. Una settimana fa, in conferenza stampa, l’assessore Bisesti aveva anticipato il “piano” che si voleva adottare. Il giorno prima ne aveva già comunicato alcuni aspetti al Consiglio del Sistema Educativo. Ma la delibera approvata mercoledì non corrisponde del tutto alle dichiarazioni dell’assessore.

Sembra quindi che nella settimana intercorsa si siano fatti parecchi passi indietro. Chi avrà remato all’inverso? Erano stati annunciati quattro scenari, genericamente definiti. Ci si aspettava una maggiore definizione, ed invece nulla, anzi: il testo della delibera è ancora più vago delle slides presentate il 17 luglio.

In verità le indicazioni della delibera di mercoledì scorso si riferiscono ad uno scenario epidemico definito: quello di due mesi fa (20 maggio)! Scenario che era stato assunto come punto di riferimento per il “protocollo” del Comitato provinciale di Coordinamento in materia di Salute e Sicurezza sul Lavoro (24 giugno). È sconcertante che proprio mercoledì l’Azienda sanitaria abbia presentato all’assessore Bisesti un rapporto (a firma della dott. Zuccali e del dott. Ferro) in cui si afferma che la “circolazione virale” in provincia “ha raggiunto livelli estremamente bassi” e che quindi il servizio scolastico “debba ritornare alla situazione precedente l’inizio della pandemia”. Salvo poi suggerire misure cautelari talvolta discutibili (come le visiere per le maestre d’infanzia).

Riassumo: l’Azienda sanitaria dice che siamo quasi ritornati alla normalità e che anche la scuola dovrebbe tornare alla normalità. La Giunta (o chi per essa) dice invece che a settembre ci regoleremo sulla situazione “maturata” fino al 20 maggio. Sulla base di quale previsione astrologica non si sa.

Come cittadino comincio ad essere stufo: ho l’impressione che si voglia prolungare artificialmente uno stato d’emergenza che non c’è più (sarà di allerta, certo, ma non più di emergenza). Posso ben capire che a Roma un governo traballante e sconclusionato abbia tutto l’interesse a condurci tutti in questo insensato gioco. Ma che la solida maggioranza del governo provinciale non abbia il coraggio di prendere atto della realtà, non lo comprendo affatto. Tanto più che il presidente Fugatti si è dato ben da fare per convincere il servizio sanitario del Belgio a spedirci i suoi turisti, poiché in Trentino la situazione è sicura e tranquilla (notizia del 16 luglio).

Come lavoratore della scuola vedo che la Pprovincia e i sindacati stanno contrattando un aumento dell’orario di servizio degli insegnanti delle medie e superiori. Giusto! ‒ si dirà, gli insegnanti lavorano troppo poco… Passiamo oltre questo luogo comune: quel che non va è che, a motivo di un’emergenza che adesso non c’è, si vogliono aumentare le ore di insegnamento anche se quasi certamente non ce ne sarà bisogno. Con la conseguenza che quelle centinaia di ore di lezione verranno assorbite da una parte (mica tutti) dei docenti di ruolo e tanti precari resteranno disoccupati. La Giunta ha promesso 500 assunzioni (a tempo determinato) ma con la contrattazione sta eliminando posti di lavoro normalmente coperti dai supplenti annuali mentre con la delibera del 23 ha già fatto eclissare l’aumento del 10 % delle classi (che giustificava le assunzioni straordinarie). Si chiama gioco delle quattro carte?

Come insegnante, leggendo la delibera, mi viene qualche ulteriore sospetto. Perché spendere tante parole per esaltare la “sfida” da cogliere, quella di ampliare l’esperienza della didattica digitale, per vivere una realtà scolastica “digitalmente aumentata”? Assessore Bisesti: mi vuol dire i nomi di chi ha scritto quelle parti della delibera? Perché costoro ben meriterebbero che il loro nome figurasse nella discussione di quelle “indicazioni” (più o meno declinate come obblighi). Una discussione che andasse al di là della retorica dell’innovazione digitale e che ne esaminasse radicalmente i presupposti. Per esempio quando questi anonimi scrivono: «L’approccio metodologico tradizionale, analogico, frontale e sequenziale entra oggi in conflitto con le nuove logiche digitali e reticolari». Probabilmente il mio approccio è “analogico” (ammesso che ciò voglia dire qualcosa: forse che si sente la mia stessa voce quando parlo?) e pure “frontale” (sto di fronte ai miei studenti e, se non mi mettono una maschera addosso, sono in contatto umano con loro) ma non credo proprio che sia “sequenziale” (casomai lo considero un difetto: qualche volta i miei studenti gradirebbero un approccio sequenziale invece che “reticolare”). Dopo di che non si capisce perché “digitale” debba fare coppia con “reticolare” (a meno che si volesse alludere alla “rete” internet…).

Si dice nella delibera che lo scopo della scuola dovrà essere “imparare ad imparare”, come se finora la scuola avesse fatto qualcosa d’altro, come se la scuola che funziona non avesse insegnato il gusto di imparare (perché senza passione non si apprende nulla). E si affida all’Istituto Provinciale per la Ricerca e Sperimentazione Educativa (Iprase) il compito di insegnare agli insegnanti ad insegnare; un istituto costoso, che non fa quasi mai la ricerca che sarebbe il suo scopo e che invece da vent’anni impartisce corsi di formazione e aggiornamento pressoché sempre con un “approccio metodologico tradizionale, frontale e sequenziale”, condito con un po’ di slides e linguaggio modernista (testimonianza di tutti i giovani colleghi passati per i corsi di formazione Iprase  fin dai primi anni duemila).

Come cittadino e insegnante insieme, in questi tempi di oscuramento dell’intelligenza, preferirei che si insegnasse il “pensiero critico”, piuttosto che il “pensiero computazionale” (cioè: poiché siamo indietro con l’intelligenza artificiale, tanto vale convincere gli umani a pensare come le macchine).

Come cittadino e insegnante, infine, vedo che non c’è stato nessun ascolto dei genitori, degli studenti, dei docenti. Nessuna definizione di soglie di rischio epidemico e relativi provvedimenti. E quindi nessuna definizione della normalità. A cui abbiamo diritto di ritornare.

Ho visto che avete messo la parola “libertà” dopo la parola “sicurezza” (a pagina 6). Questo rovesciamento dei valori mi dice che vorreste trasformare la scuola in un carcere di massima sicurezza.